Fiaba e realtà

IL MAGICO MONDO DI FEERIA CI PARLA DI BOSCHI FATATI E FIUMI D’ORO PER RICORDARCI DI COME SONO I BOSCHI E I FIUMI NELLA REALTA’. E DI CHI SIAMO NOI.

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Da adesso e per tutta l’estate, (l’articolo è del 2004) la rubrica di MammaOca si occuperà di ciò per cui il suo nome nacque: la fiaba (“I racconti di Mamma Oca” sono una delle raccolte di fiabe, francesi, più famose che ci siano). Il perché è presto detto. Mi sono accorta che ai bambini nessuno racconta o legge più fiabe, in favore di letture definite “più realistiche”. E siccome questa moda è in voga già dagli anni ‘70, quando tutta la tradizione dei nostri padri iniziò ad essere discussa anche la fiaba venne accantonata, ad Andersen si sostituì Mario Lodi, adesso se ne possono vedere alcuni risultati. Il più eclatante, riassunto, dato che si è appena votato (2004, elezioni regionali), in uno slogan, è sicuramente questo: se non ti hanno raccontato le fiabe da piccolo è molto, molto facile che tu creda alle favole da grande. Ovvero la fiaba è il tipo di lettura per bambini che, aiutando «a trovare un significato alla vita», insegna ad essere realisti. Ovvero: è bello, è idilliaco, è verde, è rassicurante per la nostra invidia, credere a quel re che in Sardegna non farà più costruire le ville per i figli ricchi dei turisti ricchi, ma poi pensi alla Liguria dove nello stesso perimetro di una villa per un figlio ricco hanno costruito cento condomini per migliaia di mezzi poveri, e ti chiedi: questo sarà un re, un mago o un buffone? Di realtà, significato, bellezza, giustizia, bene e male, umiltà, orgoglio, amore, di tutto ciò che riguarda la vita parlano le fiabe. L’unica regola per comprare i libri di fiabe è che siano edizioni integrali, praticamente impossibile trovarne tra quelle “per bambini”, sono tutte ridotte, edulcorate e semplificate fino a cambiarne e distorcerne totalmente il significato. Questi primi che vi propongo sono libri “per grandi” : l’edizione integrale, mille pagine, di Andersen, “Fiabe e storie“, Donzelli editore, Collodi, “Fiabe e racconti”, Tascabili economici Newton, e J. e W. Grimm, Fiabe, due volumi, Acquarelli. Fiabe, «perché i bambini possano continuare a sentirle, gli adulti a raccontarle».

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Molti autori hanno parlato di fiabe, che cosa sono, qual è la loro origine, a cosa servono. Da ogni angolazione: Propp in “Morfologia della fiaba” ne ha analizzato le forme, facendo una classificazione che tuttora viene usata nelle nostre scuole, Bettelheim in “Il mondo incantato” ha spiegato «uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe», sottolineando come la fiaba sia per il bambino l’esperienza letteraria che più di ogni altra è atta «a promuovere la sua capacità di trovare un significato nella propria vita», per tutti è un’impresa difficile e azzardata cercare di spiegare Feeria, il mondo delle fate. Tolkien in “Albero e foglia”, ben lo descrive: «Il reame della fiaba è ampio, profondo ed eminente, pieno di molte cose: vi si possono reperire animali terrestri e alati di ogni specie; vi sono mari sconfinati e miriadi di stelle, una bellezza che incanta e pericoli sempre in agguato; e la gioia e il dolore vi sono affilati come spade». Ma è Chesterton in “Ortodossia”, cui più di ogni altro si deve la “scoperta” di cosa sia il paese delle fate e della vera legge che lo domina, ed io, che mi addentro in quel reame, per dirla con Tolkien, «piena di meraviglia ma sprovvista di informazioni», con questa schiera di colossi sarò in buona compagnia. Questa mattina un bambino di 6 anni, uscendo dal mare, dice, alla sorella di 11: «Laggiù agli scogli ho visto una sirena», e lei, in rappresentanza di tutti gli undicenni “realisti”: «Ci saranno state le cozze!», e lui imperturbabile: «C’erano le cozze, le patelle, le alghe… e una sirena». Il pupo avrà una mamma che, come le vecchie nutrici di G.K. descritte nelle 25 pagine de La morale delle favole, «non racconta ai fanciulli la favola dell’erba, ma quella delle fate che danzano sull’erba». Sostituite ad erba e fate, scogli e sirene, e qual è il risultato? La sorella vede cozze, e lui, gli hanno raccontato di sirene, e, con loro, scopre tutta la realtà e ci ricorda la fauna e la flora dello scoglio.

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Parliamo di uno dei princìpi che presiedono il mondo delle fiabe, senza il quale è impossibile parlare di magico, principi e fate e del nostro mondo. è il principio della ripetizione. A questo proposito le frasi virgolettate sono tutte ripetizioni di Chesterton in “La morale delle favole”. Le fiabe parlano di prove uguali affrontate ripetutamente, senza mai stancarsi. Chissà a quanti principi quella fata avrà ordinato di non voltarsi, pena il tramutarsi in sasso, senza mai perdere la sua efficacia? E quante volte i fratelli affrontano le stesse prove, fallendo, fino all’arrivo del più piccolo, o del più sciocco, che la prova affronterà vincendo, nella ripetizione continua della rivalsa dell’ultimo? E quante volte la notte cupa scende, e quante volte il sole benedetto sorge, e quanti chicchi di grano tutti uguali dovrà contare il nostro eroe? Per ricordarci che «a me, la pura ripetizione faceva vedere le cose come nate da un incantesimo», e se non è naturale per noi, lo è invece per i nostri bambini che di continuo guardano, pieni di meraviglia lo stesso mare, come fosse nato, proprio in quel momento, da un incantesimo; che di continuo ripetono, pieni di meraviglia, lo stesso gesto, riempio un camion di acqua con un bicchierino, lo svuoto con lo stesso bicchierino: un lavoro appropriato all’ordine di una qualche fata, non vi pare? E del perché i bambini non si stanchino di ripetere: «Appunto perché hanno una vitalità espansiva e una grande fierezza e libertà di spirito, appunto perciò i bambini desiderano le cose ripetute e invariate. Essi dicono “fallo ancora” e la persona anziana lo fa ancora fin quasi a morire, perché non ha più la forza sufficiente per godere della monotonia. Dio forse è abbastanza forte per goderne e può darsi dica al sole ogni mattina “ancora”; e alla luna ogni sera: “ancora”. Può non essere un’automatica necessità quella che fa le roselline tutte uguali; può darsi che Dio le faccia separatamente, una ad una, e non gli sia mai venuto a noia a farle».

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Il principio della fiaba che descriverò oggi è chiamato da Tolkien in “Albero e foglia”: il ristoro. Ovvero le fiabe ci aiutano “a ritrovare una visione chiara” del mondo. Per chiarire bene questo principio cito una frase di Sherlock Holmes: «Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si cura mai di osservare». Vero, ma come osservarle? Lo strumento che usa l’investigatore Holmes per osservare l’ovvio è la lente d’ingrandimento. Qual è quello della fiaba, dando già come premessa che non c’è niente di più lontano dal regno incantato di un pezzetto di mondo visto con la lente d’ingrandimento? E non solo dal regno incantato. I discendenti di Holmes hanno puntato la loro lente su pezzetti di mondo fino a quando non hanno trovato il proprio ego. Provate a pensare a Narciso con in mano una lente…! Allora, come la fiaba osserva l’ovvio, ovvero la realtà cui abbiamo appiccicato «la tediosa opacità del banale», e come aiuta «a pulire le finestre, a vedere le cose come siamo destinati a vederle»? Ovvie, banali perché ce ne siamo appropriati, «abbiamo messo le mani su di loro, le abbiamo acquisite e, acquisendole, abbiamo cessato di guardarle». C. ha 9 anni. La sua maestra le ha raccontato che lei, a 9 anni, in un certo bosco, ha incontrato degli gnomi. Il Ci., suo fratello maggiore, le ricorda che quando aveva 9 anni è riuscito a volare con quel tappeto volante di cui però non si ricorda più la formula magica. La conclusione dell’ancor meravigliata C. è stata questa: «Ma allora a 9 anni capita qualcosa di speciale!». E certo lei porrà un’attenzione particolare a quello che le succederà quest’anno, ha pulito le sue finestre, e, così come capita nelle fiabe, il magico le fa scoprire qualcosa: la sua età, che, sì, è già stata scoperta molti anni fa, è ovvia, ma per lei, oggi, avviene, ri-accade. «è stato nelle fiabe che, per la prima volta, ho scoperto la potenza delle parole e la meraviglia di cose come la pietra, il legno, il ferro, la casa e il fuoco, il pane e il vino». E avere 9 anni.

Fiaba e realtà 5

C’è un tema sotteso e accennato negli altri articoli, non è un principio di Feeria, ma è ciò su cui si regge il mondo incantato e, a ben vedere, così come spiega il nostro cavaliere alleato Chesterton ne “La morale delle favole”, c’entra e ha qualcosa da dire anche al nostro mondo: è il magico. Una fiaba o storia o favola o novella che non sia piena di magia, incantesimi, “stranezza che attira” la chiama Tolkien, e non sia in grado di costruire un “mondo secondario” (dove il nostro è il “mondo primario”) completamente ragionevole e vero al suo interno, non potrà mai attirare né un bambino né un adulto. Due precisazioni, la battuta d’inizio della fiaba “C’era una volta” trasporta all’improvviso all’interno del mondo secondario, “mondo temporale ma non cartografato”, tranne che con la nostra fantasia possiamo immaginare montagne e alberi e draghi, e se l’abile scrittore sarà riuscito a farci entrare in quel mondo, ed ecco la seconda precisazione, la domanda «è vero?», che molti bambini pongono, riguarda il fatto che tutto deve concordare con le leggi che vigono all’interno della fiaba, ci si crede mentre si è dentro, ovvero, all’incredulità dell’undicenne che si chiede, riguardo alla fiaba “Il lupo e i sette capretti”,«come mai quando tagliano la pancia al lupo saltano fuori i sette capretti ancora vivi?», fa eco la bimba di sei anni, cui questa fiaba piace da matti, che risponde «e allora com’è che un lupo può mangiare sette capretti?». Ovvero, all’interno di questa fiaba le leggi che governano Feeria sono completamente rispettate: un lupo può mangiare sette capretti, e sette capretti possono saltar fuori dalla pancia del lupo vivi e vegeti, è magia, incantesimo, leggi del mondo delle fiabe. Non pensiate per questo che la credula di sei anni non sia così furba da starsene alla larga da un lupo, qualora lo incontrasse. Chesterton fa un passo ulteriore e ci dice che le parole “magia” e “incantesimo” descrivono anche il nostro mondo. Ma di questo parleremo la prossima volta.

Fiaba realtà 6

Piccole leggi ad uso di gente che è tentata da Feeria, ma che ne rimane delusa perché ha sbagliato strada e si è ritrovata in un mondo un po’ stupido che, costruito a finta misura di bambino, oggi sostituisce il grande reame della fantasia. Primo: le fiabe non si vedono, si leggono o si raccontano. Ovvero Cenerentola è di Perrault, non di W. Disney, e le fiabe in cartone animato sono da considerare “perse” in quanto fiabe perché, per quanto noi possiamo cercare di immaginare la strega o il bosco di Biancaneve, da adesso in poi avremo in mente solo “quelli”. Dobbiamo cercare nuove terre, nuovi regni. Secondo: ai bambini bisogna leggere storie, fiabe «che siano al di là anziché al di sotto della loro misura. I loro libri, al pari dei loro indumenti, dovrebbero tener conto della crescita, e in ogni caso i libri dovrebbero incoraggiarla». Infatti, continua Tolkien, i bei libri per bambini devono essere scritti per e letti da adulti. Due titoli: Tolkien, “Roverandom. Le avventure di un cane alato” Bur. Singer, “Storie per bambini”, I miti Mondadori. Terzo: dice Singer a proposito delle illustrazioni nelle storie e fiabe: «Penso che il potere della parola sia il miglior mezzo per informare e divertire le menti dei nostri ragazzi… Credo ancora che in principio c’era il Verbo, il potere della parola». Quarto: non ho mai usato le distinzioni tra storie, fiabe, favole, racconto fantastico, mito, privilegiando con Tolkien il concetto di desiderabilità: «Credere dipendeva dalla maniera in cui le storie mi venivano ammanite dagli adulti, ovvero dal tono a dalla qualità… Se risvegliavano il desiderio, soddisfacendolo, avevano raggiunto il loro scopo». Così per C. può essere altamente desiderabile il cercare tesori nascosti e combattere i pirati de “L’isola del tesoro”, e per L. esplorare la Terra di Mezzo e incontrare Bilbo e Il signore degli anelli, anche se, dal film in poi, la faccia di Aragorn sarà per tutti quella, pur bella e per l’adolescente L. desiderabile, di Viggo.

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Dopo essere entrati nel regno di Feeria e aver valicato alcune delle sue valli e montagne, ne usciamo, e cosa portiamo con noi? A cosa serve leggere fiabe, nel senso più lato di opere di fantasia? Fantasia che, dicono i due cavalieri che ci hanno accompagnato, Tolkien e Chesterton, si basa sul riconoscimento della realtà, così che, quando la realtà è negata, come oggi, mancano i grandi lavori di fantasia per grandi e bambini. Due cose il lettore di fiabe ha colto. Primo: le fiabe ci parlano di boschi dalle magiche foglie arcobaleno per ricordarci che le foglie sono verdi, di un rospo che diventa principe per ricordarci che ogni sedicenne brufoloso cambia, non tutto è prestabilito, per noi qualcosa avviene di continuo e, per Chesterton, le parole che meglio descrivono tutto questo sono: “incantesimo”, “magia”, “stregoneria”. «Queste esprimono l’arbitrarietà del fatto e il suo mistero». Quando in una casa c’è un bambino è più evidente, per lui tutto ciò che capita, la realtà, non è un caso, non è una legge scientifica, è magia. Il biscotto che aprendosi rivela un inaspettato cuore di cioccolato è magico. La principessina di 4 anni che non riesce ad appendere la giacca, il giorno in cui ci riesce ed indossa le sue scarpe preferite di vernice nera esclama «ma allora sono magiche!» e la crescita di un bambino non si avvicina più a una magia che a una legge predeterminata? E come chiamare la trasformazione della principessina in un’adolescente malmostosa, se non “stregoneria”? Secondo: il sigillo principale della vera fiaba è la “gioia”, per Tolkien «una grazia improvvisa e miracolosa: non c’è da far conto che possa ricapitare» anche se sempre, dopo i terribili avvenimenti e le fantastiche avventure, riaccade con il lieto fine, il «capovolgimento gioioso, aspirazione del cuore che per un istante travalica i limiti del racconto… La caratteristica peculiare della gioia in un riuscito lavoro di fantasia può pertanto essere designata quale un improvviso balenare della realtà o verità sottesa».

Sette lunghi anni servito ho per te,

Il colle di vetro scalato ho per te,

Di sangue la camicia inzuppato ho per te:

Destare non ti vuoi, e me guardare?

Ed egli udì e si volse a guardarla.

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