Tanai e il cantastorie di Tiputà di Folco Quilici

Con il materiale illustrativo della mostra di cui nell’ultimo post. ECHI DI MARI LONTANI, FIABE DALL’OCEANIA

c’era anche questa storia di Folco Quilici, con la fiaba da cui trasse uno dei suoi film.

Tema centrale di questo ciclo di fiabe è il viaggio. Un viaggio alla ricerca di ciò che può rendere felice.

Una storia raccontata per:                                                                       

27° Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia.

Echi di mari lontani, fiabe dall’Oceania

 

Tanai e il cantastore di Tiputà

Di Folco Quilici

 

La lunga fiaba che ispirò il mio film Oceano, l’ascoltai, per caso, nel 1961, narratami da un vecchio polinesiano detto Grand-père: l’avventura di un giovane chiamato Tanai. Seppi così dell’interminabile navigazione attraverso il Pacifico di quella pahi, una piroga a vela; interminabile, perché negli spazi dilatati di quell’oceano e nel mosaico frantumato di isole e arcipelaghi, il ragazzo nel viaggio di ritorno non riusciva a ritrovare il suo atollo, la sua gente, la sua donna. 

A farmi appassionare a quella fiaba, fu constatare quante versioni diverse si conoscessero, con adattamenti e varianti ideate dai vari cantastorie nelle diverse isole polinesiane. Negli anni Settanta ancora molti di loro animavano i mercati dei villaggi, eredi dei mitici huaré-po, memoria vivente dell’antica Polinesia. E narravano ognuno a suo modo, di quel pescatore e navigatore, adeguando ai tempi vicende in parte vere, in parte leggendarie.
«A lui occorreva qualche sacco di terra» raccontava William, che ascoltai nel villaggio di Tiputà. Il fantasioso cantastorie amplifica le sue parole con un microfono, alle spalle un cartellone dipinto dove spicca un Tanai in blue-jeans, per farci capire che, per lui, la vicenda si svolge ai tempi nostri. Non cambia, però, il motivo per cui quel giovane affronta l’Oceano «Lui desiderava costruirsi una capanna e piantarvi accanto le radici di un urù. Per questo gli occorreva un po’ di terra…»
A differenza dei cocchi e dei pandani, capaci di germogliare e crescere in aridi terreni, l’urù, l’albero del pane, chiede terra vera per attecchire. Quella che manca negli atolli, formati da strati di corallo morto, levigati dal vento e dall’acqua.
Chi li abita, se desidera piantare un albero del pane e coltivare un orto, deve acquistare qualche sacco di terra dalle golette che dalle Isole Alte trasportano merci e prodotti indispensabili.
Secondo il racconto di William, la goletta attesa dal giovane Tanai per acquistare la terra, piantare l’urù e costruirvi accanto una capanna dove vivere con Tihatiaà, rinviava di mese in mese il viaggio. Tanto da far perdere la pazienza al ragazzo e convincerlo a salpare con la sua pahi per giungere alle Isole Alte e riempire sei sacchi di terra per riportarli al suo atollo.

Quando Tanai, con vento favorevole, punta a levante deciso a raggiungere Moorea, o Huahiné, affronta una navigazione che fa di lui l’ultimo vero oceaniano. Un erede dei padri dei padri, i protagonisti del popolamento di tutto il sud Pacifico.
Nelle case delle famiglie polinesiane rimaste fedeli a certe memorie, ho cercato strumenti di pesca e contenitori tradizionali (zucche vuote, disseccate) per i cibi e per l’acqua. Racconto del film che m’appresto a realizzare e molti mi prestano l’occorrente, nessuno pensa di vendere gli oggetti scelti; ed io giuro di restituirli, a lavoro concluso.
A casa di una vecchia matriarca di Papeete, troviamo un boa di piume di gallo lungo circa tre metri; sventolava sulla canoa del nonno, mi dice, gli serviva a indicare forza e direzione del vento. Me lo presta e dal momento in cui, dopo il varo, sull’albero della piroga issiamo quel boa e il vento lo tende, il passato si muta in presente.
Si apre la vela, un soffio da terra verso il mare imprime una leggera spinta alla pahi.  Al secondo, solo poco più forte, lo scafo rizza la prua tra filo delle onde e orizzonte.
La prova a mare spetta al mastro d’ascia.  E lui, stringendo la pesante lama di legno con funzioni di timone, guida la sua imbarcazione oltre la laguna, nell’oceano. S’alza e s’abbassa la linea delle onde, vela e boa appaiono e scompaiono.
Un’ora di prova, poi il timoniere stringe di bolina e si riaffaccia nel canale della pass. La nostra pahi è pronta per consentirmi di narrare per immagini la favola di Tanai. Coraggioso trasmigratore di quella Polinesia che non esiste più.

 

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2 risposte a Tanai e il cantastorie di Tiputà di Folco Quilici

  1. Mammachegiochi ha detto:

    Che bel racconto! Non lo conoscevo,mi avete fatto venir voglia di leggere questa storia…
    Pensavo anche ad un regalo di Natale, da che età secondo voi si può proporre questo testo?
    Grazie e complimenti!
    Sabrina

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    • mammaoca ha detto:

      la storia di Tanai e del suo viaggio io penso sia una fiaba che si possa raccontare a qualsiasi età. Così come hanno sempre fatto lì. Con alcune varianti. Ad esempio a bambini molto piccoli la racconterei “remando remando sulla mia favolosa canoa” inventando qualche verso o canzoncina.
      Oggi proverò a raccontarla a mio figlio che ha 9 anni.
      Sicuramente la storia di un ragazzo che affronta un viaggio per mare, di isola in isola, con pericoli, insidie e avventure, che non mancherò di sottolineare, incontrando gente diversa su tante isole e isolette, con la paura di non riuscire a farcela e con il coraggio mosso dall’amore, sicuramente sarà una storia che gli piacerà. Si fa tutto per i bambini. mammaoca

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