Simone il Cireneo di Giovanni Papini. Racconto di Pasqua

Simone il Cireneo, di Giovanni Papini, tratto dal libro I testimoni della passione. Un prodigio inaspettato, una storia raccontata dalla penna colta di Papini, una lingua piena di particolari, descrizioni e aggettivi suggestivi, un autore immedesimato al destino degli uomini, immedesimazione che rende partecipi anche noi che leggiamo. Papini si immagina il cambiamento della vita di un inconsapevole Simone di Cirene, dopo aver portato la croce di Gesù. Questa è solo la prima parte dell’intero racconto, ma è molto significativo anche così. Bellissima la descrizione del rapporto tra quell’uomo qualunque e il figlio.

simone il cireneo

Simone di Cirene aveva ripassato da poco la porta di Efraim, per rientrare a Gerusalemme e tornare a casa, quando, a una svolta della strada, s’imbatté nel terribile corteggio dei tre condannati a morte che, in quella vigilia di Pasqua, s’avviava al Golgotha.

Se l’avesse potuto scorgere o indovinar da lontano, il Cireneo sarebbe sfuggito a quel pauroso incontro. Uomo di campagna e di fatica, più soggetto al timore che alla curiosità, non gli piacevano gli assembramenti e le confusioni dove è più facile perdere che guadagnare, e allontanava dai suoi occhi, soprattutto, quel che poteva ricordargli la morte. Quando poi vide che alla testa del corteggio c’eran soldati romani a piedi e a cavallo si turbò ancora di più. Non già che odiasse i romani – non aveva tempo di odiar nessuno, eppoi un padrone ci vuole – ma per istinto e sistema non voleva aver mai nulla a che fare nè coll’autorità nè colla giustizia nè coll’esercito. Era un uomo semplice, un proprietariuccio povero e stanco, un ebreo di poche vedute e di fiacche passioni: voleva star tranquillo nel suo cantuccio, vivere e lasciar vivere. Aveva il terrore dei tribunali e dell’armi, sapendo, per istinto, che con queste e in quelli non avrebbe saputo difendersi.

Ma scansarsi, quel malaugurato giorno, non poté. Il corteo era fermo: uno de’ giustiziandi era caduto malamente in terra, ché non era più capace di reggere la pesante croce. I soldati avevan furia e imprecavano. Simone, non potendo passare oltre quella calca, s’era fermato ridosso a una casa, nel vano della porta, e cercava di non farsi troppo vedere, maledicendo in cuor suo quell’infelice ch’era causa di quell’intoppo e di quel ritardo. Ma il Centurione romano, che si guardava attorno, lo scoprì. E accorgendosi che Simone era atticciato e timido, con la mano e con la voce lo chiamò a sé. Sulle prime il Cireneo fece finta che non dicessero a lui e volse gli occhi da un’altra parte. Ma un soldato gli fu addosso;

Villano, sei sordo?

Lo prese per un braccio e lo condusse fin presso il condannato, che giaceva in terra, sfinito.

Mettiti addosso quella croce, gridò il Centurione.

Simone sapeva che ad un comando siffatto non si poteva in alcun modo sottrarsi. Malvolentieri, controvoglia, dispettosamente stronfiando, il Cireneo si accomodò sulla spalla il patibolo e s’avviò innanzi, perché almeno rabbia e fatica finissero prima. Non si curò di guardare il condannato del quale prendeva, in certo modo, il posto. Intravide un corpo abbiosciato e un viso fradicio di sudore misto a fili di sangue. Simone non poteva sopportare la vista del sangue e subito sviò lo sguardo e prese pacatamente a camminare.

La croce spiombava, ma il Cireneo aveva spalle di mulo e gambe d’atleta. E mentre rifaceva a ritroso la via già fatta, verso la porta di Efraim, pensava ai casi suoi.

Non era contento. Nel suo campetto, a mezza strada fra Gerusalemme e Neftoa, ci sarebbe stato ancor più da fare; l’acqua era scarsa, il bindolo era guasto, i topi avevan fatto dei danni all’orzo. Ma era la vigilia di Pasqua e Mikal, la moglie, gli aveva raccomandato di tornar presto a casa ed egli sapeva, ormai, per annosa pratica, con quali strepiti e improperi avrebbe dovuto scontare quel ritardo. Era venuto via prima anche per un’altra ragione; avrebbe dovuto recarsi, quella mattina, dal vecchio Eliezer, suo debitore di pochi sicli, che prometteva da mesi e mesi di pagare e sempre gli mancava il più e il meglio. Simone aveva estremo bisogno di quel denaro prima di Pasqua e prevedeva, con terrore, l’accoglienza che gli avrebbe fatto la moglie se fosse tornato anche quel giorno a mani vuote.

C’era poi un’altra ragione del suo tornar sollecito di quella mattina, anzi la più grave e la prima. Il suo figliolo maggiore, Alessandro, da più giorni era consumato da una febbre che non gli dava requie se non breve tempo all’alba e lo aveva ridotto un cencio. Simone aveva promesso a Mikal che avrebbe portato a casa, in tutti i modi, una gallina nera che, sventrata a forma di croce e tenuta sul capo raso del malato, è il più certo rimedio delle febbri croniche. Ma non era riuscito a trovarla in campagna e non avrebbe avuto il tempo, ora, di farne ricerca in città.

Angustiato da questi pungenti pensieri Simone procedeva spedito sotto il gran peso della croce, e quasi non lo sentiva, tanta era la voglia di arrivar presto al luogo del supplizio. Passi e voci di uomini, mormorii e pianti di donne giungevano ai suoi orecchi, ma non aveva voglia di voltarsi e tanto meno di chiedere notizie dei condannati. Aveva sentito dire da certi vecchioni che assistevano al passaggio del corteo, che si trattava di briganti e non cercò di saper altro.

Simone era venuto dalla natia Cirene a Gerusalemme da pochi anni, per motivi di eredità, e non conosceva quasi nessuno nella città santa, né si curava di far conoscenze nuove e tanto meno teneva dietro ai pubblici affari. Campo e casa era la sua vita e nessuno amava fuor dei figliuoli.

Non sapeva nulla, perciò, di quel ch’era accaduto in quei giorni e i condannati erano, secondo lui, delinquenti comuni. Aveva un po’ di rabbia contro il più debole, contro quello che l’aveva costretto a quel ritardo, ma non arrivava all’odio. Fra poche ore, pensava tra sé, questo sciagurato pagherà con lo strazio e la morte anche questa sua colpa, che sarà l’ultima.

Arrivarono, finalmente, allo spiazzo ch’era in cima al Golgotha. Già s’era simone il cireneo duomo di Modenaaggrappolato intorno un ominaio vociante. Simone posò la croce in terra e senza chiedere licenza né salutare, colse il momento che i soldati gli voltavan le spalle, sgattaiolò tra capannello e crocchio, e a passi di fuga ripassò la porta di Efraim e si nascose in Gerusalemme deserta. Nella sua testa di buonomo sacrificato tenzonavano quattro immagini dominanti: la gallina nera per la febbre, i sicli d’argento di Eliezer, il figliolo bruciante e smaniante, la moglie furibonda.

Da qual parte avviarsi? Ormai era tardi ed era stanco; la spalla destra, indolenzita e ammaccata, gli dava noia. Prevalse l’amore di Alessandro sul timore di Mikal; il desiderio di saper come stava il figliolo, di rivederlo, di far qualcosa per lui. Arrivò alla sua strada, si avvicinò alla sua casa. Sulla porta, come già sapeva anche prima d’averla vista, stava in agguato, scrutante e torva, la moglie.

Il povero Simone si accorse che nessuno lo avrebbe salvato dalla tempesta che già s’annunziava nei baleni degli occhi di Mikal. Era donna di giudizio e di cuore, disposta a soffrire e a svenarsi per il marito e per i figlioli, ma era pur donna di passione e perciò pronta ad accendersi e a garrire. Simone era preparato al rovescio e non aveva altra speranza che di prevenirlo con una di quelle giustificazioni che fermano le più ardite lingue.

Si fece incontro alla moglie e prima che questa potesse aprir bocca le posò dolcemente una mano sulla spalla – una di quelle mani che avevano tenuto e premuto il legno destinato a Gesù. Accadde allora un miracolo, un prodigio inaspettato. Mikal guardò il marito negli occhi e subito si addolcì. E invece di coprirlo di contumelie, come un istante prima voleva fare, disse a Simone con la voce dei giorni placidi:

Come stai? Sei stanco? Vieni subito in casa. Il nostro Alessandro sta sempre male.

Simone trasecolava e non sapeva rendersi ragione di quell’improvviso e mai più visto mutamento. Ma l’affetto per il figliolo lo sviò subito da quel problema. Entrò in casa e corse in camera di Alessandro.

Il giovinetto era disteso, mezzo nudo, sul lettuccio basso e pareva dormisse. Ansava forte, il viso era umido e pieno d’ombre inquietanti: ombre le occhiaie, le narici, le gote disfatte, le pieghe tristi dei labbri. Accanto a lui, seduto per terra, il fratellino Rufo.

Appena sentì entrare il padre nella stanza, il febbricitante aprì gli occhi e lo guardò con espressione d’infinita e ansiosa speranza. Tu sei mio padre e sei forte, pareva che dicessero quegli occhi, tu mi hai dato la vita e mi strapperai dalla morte. Simone si avvicinò pian piano al letto e guardò lungamente il figliolo.Disse Mikal:

  • Hai portato la gallina nera?
  • Non l’ho trovata, non ho avuto tempo di cercarla. Dopo ti racconterò tutto.

Alessandro, che abbandonato giù tra quei cenci intrisi di sudore respirava male, fece atto d’alzarsi e subito Simone l’aiutò. Il figliolo gli pose una mano scarnita sulla spalla destra – su quella spalla indolenzita che aveva sostenuto il peso della croce di Cristo – e provò a tirarsi su. Ma era debolissimo e quell’appoggio non gli bastava. Allora il padre lo abbracciò con tutt’e due le braccia, lo strinse al seno, sollevò il corpo sfinito con materne precauzioni e lo accomodò a sedere sul letto.

Non mi lasciare, mormorò Alessandro.

Abbracciò stretto il padre, gli teneva le mani magre sugli omeri. A Simone quel contatto sulla spalla intormentita dal tronco della croce dava un po’ di fastidio ma non ebbe il coraggio di allontanarsi dal figliolo né di sciogliersi da quell’abbraccio.

Pareva che Alessandro godesse infinitamente a sentirsi così unito al padre: gli sembrava di sentirsi riavere, gli pareva, di momento in momento, di star meglio, di essere un altro.

Mikal, in disparte, guardava con amore padre e figlio così abbracciati. Non si sentiva più il faticoso respiro del ragazzo: a poco a poco il malatino si addormentò col capo sulla spalla di Simone. Questi, per non destarlo, sopportò con amorosa pazienza la molestia che il dolce peso dava alla spalla indolita.

Stettero uniti in quel modo un pezzo. All’improvviso Alessandro si svegliò e non pareva più lui. Gli occhi eran quasi limpidi, era scomparso il sudore.

Mikal si precipitò sul figliolo e lo toccò sulla fronte e sulle guance, gli palpò il petto e le spalle.

Simone! gridò la madre. Simone! Il nostro Alessandro è guarito! Non suda più, non brucia più! Sia lode all’Altissimo!

La poveretta un po’ rideva di meraviglia e un po’ piangeva di gioia né sapeva più che fare. Ora accarezzava il volto del marito stupefatto, ora copriva di baci il viso del figlio risuscitato. Quella terribil febbre che durava da quasi due settimane e aveva resistito a tutti i rimedi naturali e magici, e stava per struggere e portar via il suo primogenito, era stata guarita e vinta in pochi istanti. Simone, col solo contatto della sua mano e della sua spalla, aveva ridato la vita al morituro.

Pubblicato in Frasi per pensare, Profumo di contento | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Leggende e racconti sulla S.Pasqua per bambini. Altre ancora

Leggende e racconti sulla Santa Pasqua per i bambini. Il gallo della Resurrezione, Le lacrime della Madonna (o la leggenda del biancospino) di Pina Ballario, La leggenda del melograno, Le lacrime e i rubini.

Le ho cercate pensando soprattutto ai bambini e la prima mi sembra particolarmente indicata, e anche divertente. Un’idea per mamme e insegnanti: qualche anno fa l’ho vista rappresentata in una scuola elementare, con una incredibile schiera di bambini-galli!!!.

Le altre leggende legate alla S.Pasqua, raccolte nel tempo, la leggenda della passiflora, la leggenda del pettirosso, la leggenda del salice piangente, la leggenda dei tre alberi, e la leggenda dell’ulivo ( e della palma) sono in questa pagina di mammaoca.

Il gallo della Resurrezione

 

a-gallo-illustrazione_Fotor

Quando Cristo fu sepolto si diffuse la voce che sarebbe risorto e i Giudei posero le guardie davanti alla tomba in modo che nessuno potesse trafugarne la salma, fingendone poi la resurrezione. (Mt. 27, 62-66)

Passati tre giorni e visto che non era accaduto nulla, coloro che avevano fatto crocifiggere il Maestro si ritrovarono a cena per fare festa e rallegrarsi d’aver fatto scomparire un nemico tanto pericoloso. Parlarono e discussero tanto, che passò la notte e s’avvicinò l’alba. Essendo tornata la fame, ordinarono ai servi di portare in tavola qualcosa da mangiare. Arrivò in tavola un gallo arrostito, fatto a pezzi in un vassoio. Se lo divisero nei piatti e Caifa disse:

Io dico che è più facile che canti questo gallo, che risusciti quel Nazzareno che abbiamo messo in croce.”

A quel punto, (era proprio l’ora che Cristo risorse), dai loro piatti saltarono le ossa e la carne del gallo, la testa si rizzò nel vassoio in mezzo alla tavola, le piume e le zampe tornarono dalle finestre e il gallo si ricompose, con la cresta rossa, le penne colorate e la coda lunga in mezzo alla tavola. Ed era vivo! Guardò intorno, allungò il collo e fece un potente chicchirichì!

1366790261112_gallo

 

Chicchirichì! Chicchirichì!

Volò quindi sopra il davanzale e sparì nelle prime luci dell’alba. Con un gran volo tornò al suo vecchio pollaio e di là cominciò a cantare, annunciando agli altri galli, che stavano là intorno, la resurrezione di Cristo.

– È risortooooo…

– È risortooooo…

rispondevano gli altri galletti, che propagarono rapidamente la notizia di terra in terra.

A sentire tutto quel baccano la gente si svegliò, non sapendo cosa fosse successo e i galli da quel giorno, al levare del sole, continuano a cantare, annunciando la resurrezione del Signore.

Le lacrime della Madonna, racconto di Pina Ballario (potremmo anche chiamare questo racconto la leggenda del biancospino)

Dopo la morte di Gesù, la Madonna si chiuse nella sua casetta a piangere e a pregare. Usciva quando il sole cadeva dietro le montagne viola. Allora saliva all’orto di Giuseppe, dove avevano sepolto il suo figliolo, e vi restava fino all’alba. Intorno al sepolcro crescevano rovi e spini come quelli che avevano coronato la fronte di Gesù crocifisso. La Madonna piangeva a ricordare la morte crudele del suo Gesù. Piangeva tanto che i rovi si commossero; raccolsero tutte le lacrime della Madonna e le infilarono, come perle, sui loro spini.

biancospinoIl Sabato Santo, quando Gesù risuscitò da morte e la natura fremette di gioia, i rovi biancheggiarono sotto una nevicata di petali candidi. Le lacrime della Madonna si erano mutate in quei bei fiori che hanno nome biancospini. E a ogni Pasqua tornano a fiorire.

Trovato in: http://www.Le lacrime della Madonna di Pina Ballario – Racconti di Pasqua – Poesie.reportonline.it

La leggenda del melograno

Gesù saliva faticosamente la via del Calvario.
 Dalla sua fronte trafitta di spine cadevano
gocce di sangue. 
Gli melograno quadroApostoli, timorosi, lo seguivano da lontano, per non farsi vedere, ed uno di essi, quando il triste corteo era passato, raccoglieva i sassolini arrossati dal sangue benedetto di Gesù e li metteva in un sacchetto.

 A sera gli Apostoli si radunarono tutti tristi nel Cenacolo; l’apostolo pietoso trasse di tasca il sacchetto per mostrare ai compagni
le reliquie del sangue di Gesù, ma nel sacchetto trovò un frutto nuovo, dalla buccia spessa ed aspra dentro alla quale 
erano tanti chicchi, rossi come il sangue di Gesù. 
Era nato il melograno.


Le lacrime e i rubini

Mentre il Signore saliva il Calvario era molta la sofferenza che gli provocano le ferite e le percosse che continuavano a infliggergli i soldati, per cui sanguinava da ogni parte e gli occhi versavano lacrime di sangue. La strada era tutta segnata dalle tracce di dolore che la Madonna, uscita a cercare il Figlio, vedeva sulle pietre, nella polvere e nell’erba. Straziata dalla pena di vedere i segno della sofferenza di Gesù, le toccava una ad una con amore e quelle gocce si tramutarono in rubini e si sparsero nelle viscere della terra, la quale le conserva a ricordo della Passione del Signore.

cascata-rubini

Trovato in: http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Leggende-e-proverbi-della-Pasqua#sthash.xYBqiUIA.dpuf

Pubblicato in Fiaba, Profumo di contento | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nostra Signora del Buon Consiglio di Grazia Deledda

Nostra Signora del Buon Consiglio di Grazia Deledda. Leggenda sarda, 1899. Per ricordare la grazia salvifica della donna. E forse, leggendo la bella storia di Mariedda, vedrete anche voi una luce di luna e sentirete profumo di gelsomino, di arance e di rose.

Oggi, miei piccoli amici, voglio raccontarvi una storia che vi commuoverà moltissimo, e che, se non vi commuoverà, non sarà certamente per colpa mia o delle cose che vi narro, ma perché avete il cuore di pietra.

C’era dunque una volta, in un villaggio della Sardegna per il quale voi non siete passati e forse non passerete mai, un uomo cattivo, che non credeva in Dio e non dava mai elemosina ai poveri. Quest’uomo si chiamava don Juanne Perrez, perché d’origine spagnola, ed era brutto come il demonio. Abitava una casa immensa, ma nera e misteriosa, composta di cento e una stanza, e aveva con sé, per servirlo, una nipotina di quindici anni, chiamata Mariedda.
Mariedda era buona, bella e devota quanto suo zio era cattivo, brutto e scomunicato. Mariedda possedeva i più bei capelli neri di tutta la Sardegna, e i suoi occhi sembravano uno la stella del mattino, l’altro la stella della sera. Don Juanne voleva male a Mariedda, come del resto voleva male a tutti i cristiani della terra; e, potendo, le avrebbe cavato gli occhioni belli; ma per un ultimo scrupolo di coscienza non voleva farle danno; solo, quando essa ebbe compito i quindici anni, pensò di sbarazzarsene maritandola a un brutto uomo del villaggio.
Ella però non volte acconsentire a questo infelice matrimonio, e il brutto uomo del villaggio, per vendicarsi dell’umiliante rifiuto, una notte sradicò tutte le piante del giardino di don Juanne e pose sulla soglia della casa, ove Mariedda e lo zio abitavano, un paio di corna e due grandissime zucche; e ogni notte passava sotto le finestre cantando canzoni cattive. Impossibile descrivere l’ira di don Juanne, e l’avversione che d’allora cominciò a nutrire contro la povera Mariedda. Basta dire che un giorno la prese con sé nella stanza più remota della casa, e le disse:
«Tu non hai voluto per marito Predu Concaepreda (Pietro Testadipietra). Beh! Ma siccome tu devi assolutamente maritarti, preparati a sposare me». La poveretta rimase, come suol dirsi, di stucco, poi esclamò:
«Ma come va quest’affare? Voi non siete mio zio? E da quando in qua gli zii possono sposar le nipoti?».
«Tu sta zitta, fraschetta! Io ho dal papa il permesso di sposarmi con chi voglio, anche senza prete. E ho deciso di ammogliarmi con chi mi pare e piace. Tu pensa bene ai fatti tuoi. O quell’uomo del villaggio, o me. Ti lascio una notte per deciderti.» E se n’andò chiudendola dentro.

Madonna del RimedioAppena sola, Mariedda si mise a piangere e a pregare fervorosamente Nostra Signora del Buon Consiglio, perché l’aiutasse e la ispirasse. Ed ecco, appena fatto notte, le apparve una donna bellissima, tutta circondata di luce, vestita di raso e di velo bianco, con un mantello azzurro e un diadema d’oro simile a quello della regina di Spagna.
Donde era entrata? Mariedda non poteva spiegarselo, e stava a guardare a bocca aperta la bella Signora, quando questa le disse con voce che sembrava musica di violino:
«Io sono Nostra Signora del Buon Consiglio, ed ho sentito la tua preghiera. Senti, Mariedda: chiedi a tuo zio otto giorni di tempo, e se in capo a questi egli non avrà deposto il suo pensiero, chiamami di nuovo. Conservati sempre buona, e mai ti mancherà il mio aiuto e il mio consiglio».
Ciò detto sparve, lasciando nella stanza come una luce di luna e un odore di gelsomino.
Mariedda, che provava una viva gioia, pregò tutta la notte; e il domani chiese a suo zio otto giorni di tempo. Sebbene a malincuore, don Juanne glieli concesse; intanto, perché non fuggisse, la teneva sempre rinchiusa in quella stanza remota, nella quale perdurava la luce di luna e l’odore di gelsomino. Passati però gli otto giorni, le chiese se si era decisa, ché lui voleva assolutamente sposarla il giorno dopo. Rimasta sola, Mariedda si rimise a piangere e pregare, ma tosto ricomparve quella Celeste Signora, che ora aveva un vestito di broccato d’oro e un diadema di perle come quello della Regina di Francia.
«Dormi, Mariedda, e non temere», le disse con voce che pareva musica di rosignuolo. «Prendi questo rosario, che ha virtù di guarire i malati, e nella fortuna non dimenticarti di me, se non vuoi che t’incolga sventura.» E sparì, lasciando nella stanza una luce d’aurora primaverile e una fragranza di garofani.
Mariedda non aveva potuto dire una sola parola. Speranzosa ed estasiata baciò il rosario di madreperla lasciatole dalla divina Signora, se lo pose al collo e si addormentò tranquillamente senza chiedersi che cosa l’indomani sarebbe avvenuto. Ma l’indomani ella si svegliò sotto un roveto, vicino ad una palude; e tosto pensò che colà doveva averla trasportata, durante il sonno, la sua Santa Protettrice.
Levatasi, recitò la solita preghiera, poi si avviò verso una città che si scorgeva in lontananza, tra i vapori rosei del bellissimo mattino. Cammina, cammina, vide un piccolo pescatore che, a piedi scalzi e con la lenza sulla spalla, si recava a pescare in certi piccoli stagni azzurreggianti là intorno. Gli chiese:
«Bel pescatore, in grazia, come si chiama quella città?».
Il pescatore non rispose, ma si mise a cantare:

Io pesco anguilla, e do la caccia all’oca;
Quella città laggiù si chiama Othoca
(che è l’antico nome di Oristano.. )

«Be’», pensò Mariedda, «siamo ad Oristano.»
Cammina, cammina, entrò in città, e subito si diede a cercar una casa in cui potesse entrar come serva; ma inutilmente. Dopo tre giorni e tre notti di viavai da una porta all’altra, morente di fame e di stanchezza, non aveva ancora trovato padrona. Ma non disperava; e pregava, pregava sempre la bella Signora del Buon Consiglio, perché l’aiutasse.
Ora, al quarto giorno, passando davanti al palazzo reale, vide molta gente che parlava sommessa, pallida in volto e piena di dolore.
«Bel soldato», chiese ad un giovine armigero, triste anch’egli come il resto della folla, «che cosa avviene?»
«Sta per morire il figlio del Giudice di Arboréa, e nessun medico può più salvarlo.»
Il Giudice era il re di Arboréa; quindi il figlio era il principe reale, il più bel cavaliere di tutta la Sardegna. Mariedda fu scossa dalla dolorosa notizia e stava per dire un’Ave per il principe moribondo, quando, toccando i grani del suo rosario si ricordò con gioia che questo possedeva la virtù di guarire i malati.

costumi sardi e rosari
Senza dir nulla, attraversò la folla e riuscì a penetrare nel reale palazzo; ma un capitano delle guardie la fermò, e le chiese con arroganza cosa voleva.
«Vengo a guarire don Mariano, il principe malato», ella rispose umilmente. «Ho una medicina meravigliosa che fa guarire anche i moribondi.»
Allora il capitano arrogante la introdusse presso il Giudice, un vecchio re dalla barba lunga fino alle ginocchia, al quale Mariedda dové ripetere le sue parole. Il Giudice restò commosso dalla bellezza della piccola sconosciuta, e più per la sua promessa, ma le disse:
«Bada, fanciulla dagli occhi di stella, se tu c’inganni, noi ti troncheremo la testa».
«E se salvo il principe?»
«Ti daremo ciò che vorrai.»
Ciò detto introdusse egli stesso Mariedda presso il principe morente. Era tempo. Ancora pochi istanti e tutto era perduto.
Ma la nipote di don Juanne Perrez mise il rosario intorno al collo del principe e, inginocchiatasi sulla pelle di cervo stesa davanti al letto, pregò fervidamente.
Allora tutti gli astanti, bianchi in volto e pieni di meraviglia, videro un miracolo straordinario. Don Mariano riapriva gli occhi, i begli occhi castani dalle lunghe ciglia. A poco a poco le sue guance diventarono rosee come il fior degli oleandri dei giardini reali; la sua fronte rifulse di vita; sorrise; si alzò dicendo:
«Padre mio, io rinasco. Chi mi ha salvato?».
Il Giudice piangeva di gioia, piangeva tanto che la sua barba gocciolava di lagrime come un albero bagnato dalla pioggia.
«Ecco!», rispose, sollevando Mariedda.

«Tu devi essere una fata», disse il principe, abbracciandola. «I tuoi occhi hanno una luce di luna. Tu sarai la mia sposa.»
Infatti, poco tempo dopo, cioè appena giunsero dalla Francia e dalle Fiandre i vestiti di broccato che stavano ritti da sé, tanto oro e argento avevano, e i veli e i manti per Mariedda, essa diventò Giudicessa d’Arboréa.
Ed era tanto felice che cominciò a dimenticare la raccomandazione di Nostra Signora del Buon Consiglio, cioè di pregarla e ricordarla sempre, anche nella buona fortuna.
Dopo un anno Mariedda aveva interamente dimenticato la sua Celeste Protettrice: il rosario miracoloso stava appeso nella reale cappella, fra altre reliquie e la Giudicessa scendeva raramente nella cappella, passando invece il tempo tra feste, cacce, tornei, e fra i canti e i liuti, e le mandole dei trovadori, che non mancavano nella corte degli Arboréa.
Ora avvenne che gli Spagnoli invasero il regno di Arboréa, e don Mariano, lo sposo di Mariedda, dovette partire col suo esercito per difendere le sue terre e cacciare gl’invasori. Partì e lasciò Mariedda presso a diventare madre di un bel principino.
«Addio, bella amica», le disse baciandola in fronte, prima di montare sul suo gran cavallo bianco dalla gualdrappa rossa, «sta di buon animo, e fa che al mio ritorno trovi un nuovo principino bello e forte come…»
«Come te, bell’amico! », rispose donna Mariedda con orgoglio.
Durante la guerra, don Mariano stette lungo tempo lontano dalla sua capitale, dal vecchio padre, dalla sposa, e questa, qualche mese dopo la sua partenza, divenne madre di un bellissimo bambino. Questo bambino era tutto color di rosa, e aveva i piedini e le manine che sembravano fiori. Bisogna sappiate, però, che vi era chi aspettava ansiosamente il giorno della nascita del bellissimo bambino, per demolire tutta la felicità della Giudicessa donna Mariedda. Era don Juanne Perrez. Sentite.

Dopo la separazione dalla nipote, egli aveva cominciato a odiarla ferocemente, giurando di vendicarsi. Ma per quante ricerche facesse nel Logudoro e nelle terre vicine, nessuno aveva mai veduto né sentito parlare della fanciulla dagli occhi di stella; e don Juanne già cominciava, con malvagia gioia, a creder che se l’avesse portata via il demonio; quando, recatosi ad Oristano per le feste in occasione delle nozze del principe, vide con meraviglia e dispetto, che la sposa era Mariedda!
Allora egli cosa fece? Tornò nel suo villaggio, vendé tutto quanto possedeva, e vendé persino la sua anima al diavolo, perché lo aiutasse nella vendetta; e si vestì da medico, con una lunga barba bianca, e una zimarra nera. Si vestì così perché in un vecchio libro aveva letto che talmente vestiva Claudio Galeno, un antico dottore. Così travestito, don Juanne Perrez se n’andò nuovamente ad Oristano, spacciandosi per un medico arrivato da Alemagna, e che aveva studiato a Ratisbona.
E tanto disse e tanto fece, che lo accettarono per medico di Corte. Mariedda non lo riconobbe punto. Perciò, quando nacque il bellissimo bambino più sopra accennato, fu chiamato il falso medico; e il falso medico, che aspettava questa occasione per vendicarsi, nascose il bellissimo bambino, e lo sostituì destramente con un cagnolino nero, brutto e rognoso, che teneva pronto. E fece quest’azione vigliacca con tanta destrezza, che neppure Mariedda se ne accorse.
Don Juanne non uccise il bellissimo bambino, ma lo lasciò morir di fame; perciò ancor oggi, in molti punti della Sardegna, la fame vien chiamata Monsiù Juanne, in memoria di questo fatto.
Intanto nella Corte Reale si era immersi nel massimo dolore e spavento, perché mai si era vista una cosa simile; e Mariedda aveva la febbre dal dispiacere e dall’umiliazione. Pazienza fosse stata una popolana a diventar madre di un cagnolino nero, brutto e rognoso, Santo Iddio! la cosa sarebbe stata passabile, perché in quei tempi esistevano le streghe che si maritavano col diavolo, e da questi orribili matrimoni potevano nascere anche cagnolini e scorpioni: ma una Giudicessina, che aveva vestiti di broccato, i quali stavano ritti da sé tant’oro e argento portavano!…
Basta; la cosa fu scritta a don Mariano che, per la prima volta in vita sua, pianse di dolore. E forse egli avrebbe perdonato Mariedda; ma sparsasi nel campo spagnolo la notizia destò tale ilarità e tante beffe a danno del principe nemico, che egli salì su tutte le furie, e scrisse al suo Maggiordomo che tosto pigliasse la Giudicessina col suo mostriciattolo e la portasse lontano, lontano, in luogo donde non potesse far ritorno, poiché egli la ripudiava.
Il Maggiordomo obbedì; e una notte la povera Mariedda si vide trasportata lontano lontano, in una campagna deserta e silenziosa. Fra le braccia ella stringeva il cagnolino, al quale aveva posto un grande amore.

Madonna del Rimedio   OzieriLasciata sola in quella campagna deserta e silenziosa, in quell’ora tremenda di disperazione, ella ricordò finalmente il suo passato, ricordò Nostra Signora del Buon Consiglio, e cadde al suolo piangendo, chiedendo misericordia e perdono.
Allora, come nella stanza buia e remota della casa di don Juanne, ecco si fece una gran luce d’oro, e in essa apparve la Madonna col vestito bianco e il manto azzurro e il diadema simile a quello della Regina di Spagna.
«Mariedda, Mariedda», disse con voce soavissima, che consolò la povera afflitta, «tu ti sei dimenticata di me, e per ciò sventura t’incolse. Ma io non abbandono gli afflitti, e sono la madre dei dolorosi»
Con la fronte al suolo Mariedda piangeva e pregava.
«Mariedda», continuò la Madonna, «cammina, cammina. Troverai una casa che sarà tua, e dove nulla ti mancherà. Vivi là finché sia giunto il tuo giorno e non dimenticarti più di me.»
Ciò detto sparve. Sulle desolate campagne si sparse una luce di sole nascente, le siepi fiorirono, i ruscelli brillarono; un soave profumo di puleggio passò per l’aria, e una fila di merli dal becco giallo cantò su un muro vicino.
Quando sollevò la fronte dal suolo, Mariedda si trovò fra le braccia non più il cagnolino nero, ma un bellissimo bambino tutto color di rosa, le cui manine e i cui piedini sembravano fiori. Per un momento pensò di tornarsene in Corte con quel bellissimo bambino; ma le parole di Nostra Signora del Buon Consiglio le stavano fitte in mente: e tosto riprese a camminare attraverso la grande pianura improvvisamente fiorita.
Cammina, cammina e cammina, dopo lunghe ore si trovò davanti una bella casetta verde, nascosta in un boschetto d’aranci e rose. Dagli aranci pendevano grosse palle d’oro, e dalle rose salivano grandi fiori di corallo. Mariedda picchiò.
Una serva vestita in costume, con la sottana di scarlatto fiammante, il corsetto di broccato verde-oro e un gran velo bianco in testa, aprì e disse inchinandosi:
«Siete voi la padrona che s’aspettava?».
«Sì», rispose Mariedda sorridendo.
E da quel giorno, infatti, essa fu la padrona di quella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose.

Il giardino di daubigny. van-gogh. Amsterdam
Nessuno passava mai là vicino; il mondo era lontano, lontano, eppure nulla mancava mai nella casetta: c’era sempre il pane che sembrava d’oro; l’acqua che sembrava d’argento; il vino che sembrava sangue; l’uva che sembrava grappolo di perle; la carne che sembrava corallo; l’olio che sembrava ambra; il miele che sembrava topazio; il latte che sembrava neve. E infine tutte le cose.

Mariedda era felice: pregava sempre, e aspettava il giorno promesso, nel quale sperava rivedere lo sposo diletto. Intanto il bellissimo bambino, che si chiamava Consiglio, cresceva come i piccoli aranci del boschetto, e rideva e correva su cavalli di canna, ai quali, sebbene non avessero che la coda, faceva eseguire rapidissimi volteggi.
Scorsero cinque anni. Un giorno, finalmente, passò vicino alla casetta verde una comitiva di cacciatori, che si erano smarriti in quelle campagne disabitate, e chiesero ospitalità a Mariedda.
Immaginatevi voi il batticuore, la sorpresa e la gioia di Mariedda nel riconoscere il suo sposo nel capo di quei cacciatori smarriti!
«Ecco giunto il giorno!», pensò trepidando. Ma non si fece conoscere, perché era alquanto cambiata e vestiva in costume. Però accolse graziosamente i cacciatori, fra i quali eravi anche don Juanne, il medico del diavolo.
Tutti furono incantati della buona accoglienza e della bellezza di Mariedda e di Consiglio. A tavola don Mariano, che sedeva accanto alla padrona, le raccontò la sua sventura, e le disse che si era pentito del suo atroce comando, che aveva fatto cercare la povera sposa per tutti i monti e le valli di Sardegna, e che, non avendola potuta ritrovare, ora egli era l’uomo più infelice della terra, tormentato dai rimorsi e dalle ricordanze.
Mariedda fu intenerita da questo racconto, e decise rivelarsi prima che i cacciatori partissero.
Intanto accadde questo fatto straordinario, che dimostrò come la giustizia di Dio si riveli nelle più piccole cose. Sentite. Un cucchiarino d’oro del servizio da tavola era caduto per terra. Consiglio, che giocherellava attraverso le sedie, lo raccolse, e introdottosi sotto la mensa, così giocando, lo pose dentro la scarpina di marocchino ricamata di don Juanne. Poi se n’andò via, e dalla serva fu posto a dormire.
Quando si venne a sparecchiare, si notò la mancanza del cucchiarino d’oro, e questo non si poté rinvenire in alcun posto.
«Bel signore», allora disse Mariedda al principe, «io ho dato ospitalità a voi ed ai vostri cavalieri. Perché dunque mi si paga così?»
E raccontò l’affare del cucchiarino d’oro, che, senza dubbio, era stato rubato da qualcuno dei cacciatori.
Don Mariano salì su tutte le furie, e traendo la spada, gridò:
«Cavalieri, qualcuno da qui ha rubato. Confessate la vostra onta o ve ne pentirete amaramente!».
Tutti negarono: don Mariano riprese:
«Bene, bei signori! Frugherò io stesso le vostre persone, e guai al traditore indegno, che ha così ricompensato l’ospitalità di questa nobile dama. Lo trapasserò con la mia spada».
Detto fatto. Frugò tutti i cacciatori, e trovò il cucchiarino d’oro nella scarpina di marocchino ricamato di don Juanne. Invano questo si protestò innocente.
«Messere», gli disse il principe, «voi morrete per mia mano.»
E stava per ucciderlo, quando Mariedda impietosita, chiese grazia per lui, e si rivelò con grande contentezza del principe.
Commosso da questa scena, don Juanne si gettò ai piedi della nipote, che lo aveva salvato, e confessò le sue colpe.

Mariedda e il principe lo perdonarono; solo, in penitenza, gl’imposero di viver sempre nella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose, perché si pentisse ed espiasse i suoi peccati nella solitudine. Non sappiamo se egli veramente si sia pentito: sappiamo però che egli non si mosse più di là; mentre Mariedda, Consiglio col suo cavallo di canna, la serva col suo costume e il suo velo, don Mariano e tutti gli altri cacciatori tornarono alla Corte, dove furono accolti con grandi feste, e dove vissero lungamente felici. Mentre passavano vicino agli stagni, quel pescatore che aveva cantato quando Mariedda veniva la prima volta ad Oristano, questa volta cantava così:

Uccelli che volate, che volate,
In compagnia di me,
Andate e ritornate,
Fatto han la pace la regina e il re.

Pubblicato in Fiaba, Quasi il Paradiso | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Come rivolgersi a un gatto. The ad-dressing of cats by T.S.Eliot

COME RIVOLGERSI A UN GATTO è una delle poesie del libro di T.S.ELIOT,

“IL LIBRO DEI GATTI TUTTOFARE”, di cui ho già parlato qui

THE AD-DRESSING OF CATS” in “OLD POSSUM’S BOOK OF PRATICAL CATS”.

Da questo libro è stato tratto il più famoso musical del mondo CATS

libro gatti mammaoca

Dedicato a GATTO, il bel micione adottivo sardo, il vero padrone del giardino di casa Marinedda, colui con il quale ho definitivamente capito l’espressione “il gatto che gioca con il topo”, peccato che l’abbia fatto davanti a me, di giocare con il topo. GATTO, che si presenta appena arriviamo e ci saluta quando partiamo.

Per tutti quelli che hanno un

Ineffabile effabile effineffabile GATTO

EHI GATTO BELLO!

EHI GATTO BELLO!

COME RIVOLGERSI A UN GATTO di T.S.Eliot

Ora che avete letto di molti tipi di gatti,

vi posso dire che la mia opinione

è che non c’è bisogno di un interprete

per comprendere il loro carattere.

Ora avete imparato abbastanza per capire

che un Gatto non è affatto differente

né da voi né da me né da altra gente

che si ritiene abbia un tipo di mente diversa.

C’è chi è savio, c’è chi è matto,

ci sono i buoni, ci sono i perversi,

c’è chi è migliore, c’è chi è mal fatto –

ma tutti sono adatti a descrizioni in versi.

Li avete visti al lavoro, li avete visti giocare,

perfino il nome vi è ormai familiare,

e ne riconoscete usi e costumi:

ma con quali lumi

sapreste veramente definirmi un Gatto?

Così per rinfrescarvi la memoria,

dirò che solo un dato ci rimane:

che UN GATTO NON E’ UN CANE.

Fingono, i cani, di amare la baruffa;

e di frequente abbaiano, ma mordono di rado;

un cane, nel complesso,

è di animo brado, per non dire fesso.

Con l’eccezione, ovviamente, dei cani Pechinesi

e simili esemplari di stramberia canina.

Per un tipo comune di razza cittadina

la più vera e provata inclinazione

è recitare il ruolo del buffone,

tanto che ben lontano dal mostrare orgoglio

manca solitamente di ogni dignità.

E’ molto facile infatti che cada nell’imbroglio –

basta fargli carezze sotto il mento,

acchiappargli la coda o battergli la schiena,

e quello vi scodinzola e stronfia da far pena.

Un cane è così goffo e così poco astuto

che risponde a ogni fischio e a ogni saluto.

Così per rinfrescarvi la memoria

dirò che solo un dato risponde a questo fatto:

un cane è solo un cane, mentre UN GATTO E’ UN GATTO.

Con i gatti si dice, solo un proverbio è vero:

Meglio non essere i primi a parlare.

Ma io ritengo, per essere sincero,

che un Gatto lo si debba interpellare.

Sempre tenendo a mente che diffida

di un’eccessiva familiarità.

Perciò mi inchino, mi tolgo il cappello,

e mi rivolgo a lui dicendo GATTO!

Ma se per caso è quello della stanza accanto,

quello per cui posso menare il vanto

di averlo già incontrato sul portello

posso arrischiarmi a dirgli EHI GATTO BELLO!

Magari so che si chiama Giovanni,

ma non essendo in stretta confidenza,

evito il nome ed ogni conseguenza.

Prima che si decida a trattarvi da amico leale

ci vuole un segno di vera deferenza,

come un vassoio di crema, un fagiano, caviale,

un paté di salmone o un paio di ripieni di Strasburgo,

tanto è preciso il gusto personale di quel furbo.

(Conosco un gatto il cui solo consiglio

è mangiare cosciotti di coniglio,

leccandosi le zampe a mo’ di molle

per non sprecare la salsa di cipolle).

E’ dunque per un gatto del tutto naturale

essere fatto segno a un rispetto totale,

e soltanto col tempo capirete come

sia consentito chiamarlo per NOME.

Perché titìra e titèra

è l’unica maniera

per potersi RIVOLGERE A UN GATTO.

THE AD-DRESSING OF CATS

You’ve read of several kinds of Cat,

And my opinion now is that

You should need no interpreter

To understand their character.

You now have learned enough to see

That Cats are much like you and me

And other people whom we find

Possessed of various types of mind.

For some are sane and some are mad

And some are good and some are bad

And some are better, some are worse —

But all may be described in verse.

You’ve seen them both at work and games,

And learnt about their proper names,

Their habits and their habitat:

But

How would you ad-dress a Cat?

So first, your memory I’ll jog,

And say: A CAT IS NOT A DOG.

Now Dogs pretend they like to fight;

They often bark, more seldom bite;

But yet a Dog is, on the whole,

What you would call a simple soul.

Of course I’m not including Pekes,

And such fantastic canine freaks.

The usual Dog about the Town

Is much inclined to play the clown,

And far from showing too much pride

Is frequently undignified.

He’s very easily taken in —

Just chuck him underneath the chin

Or slap his back or shake his paw,

And he will gambol and guffaw.

He’s such an easy-going lout,

He’ll answer any hail or shout.

Again I must remind you that

A Dog’s a Dog — A CAT’S A CAT.

With Cats, some say, one rule is true:

Don’t speak till you are spoken to.

Myself, I do not hold with that –

I say, you should ad-dress a Cat.

But always keep in mind that he

Resents familiarity.

I bow, and taking off my hat,

Ad-dress him in this form: O CAT!

But if he is the Cat next door,

Whom I have often met before

(He comes to see me in my flat)

I greet him with an OOPSA CAT!

I’ve heard them call him James Buz-James —

But we’ve not got so far as names.

Before a Cat will condescend

To treat you as a trusted friend,

Some little token of esteem

Is needed, like a dish of cream;

And you might now and then supply

Some caviare, or Strassburg Pie,

Some potted grouse, or salmon paste —

He’s sure to have his personal taste.

(I know a Cat, who makes a habit

Of eating nothing else but rabbit,

And when he’s finished, licks his paws

So’s not to waste the onion sauce.)

A Cat’s entitled to expect

These evidences of respect.

And so in time you reach your aim,

And finally call him by his NAME.

So this is this, and that is that:

And there’s how you AD-DRESS A CAT.

 

 

Pubblicato in Frasi per pensare, Profumo di contento | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Costo del viaggio per la Sardegna 2016. Le 4 soluzioni meno costose

Costo del viaggio per la Sardegna 2016. Le 4 soluzioni meno costose per raggiungere l’isola, i prezzi più bassi per ogni tipo di viaggio, estratto da quanto scritto nel post precedente dove potrete leggere tutte le informazioni concernenti le compagnie, gli sconti e quel che c’è da sapere prima di scegliere il viaggio.

I prezzi sono aggiornati ad oggi 26 febbraio

Il viaggio in Sardegna per una famiglia di 5 persone, 2 adulti e 3 bambini dai 4 agli 11 anni, dal 29 luglio al 16 agosto, nelle due settimane più costose dell’anno

Anche quest’anno

  • 1- passare dalla Corsica risulta essere il viaggio meno costoso, tra i 453 euro (Moby) e i 573 euro (Corsica ferries), seguito da
  • 2- viaggiare di giorno da Livorno 578 euro (Moby) e 593 euro (Corsica ferries). Comunque anche
  • 3- viaggiare di notte con cabina non raggiunge quelle cifre di cui ho sentito parlare, Tirrenia fa pagare 798,44 euro da Genova e Grimaldi 598 euro da Civitavecchia,
  • 4- includo anche la soluzione meno costosa con aereo per mamma e bambini (Meridiana, Milano Linate-Olbia), e traghetto diurno per papà (Moby o Corsica Ferries, Olbia – Golfo Aranci) che è di euro 682
Pubblicato in Quasi il Paradiso, Sì Viaggiare, Vacanze con i bambini...per i bambini | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Costo del viaggio per la Sardegna 2016. Come spendere meno su navi e aerei

 

Costo del viaggio per la Sardegna 2016. Come risparmiare su traghetti e aerei…e spendere meno delle cifre iperboliche che spendono molti miei amici e di quelle che “si dice” sul web, ho sentito parlare di “1.800 euro e oltre”, in queste leggende metropolitane (a meno che uno non voglia una cabina per ogni componente della famiglia, una per me e il cane, una per il marito che russa, ecc. ecc. Cose assai capibili, e conosco qualcuno che le adotta, che però fanno lievitare i costi!). Considerando sempre che la vacanza comincia dal viaggio, anche quando si cerca di risparmiare.

IMG_8241 2

Comincia dal viaggio anche per le famiglie con bambini, e quelle che conosco, si fanno in quattro per poter portare i figli in questo paradiso di isola, per far vedere e gustare la bellezza già da piccoli.

Tutte le soluzioni presentate sono state provate dalla sottoscritta in 26 anni di viaggi Continente-Sardegna e ritorno. Io, il marito, i 6 figli, amici dei figli, cugini, zii, nonno ora 92enne, più tutte quelle persone che passano da casa mia, dal mio paese, e gli amici che mi chiedono consigli.

Premesse necessarie, alcune già considerate gli scorsi anni, nel 2011 e nel 2013, ma che rimangono sempre attuali. Prima di vedere tratte e prezzi vi consiglio di leggerle. 

1- Il viaggio, se deve farti sentire già in vacanza, è una questione molto personale, ad esempio a me non piace molto viaggiare di notte e mi piace molto seminare km e km in auto e il viaggio lo costruisco anche su questo, e con figli al seguito. Mamma felice fa bambini felici.

2- La simulazione è stata fatta per i giorni più costosi dell’estate, le due prime settimane di agosto, per una famiglia composta da 2 adulti e 3 bambini tra i 4 e gli 11 anni, che pagano la metà. Sotto i 4 anni i bambini viaggiano gratis. Variando anche solo di uno o due giorni la prenotazione, i costi cambiano, magari ci sono offerte, best price e quant’altro, e variano ancor di più se ci possiamo permettere di fare le vacanze in periodi diversi, cosa che sta succedendo sempre più di frequente.

3- La simulazione è su una prenotazione fatta oggi 25 febbraio. La politica adottata praticamente da tutte le compagnie aeree e navali è che chi prima prenota, meno paga.

4- Quest’anno i viaggi notturni, anche con cabina, hanno avuto un lieve calo di costo, per cui li prenderò in considerazione. Se la vacanza comincia con il viaggio, questa rimane la soluzione più rilassante per chi ha bambini piccoli. A meno che non si ami l’avventura e la mia soluzione preferita da sempre, il passaggio dalla Corsica, o la velocità e allora l’aereo fa per voi, ma dovrete avere un marito compiacente che porta l’auto in Sardegna da solo (ne conosco di così, ma anche contrari), oppure affittiate l’auto. Vedi sotto

5- Nel caso rinunciate alla cabina, per qualsiasi tipo di viaggio, anche diurno, con un risparmio che va dai 200 ai 700 euro, è meglio che uno dei due adulti salga sulla nave prima dell’auto e prima che salgano tutti, per cercare il posto migliore in cui accamparsi. Si comincia la vacanza all’insegna del “campeggio in nave”, tanto richiesto dai bambini, usato soprattutto dai molti stranieri che si adattano meglio di noi italiani, materassini e sacchi a pelo a delimitare un mondo. La Moby è la nave con i sedili più comodi.

6- I viaggi diurni sono sicuramente un guadagno perché non si deve necessariamente prendere la cabina, ma, se si viaggia da Livorno a Golfo Aranci o Olbia la durata è di 6 ore e mezza circa, invece per la tratta Genova Olbia le ore sono 11. Con bambini al seguito dovrete avere una conduzione familiare perlomeno militare, organizzazione, prontezza di spirito, saper dire di no in continuazione, borsa stile Mary Poppins piena di meraviglie con cui fargli passare il tempo, molta pazienza con una nave stracarica. E’ consigliabile, soprattutto in questi giorni, delimitare uno spazio per la propria famiglia con materassini o teli.

7- Le date prese in considerazione sono le più calde dell’estate: partenza venerdì 29 luglio, ritorno martedì 16 agosto, tranne in alcuni casi che metterò in evidenza.

Ho considerato tutte le compagnie navali ma solo alcuni collegamenti, quelli in generale meno costosi, anche se sono elencate tutte le tratte disponibili. 

Anche quest’anno

  • passare dalla Corsica risulta essere il viaggio meno costoso, tra i 453 euro (Moby) e i 573 euro (Corsica ferries), seguito da
  • viaggiare di giorno da Livorno 578 euro (Moby) e 593 euro (Corsica ferries). Comunque anche
  • viaggiare di notte con cabina non raggiunge quelle cifre di cui ho sentito parlare, Tirrenia fa pagare 798,44 da Genova e Grimaldi 598 da Civitavecchia,
  • includo anche la soluzione meno costosa per aereo per mamma e bambini (Meridiana), più papà in traghetto (Corsica Ferries) euro 682

considerando che ho simulato una prenotazione nelle due settimane più costose dell’anno.

IMG_2133

Le scogliere di Bonifacio viste dal traghetto verso S.Teresa

GNV, grandi navi veloci

  • Genova – Porto Torres andata h.20.30, ritorno h.20.30

30 luglio – 16 agosto (non esiste collegamento il 29 luglio) 1 poltrona e 1 cabina per 4. Non esiste la possibilità di avere solo il posto ponte, ogni passeggero deve avere una sistemazione

andata e ritorno euro 1.105

Grimaldi

Grimaldi offre uno sconto del 30 % per prenotazioni fatte entro il 31 marzo e per i primi 100.000 posti il ritorno è gratuito. Per maggiori informazioni

  • Livorno – Olbia andata h.21.30, ritorno h. 10 (8 ore) sul ritorno esiste solo il viaggio diurno

29 luglio-16 agosto cabina da 4 e un posto ponte

andata e ritorno euro 952.00 con promozione 30% più ritorno gratis, euro 1652.50 senza promozioni. Si risparmiano circa 150.00 euro se si rinuncia alla cabina sul ritorno di giorno, si risparmiano 350.00 euro su andata e ritorno, si risparmiano più di 700 euro se si rinuncia alla cabina sul biglietto senza promozioni

  • Civitavecchia – Porto Torres andata h.22.15 ritorno h.11.30 (9 ore e 15)

andata e ritorno euro 598.00 con promozione 30% e ritorno gratis, euro 1102,50 senza promozioni. Si risparmiano 70 euro se si rinuncia alla cabina sul ritorno di giorno, su andata e ritorno 160.00

Moby Lines e Tirrenia

-L’acquisizione di Tirrenia da parte di Moby ha per noi viaggiatori il vantaggio che sul sito Moby in un’unica schermata possiamo vedere tutte le tratte delle due compagnie e confrontare i prezzi. Ad esempio per il 29 luglio sono attive 12 partenze.

Tirrenia ha introdotto dal 1 gennaio 2016 per nativi e residenti sardi una tariffa fissa e illimitata per ogni periodo dell’anno, tariffa Flat. Triplo evviva per me, per il figlio sardo e per tutti i miei amici sardi 

-Fate molta attenzione a prenotare dal sito di Tirrenia perché la loro proposta automatica, sulla sinistra dello schermo, ha sempre una cifra alta perché prevede che ogni persona abbia un alloggiamento. Nel nostro caso, per 5 persone, automaticamente prevedono 2 cabine da 4 persone. Modificate tutto al caso vostro nella parte centrale della schermata, nel caso della famiglia da me ipotizzata dovrete comprare una cabina da 4 e un posto ponte (poi comunque dormirete in 5 in cabina…coi bambini si può fare…si può fare) oppure 5 posti ponte.

Moby Lines e Tirrenia per ogni biglietto acquistato entro il 30 aprile 2016, offrono uno sconto del 25% da utilizzare su un altro biglietto per partenze fino al 31 dicembre. Conviene quindi, invece di comprare un’andata e ritorno, fare due biglietti separati, così da utilizzare il buono dell’andata per il ritorno. Si può usare lo sconto da tre giorni dopo la prenotazione, quindi fate il biglietto d’andata, aspettate tre giorni e fate quello di ritorno. Per maggiori informazioni.

  • Genova . Porto Torres h. 20.30 sia andata che ritorno con Tirrenia

29 luglio-16 agosto 1 cabina 4 posti e 1 posto ponte 

andata e ritorno con cabina euro 798,44, senza cabina euro 655,45 con biglietti di andata e ritorno comprati separatamente per usufruire di sconto di cui sopra.

residenti con cabina euro 539 senza cabina euro 401,85 (non ho applicato lo sconto del 25% che riduce di 60 euro circa il biglietto)

  • Livorno – Olbia andata h.8 (6 ore e mezza) ritorno h.11 (7 ore) Moby

29 luglio-16 agosto. Per chi vuole essere in Sardegna in giornata e ama (ovvero non odia) le levatacce

andata e ritorno senza cabina e comprando prima il biglietto di andata per usufruire dello sconto del 25% sul ritorno euro 578

– Le altre tratte di Moby e Tirrenia con qualche costo

Genova -Olbia

  • Civitavecchia – Olbia, andata h.14,30 (5 ore) ritorno ore 8.30 euro 602,98 sempre con sconto sul ritorno

Napoli – Cagliari

  • Civitavecchia – Cagliari andata h.20 ritorno h.19 con cabina euro 623 con sconto sul ritorno

Genova – Arbatax

Civitavecchia – Arbatax

Corsica-ferries

  • Livorno-Golfo Aranci andata h.8 (6 ore e mezza), ritorno h. 15.30

andata e ritorno senza cabina euro 593,45

i residenti sardi su questo biglietto pagano circa 110 euro in meno

-le altre tratte di Corsica-Ferries

Nizza – Golfo Aranci (nuova tratta interessante per chi abita a nord ovest)

Passare dalla Corsica.

Si arriva a Bastia da Livorno, Genova o Savona, o anche da Nizza, si percorrono 180 km fino a Bonifacio e col traghetto si arriva a S.Teresa di Gallura in 50 minuti.

Se volete potete dare un’occhiata a quello che avevo già scritto qui, in attesa che vi scriva come avverrà il mio viaggio di quest’anno.

Ho considerato solo due tratte, quelle che costano meno e permettono di prendere i traghetti a Bonifacio in giornata, trascorrendo qualche ora in terra corsa.

Moby

  • 29 luglio-16 agosto Livorno-Bastia andata h.8 (4 ore) ritorno h.14 (4 ore)

andata e ritorno euro 266 con sconto sul ritorno comprando i biglietti uno alla volta.

Se non potete partire il venerdì mattina, evitate di viaggiare il sabato in Corsica perché i prezzi sono molto più alti, saltate alla domenica. Anche qui per chi ama le levatacce. Moby ha anche una tratta Genova-Bastia e la nuova Nizza-Bastia.

Corsica ferries

  • 29 luglio-16 agosto Savona-Bastia andata h. 23.30, ritorno h. 13.30 (6 ore circa)

andata con cabina e ritorno senza cabina euro 575,34. Questa opzione prevede di partire la sera, con cabina e di avere così tutta la giornata successiva da trascorrere in Corsica. La cifra è alta perché l’andata è prevista sul sabato, spostando al giorno dopo, 30 luglio, mantenendo lo stesso ritorno si spendono euro 385,84. La cifra si riduce ulteriormente rinunciando alla cabina. Corsica ferries ha anche la tratta Livorno-Bastia.

  • Bonifacio-S.Teresa con Moby andata e ritorno euro 187,5 circa comprando i biglietti uno alla volta per usufruire dello sconto del 25%, come tutti i biglietti Moby e Tirrenia.
  • Prezzo totale tratta Livorno-Bastia più Bonifacio-S.Teresa e ritorno euro 453,5
  • tratta Savona-Bastia più Bonifacio-S.Teresa e ritorno euro 573,3 con partenza il 30 luglio.

Con volo aereo (scusate ma per i voli aerei ho considerato solo le “mie” partenze da Milano)

Stesse date 29 luglio – 16 agosto due possibilità di viaggio sono:

  • viaggiare tutti in aereo e noleggiare l’auto. Si spenderebbero in questo momento (per i viaggi aerei vale ancor di più la regola, prima prenoti meno spendi) da Milano a Olbia con Meridiana, senza bagaglio, circa 1.100 euro tra volo e noleggio auto, con Easyjet, senza bagaglio, 1.500 euro. Da Milano su Alghero e Cagliari con Alitalia, con bagaglio, 1.500 euro, e con Ryanair, senza bagaglio, circa 1.400 euro, sempre volo più noleggio.

oppure

  • bambini e mamma viaggiano in aereo, il papà viaggia in nave con l’auto (questa è la soluzione che adottano amici con bambini piccoli e che anch’io ho sperimentato)

Volo Milano Linate – Olbia per un adulto e tre bambini con Meridiana, senza bagaglio, più posto ponte per un adulto con auto, Livorno – Olbia su Corsica-ferries è, in questo preciso momento, la soluzione più economica per quei bravi papà che vogliono far viaggiare in una sola oretta mamma e bambini, e “rilassarsi” soli, soletti, con una bella traversata diurna. Andata e ritorno circa 682 euro.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Pubblicato in Quasi il Paradiso, Sì Viaggiare, Vacanze con i bambini...per i bambini | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

La pastorella e lo spazzacamino di H.C.Andersen

La pastorella e lo spazzacamino di Hans Christian Andersen

Ovvero, Storia di un amore che vince tutti gli ostacoli….anche quelli che la natura “porcellanosa” impone.

Il cuore è fatto per il vasto mondo anche se si vive su un tavolino sotto lo specchio.

francobolo la pastorella e lo spazzacamino

Francobollo danese, La pastorella e lo spazzacamino

Da piccola ho sempre fatto il tifo per lo spazzacamino e ho sempre avuto poca pietà per la pastorella che preferisce la sicurezza di un tavolino alla vastità del mondo con il cielo pieno di stelle. Cosa sacrifica lo spazzacamino in nome dell’amore, mi chiedevo? Si parte per il vasto mondo e poi si ha nostalgia di casa?

Ma la pastorella che piange perché il mondo “è troppo..” è un’immagine così suggestiva che solo oggi posso capire. E un amore, pur di porcellana, giovane e fragile, può durare per sempre.

 Frase: Il cielo con tutte le sue stelle si stendeva sopra di loro, e in basso stavano tutti i tetti della città; potevano guardare lontano lontano nel vasto mondo. La povera pastorella non si era mai immaginata nulla di simile, appoggiò la testolina al suo spazzacamino e pianse, pianse tanto che l’oro si staccò dalla sua cintura.

«Questo è troppo!» sospirò «non lo sopporto. Il mondo è troppo grande! Come vorrei essere di nuovo su quel tavolino sotto lo specchio! Non potrò mai più essere felice se non torno laggiù! Io ti ho seguito nel vasto mondo, ora tu dovresti riaccompagnarmi a casa di nuovo, se mi vuoi un po’ di bene!»

Hai mai visto un armadio di legno, proprio vecchio, tutto nero per la vecchiaia, intagliato con ghirigori e fogliame? Ce n’era uno così in salotto, era stato ereditato dalla bisnonna ed era intagliato da capo a piedi con rose e tulipani e strani arabeschi dai quali spuntavano teste di cerbiatti con le corna ramose. Ma al centro dell’armadio si trovava, sempre scolpito, un uomo intero, ed era proprio divertente guardarlo, e lui stesso sogghignava, anche se non rideva apertamente. Aveva zampe di caprone, piccole corna sulla fronte e una lunga barba. I bambini di quella casa lo chiamavano sempre “sergente general maggiore Zampe-di-caprone”, che è un nome difficile da pronunciare, e poi non sono molti coloro che hanno questo titolo; ma anche intagliare una simile figura era stata una cosa non da tutti. Comunque era lì, e guardava fisso il tavolo sotto lo specchio, dove c’era una graziosa pastorella di porcellana. Aveva le scarpine dorate e la gonna graziosamente rialzata e fissata con una rosa rossa, e poi aveva un cappello d’oro e un bastone da pastorella. Era proprio carina!

Vicino a lei si trovava un piccolo spazzacamino, nero come il carbone, ma pure fatto di porcellana, pulito e grazioso come nessun altro; era spazzacamino solo di nome: lo scultore lo avrebbe benissimo potuto far diventare principe, e sarebbe stato lo stesso! Era proprio carino con la sua scala, col visino bianco e rosa, come se fosse stato una fanciulla e questo era stato un errore perché un po’ di nero l’avrebbe dovuto avere. Era vicinissimo alla pastorella, entrambi erano stati messi lì e si erano fidanzati; erano adatti l’uno all’altra, erano giovani, fatti della stessa porcellana e ugualmente fragili.

IMG_4221

erano adatti l’uno all’altra, erano giovani, fatti della stessa porcellana e ugualmente fragili

Vicino a loro si trovava anche una statuetta tre volte più grande di loro: era un vecchio cinese che poteva far cenno con la testa. Anche lui era di porcellana e sosteneva di essere il nonno della pastorella, ma non era in grado di dimostrarlo – diceva di avere autorità su di lei e per questo aveva fatto un cenno di assenso al sergente general maggiore Zampe-di-caprone, quando aveva chiesto di sposare la pastorella. «Che marito che avrai» disse il vecchio cinese «credo sia fatto di mogano; sarai la moglie del sergente general maggiore Zampe-di-caprone, che ha l’armadio pieno di argenteria senza contare tutte le gemme dei cassettini segreti!» «Io non voglio finire in quell’armadio buio!» si lamentò la pastorella «ho sentito dire che ci tiene ben undici mogli di porcellana!» «Così tu diventerai la dodicesima!» commentò il cinese. «Questa notte, non appena il vecchio armadio scricchiolerà, festeggeremo il matrimonio, com’è vero che io sono un cinese!» e intanto faceva dondolare la testa, e si addormentò.

La pastorella pianse e guardò il suo amato, lo spazzacamino di porcellana. «Ti voglio chiedere se vuoi venire con me nel grande mondo» gli propose «dato che qui non possiamo più rimanere.» «Farò tutto quello che vuoi!» rispose lo spazzacamino. «Andiamocene subito; credo che ti potrò mantenere con il mio lavoro.» «Se solo fossimo giù dal tavolo!» esclamò lei. «Non sarò contenta finché non saremo nel vasto mondo.» Lui la consolò e le mostrò dove mettere i piedini sugli angoli intagliati e sul fogliame dorato per scendere lungo la gamba del tavolo. Usò anche la sua scala, e si ritrovarono sul pavimento, ma quando guardarono verso il vecchio armadio videro una gran confusione. Tutti i cervi intagliati avevano allungato la testa, drizzato le corna e girato il collo, il sergente general maggiore Zampe-di-caprone saltava per aria gridando: «Scappano! Scappano!».

Loro si spaventarono e saltarono a gran velocità in un cassetto davanti alla finestra. Lì dentro c’erano tre o quattro mazzi di carte non completi e un piccolo teatro di burattini, che era stato montato in qualche modo. Stavano recitando una commedia, e tutte le donne di quadri, di cuori, di fiori e di picche erano sedute in prima fila e si facevano vento con i loro tulipani, dietro di loro si trovavano i fanti, che avevano una testa all’insù e una all’ingiù, proprio come le carte da gioco. La commedia parlava di due innamorati che non potevano stare insieme, e la pastorella pianse, perché era proprio come la sua storia.

IMG_4224 2

stavano recitando una commedia, e tutte le donne di quadri, di cuori, di fiori e di picche erano sedute in prima fila 

«Non ci resisto più!» esclamò «devo uscire dal cassetto!» ma quando si trovò sul pavimento e guardò verso il tavolo, vide che il vecchio cinese era sveglio e si agitava con tutto il corpo, dato che la parte inferiore era una palla! «Adesso arriva il vecchio cinese!» gridò la pastorella, e si abbandonò sulle ginocchia di porcellana tanto era afflitta. «Mi viene un’idea!» esclamò lo spazzacamino «perché non ci caliamo nella grande anfora porta-profumi che sta nell’angolo? Lì dentro potremmo stare sulle rose e sulle viole e gettargli il sale negli occhi se arriva!» «Non servirebbe» ribatté lei «e poi so che il vecchio cinese e l’anfora erano stati innamorati e rimane sempre un po’ d’affetto quando si ha avuto qualche relazione. No, non ci resta altro che andarcene per il vasto mondo!»

 

«Sei certa di avere il coraggio di venire con me nel vasto mondo?» chiese lo spazzacamino. «Hai pensato a quanto sia grande, e che forse non torneremo mai più indietro?» «Certo!» esclamò la fanciulla.

IMG_4225 2

Lo spazzacamino la fissò e poi disse: «La mia strada passa attraverso il camino! Hai davvero il coraggio di arrampicarti con me attraverso la stufa su per la cappa e nella canna fumaria? In questo modo arriveremo fino al comignolo e poi là ci penserò io. Saliremo così in alto che non ci potranno raggiungere, e lassù in cima c’è un’apertura per raggiungere il vasto mondo.» E così la condusse allo sportello della stufa. «Com’è nero!» esclamò lei, ma lo seguì attraverso la cappa e la canna, dove c’era buio pesto. «Adesso siamo nel comignolo» spiegò lo spazzacamino «guarda, guarda: lassù in cima splende la stella più bella!»

Nel cielo si trovava una stella vera, che brillava illuminando fin dove si trovavano loro due, come se avesse voluto mostrar loro la strada. Strisciarono e si arrampicarono, il percorso era tremendo e portava sempre più in alto: lui avanzava e aiutava la fanciulla, la teneva e le mostrava i punti migliori dove posare i piedini di porcellana, e così raggiunsero il bordo del comignolo e vi sedettero sopra, perché erano proprio stanchi.

Il cielo con tutte le sue stelle si stendeva sopra di loro, e in basso stavano tutti i tetti della città; potevano guardare lontano lontano nel vasto mondo. La povera pastorella non si era mai immaginata nulla di simile, appoggiò la testolina al suo spazzacamino e pianse, pianse tanto che l’oro si staccò dalla sua cintura.

IMG_4223 2

Il cielo con tutte le sue stelle si stendeva sopra di loro, e in basso stavano tutti i tetti della città; potevano guardare lontano lontano nel vasto mondo

«Questo è troppo!» sospirò «non lo sopporto. Il mondo è troppo grande! Come vorrei essere di nuovo su quel tavolino sotto lo specchio! Non potrò mai più essere felice se non torno laggiù! Io ti ho seguito nel vasto mondo, ora tu dovresti riaccompagnarmi a casa di nuovo, se mi vuoi un po’ di bene!»

Lo spazzacamino cercò di farla ragionare, le ricordò il vecchio cinese, e il sergente general maggiore Zampe-di-caprone, ma lei singhiozzava e lo baciava così disperatamente, che a lui non restò altro da fare che accontentarla, anche se era un’idea assurda. Così strisciarono di nuovo con molte difficoltà lungo il comignolo e passarono attraverso la canna e la cappa; non era certo un divertimento! Infine si trovarono nella stufa buia e sbirciarono dalla porticina per vedere come era la situazione nel salotto. Vi regnava il silenzio; guardano fuori e… oh! il vecchio cinese era steso sul pavimento e si era rotto in tre pezzi; la schiena si era staccata in un pezzo solo, e la testa era rotolata in un angolo; il sergente general maggiore Zampe-di-caprone invece si trovava sempre al suo posto e meditava.

«È tremendo!» esclamò la pastorella «il vecchio nonno si è rotto e noi ne siamo colpevoli! Non potrò sopravvivere a questo» e cominciò a torcersi le manine. «Si può ancora riaggiustare» le disse lo spazzacamino. «Può benissimo essere aggiustato! Non essere così tragica! Una volta incollata la schiena e fissata la testa col fìl di ferro, sarà come nuovo e ci potrà dire molte cose spiacevoli!» «Credi?» chiese la pastorella; intanto si arrampicarono di nuovo sul tavolino, al loro solito posto. «Guarda dove siamo arrivati!» esclamò lo spazzacamino «potevamo risparmiarci tutto questo fastidio!» «Purché il vecchio nonno venga aggiustato» disse la pastorella. «Verrà a costare molto?»

IMG_4219

non ci resta altro che andarcene per il vasto mondo!

 

 

Papercut di Andersen, lo spazzacamino

Papercut di H.C.Andersen,  Spazzacamino

E venne aggiustato; la famiglia gli rincollò la schiena, gli mise un fìl di ferro nel collo e alla fine sembrava nuovo, ma non poteva più dondolare la testa.

«Lei è diventato molto superbo, da quando è andato in pezzi!» osservò il sergente general maggiore Zampe-di-caprone «eppure non credo che sia una cosa di cui doversi vantare! Allora posso averla in sposa, oppure no?»

Lo spazzacamino e la pastorella guardarono il vecchio cinese in modo commovente; temevano che avrebbe fatto cenno di sì, ma lui non lo poteva fare e neppure voleva raccontare a un estraneo che gli avevano messo del fìl di ferro nel collo; così le due statuette di porcellana restarono insieme, benedissero il fìl di ferro del vecchio nonno e si vollero bene finché si ruppero.

Pubblicato in Fiaba | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

I verdolini di Hans Christian Andersen

I verdolini o I piccoli verdi (De smaa Grønne) o I verdini, fiaba scritta da Hans Christian Andersen nel 1867

In un mondo che, da sempre, cambia il nome delle cose, pensando in qualche modo di correggerne e farne digerire anche l’essenza, solo l’uomo che guarda la realtà senza lasciarsi ingannare dai discorsetti delle “piccole mucche da latte”, può continuare a osare, e chiamare le cose con il loro vero nome.

Mai come nel caso di questa storia…. Chi ha orecchi per intendere intenda!

«Bisogna chiamare ogni cosa con il suo vero nome, e se non si osa farlo nella realtà, bisogna poterlo fare almeno nella fiaba.»

i verdolini

Alla finestra c’era un cespuglio di rose, poco tempo prima aveva una giovanile freschezza, ora aveva un aspetto malaticcio, soffriva di qualcosa. Qualcuno vi si era stabilito e lo stava divorando; erano truppe di occupazione molto ben educate, in uniforme verde. Parlai con uno degli ospiti, aveva solo tre giorni ed era già nonno. Sai cosa disse? Disse cose vere: parlò di sé e di tutta la truppa di occupazione.

«Siamo il reggimento più strano fra tutte le creature della terra. Quando fa caldo mettiamo al mondo dei piccoli già perfettamente formati: il tempo è bello, quindi ci fidanziamo e subito dopo festeggiamo il matrimonio. Mentre col freddo deponiamo le uova, così i piccoli se ne stanno al caldo. L’animale più intelligente, la formica, è molto stimata da noi, ci studia e ci apprezza. Non ci divora subito, prende le nostre uova e le mette nel formicaio comune, ci porta al piano inferiore, ci depone con molta competenza uno sull’altro, uno di fianco all’altro, in modo che ogni giorno uno nuovo esca dall’uovo. Poi ci porta nella stalla, ci lega le zampe posteriori, ci munge e così moriamo. È proprio un gran piacere! Presso di loro abbiamo un nome davvero grazioso: “Piccole mucche da latte!.” Tutti gli animali che se ne intendono di formiche ci chiamano allo stesso modo, solo gli uomini no, e questa è per noi una grande offesa, tanto da farci perdere la nostra dolcezza. Lei non può scrivere qualcosa, non può aiutare questi uomini a capire?! Loro ci guardano in modo così stupido con i loro occhi dispettosi: solo perché mangiamo un petalo di rosa, mentre loro stessi mangiano tutte le creature viventi, tutto quello che è verde e che cresce. E poi ci danno un nome terribile, un nome disgustoso; non lo dirò, oh, mi viene la nausea! Non riesco a dirlo, per lo meno quando sono in uniforme, e io sono sempre in uniforme.

«Sono nato sul petalo del cespuglio di rose, io e tutto il reggimento viviamo di questo rosaio, ma il rosaio vive di nuovo in noi e appartiene a una categoria superiore. Gli uomini non ci sopportano, vengono e ci uccidono con l’acqua saponata; è un’orrida bevanda! Mi sembra già di sentirne l’odore. È proprio terribile venire lavati, quando si è nati per non essere lavati.

«Uomo, tu che mi guardi con quegli occhi severi color acqua saponata, pensa al nostro posto nella natura, alla nostra straordinaria capacità di deporre le uova e di far crescere i piccoli! È il compito che ci è stato affidato, quello di “moltiplicarci.” Nasciamo tra le rose e moriamo tra le rose. Tutta la nostra vita è poesia. Non darci il nome che consideri brutto e disgustoso, quel nome non lo dico, non lo pronuncio! Chiamaci mucche da latte delle formiche, reggimento del cespuglio di rose, verdolini!»

E io, l’uomo, stavo lì a guardare il cespuglio, e i verdolini, il cui nome non oso dire per non offendere un cittadino della rosa, una grande famiglia con le uova e con piccoli vivi. L’acqua saponata con cui volevo lavarli, perché ero venuto con l’acqua saponata e con pessime intenzioni, la sbatterò e ci soffierò dentro per formare tante bolle di sapone di cui ammirerò lo splendore, e forse in ognuna ci sarà una fiaba. E la bolla divenne grandissima, con colori splendenti, e in mezzo c’era una specie di perla d’argento, posata sul fondo. La bolla oscillò, si sollevò, volò verso la porta e scoppiò, ma la porta si aprì e lì c’era madre fiaba in persona.

«Bene, ora lei saprà raccontare meglio di me la storia di… non oso dirne il nome!… dei verdolini.»

«Pidocchi delle piante!» disse madre fiaba. «Bisogna chiamare ogni cosa con il suo vero nome, e se non si osa farlo nella realtà, bisogna poterlo fare almeno nella fiaba.»

| Lascia un commento

LATTJO. I nuovi giochi di IKEA dai 7 ai 107 anni

Articolo di MammaOca pubblicato sul numero 45 di Tempi

LATTJO, i nuovi giochi di IKEA. Per tutti e per tutte le età

Il 30 ottobre, Ikea ha presentato la sua nuova collezione di giochi Lattjo. Rispondono sempre al requisito, come quelli già presenti nei suoi mega-store, di essere fatti

“per le persone più importanti del mondo: i bambini”

e sono proposti per incoraggiare tutti a giocare di più e insieme, indipendentemente dall’età. La zia che ha cercato sulla scatola di Memory l’età consigliata, leggendo 7-107 anni ha pensato di avere le traveggole, chiedendo spiegazioni al personale presente. Sì, Ikea può. Dire qualcosa di ovvio, che parrebbe banale ma condiviso, e lanciarlo come gran successo sul mercato, questa è la sua forza. Lo è per i mobili, normali e tutti uguali, ma ci sono designer e aziende che si sono specializzate a personalizzare o hackerizzare frontali e cassetti, ci campano e sul web prolificano. Lo sarà per questi giochi, quelli che, una volta lo sapevamo, stimolano la creatività e l’immaginazione, creano legami e riducono lo stress. Ci sono giochi da tavolo racchiusi in scatole di legno, scacchi, dama, solitari, giochi di abilità, puzzle e giochi di ruolo, preferiamo dire, alla vecchia maniera, travestimenti.

Nonna vuoi vestirti da regina?

Sì, ma voglio la parrucca e la maschera da gufo,

risponde una signora che tutti guardano con ammirazione mentre  sopra di lei e i giochi troneggia l’ambiziosa vision Ikea.

“Vogliamo essere i migliori al mondo nel soddisfare le esigenze di crescita dei neonati e dei bambini nell’ambiente domestico.”

Pubblicato in Rubrica MammaOca | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

La grande avventura di Ludovica, Contessa di Guastalla. The great adventure of Ludovica

Un libro, una mostra e una Contessa da Expo

“ La grande avventura di Ludovica, Contessa di Guastalla. The great adventure of Ludovica”, libro in italiano e in inglese

copertina libro contessaincipit in copertina

-adatto a tutti i lettori dai 7 ai 99 anni

-adatto anche ai maschi tredicenni che quando vedono una copertina un po’ rosa e sanno che non ci sono solo figure ma un romanzo da leggere, sbuffano, “roba da femmine”, poi quando sfogliano le pagine e vedono una timeline storica con date e dati e leggono “focus” approfondimenti, gli occhi si riaccendono di speranza, ma sì, si può leggere!

Con il patrocinio di Expo 2015, regione Lombardia, comuni di Milano, di Monza e di Guastalla.

Tre mesi di silenzio dal blog, per scrivere, a quattro mani con l’amica Valeria, questo libro sulla Contessa Ludovica Torelli, 1499-1569. Una donna veramente notevole, tosta diremmo oggi, che vive in anni travagliati nella Milano del 500, tratta con papi, re, duchi principi, anche con due santi, e con la sua notevole fortuna costruisce opere a favore del popolo, soprattutto donne, ragazze e bambine. Ne abbiamo parlato ampiamente sul settimanale Tempi di questa settimana. La sua ultima opera è il Collegio della Guastalla, inaugurato nel 1557, e tuttora operante, una scuola per le figlie della nobiltà decaduta, destinate a conventi o matrimoni di convenienza, lei le prende, le nutre, le educa, dà loro una dote prima che escano dal Collegio per renderle libere.

“ad ognuna sarebbe stata corrisposta la cifra ragguardevole di 2000 Lire Imperiali, perché ne disponesse come dote per intraprendere liberamente la vita matrimoniale o quella religiosa. Di una fanciulla, infatti, per farne una donna non è sufficiente nutrire il corpo in modo equilibrato e la mente in modo creativo, ma bisogna anche e soprattutto nutrire il cuore, alimentare il desiderio e sostenere la libertà”.

Autonomia alimentare da Expo

Copia di collegio guastallaxfb

il Collegio della Guastalla e il Naviglio grande, che scorreva lungo la circonvallazione, dove oggi c’è via Francesco Sforza

Nutre le ragazze, crea un circolo virtuoso di autonomia alimentare, per chi conosce il più piccolo e grazioso parco di Milano, “I giardini della Guastalla”, sede del collegio fino al 1938, e la sua famosa peschiera, ecco, la contessa faceva in modo che lì si allevassero i pesci da mangiare, tutto il resto arrivava dai suoi terreni fuori Milano, attraverso il Naviglio che passava davanti al collegio, dove ora c’è via Francesco Sforza. Un’autonomia patrocinata da Expo.

Per scrivere il libro ci siamo ispirate alle tante lettere rinvenute nell’archivio del Collegio della Guastalla, e abbiamo voluto raccontare la storia di questa grande donna attraverso una lunga lettera immaginaria che la stessa contessa avrebbe potuto scrivere ad una bambina del collegio, pochi mesi prima di morire. (ne trovate alcuni brani su Tempi). La parte narrativa è arricchita da una timeline storica, da immagini e disegni e alcuni approfondimenti che inquadrano i fatti all’interno di un più vasto scenario storico.

Nel corso dei secoli il collegio è cambiato, ma lo spirito e la fondazione fatta da Ludovica sono rimasti quelli, una scuola libera, cattolica e laica. La storia della scuola, una delle più antiche del mondo, probabilmente la più antica per ragazze, viene documentata nella mostra che organizza il collegio della Guastalla e che si svolgerà

da giovedì 28 maggio, inaugurazione ore 18, fino al 31 ottobre, dal titolo:

“Bellezza del sapere, bellezza del fare. Vita, arte e cultura al Collegio della Guastalla dal 1557 ad oggi”, viale Lombardia 180, Monza. Per informazioni e prenotazioni guastalla.org

Se siete interessati al libro, scritto e pubblicato per la mostra, potete rivolgervi direttamente a me sul blog, all’ indirizzo ocamamma@hotmail.it

Pubblicato in Ho scritto una storia, Io leggo le figure | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento