Il re guerriero di Maria

Con questa fiaba, scritta dall’amica Maria, si inaugura la nuova categoria “Ho scritto una storia”, in cui pubblichiamo le fiabe, favole, storie per bambini che ognuna di voi vorrà proporre. Scritte da voi, dai vostri bambini o dai nonni. Si fa tutto per i bambini.  Scritta “Per”  qualcuno.

La fiaba “Il re guerriero”, potremmo definirla una “fiaba d’identità”.  Bellissima l’immagine di quel pezzo di muro d’oro.

Il re guerriero

 

Si narra che tanto tempo fa esistesse un regno il cui sovrano guerreggiava tutti i giorni per poter conquistare più imperi possibili ed ingrandire i suoi confini.

La leggenda racconta di un destriero che permetteva al re di combattere in luoghi lontanissimi e di riuscire a tornare ogni sera al suo palazzo.

Un nero destriero, trofeo di una battaglia che il re guerriero era riuscito a sottrarre ad un sovrano nemico.

Tornare al suo palazzo ogni notte, dopo lunghe giornate di sangue, gli permetteva di recuperare le forze necessarie per ricominciare il giorno dopo, quando, raggiunto il suo esercito, gli bastava pronunciare parole di fiducia per far tornare i suoi uomini a combattere. Strana alchimia di voce e parole.

I confini del suo regno erano ormai talmente estesi che tutti pensavano che prima o poi il re si sarebbe fermato.

Ma il re non voleva saperne di fermarsi.

Solo spinto dai suoi consiglieri, decise di richiamare a palazzo gli eserciti per due mesi di tregua.

Dall’alto delle torri del castello lui, ritto nella sua nobile figura, osservava lo splendore delle sue armate che, cariche di tesori, facevano ritorno nel proprio regno, scortando prigionieri di ogni rango, ma ormai solo prigionieri.

Uomini stremati, a piedi, a cavallo, muli trainanti carri colmi di ogni ricchezza strappata ai mal capitati sovrani costretti alla resa.

Il ponte levatoio si abbassò facendo entrare la marea di soldati che dopo anni di assenza riuscivano finalmente a riabbracciare le mogli ed i figli, alcuni dei quali nati senza conoscere i padri. Alcune donne stavano sulla porta di casa senza partecipare alla festa, i loro uomini erano tornati prima ed erano sepolti fuori le mura e l’erba era ormai alta sui loro cumuli di terra.

Banchetti, feste, fuochi. Per giorni si fece festa ed ogni giorno gli uomini erano sempre più tristi perché sapevano che il momento della partenza si avvicinava ed allora fuochi più caldi per scaldarsi, balli più intensi per scatenarsi, cibi più prelibati per saziarsi e vino del più dolce per non pensare.

Il re no, lui non partecipava della festa, lui guardava dalle finestre delle sue stanze e fremeva per il desiderio di ricominciare a combattere. Di giorno vagava per il palazzo guardando i suoi avi immobili dentro tele di artisti ormai dimenticati. Anche lui sarebbe finito su una tela un giorno, ma nessuno sarebbe passato a ricordarlo, perché lui era solo. Ultimo di una grande dinastia che con lui si sarebbe fermata, incastrata dentro armature di metallo, baluginante su spade insanguinate. Lui aveva scelto la guerra come moglie e la solitudine attorno era il suo unico figlio.

La notte passava in rassegna i suoi tesori accumulati negli enormi scantinati del palazzo, cercando qualcosa di nuovo, ma nulla attirava la sua attenzione. Fino a quando una notte si accorse che in un angolo un carro ancora custodiva una qualche ricchezza, coperta da un pesante ed enorme drappo rosso.

Tirò via il drappo e che meraviglia vi trovò sotto. Uno squarcio di muro costruito con mattoni d’oro, una parete d’oro con in mezzo un’apertura ad arco, una finestra incastonata in tutto il perimetro ogivale di pietre preziose.

Chiamò subito i suoi servitori, che la portassero immediatamente dentro le sue stanze e che i costruttori venissero a vederla e trovassero il modo di immetterla nelle sue mura.

Nessun muratore o architetto del tempo aveva mai visto uno splendore simile e per quanto si sforzassero di trovare il sistema di annettere la finestra alle pareti della stanza del re, nessun metodo garantiva la tutela di quella meraviglia.

Nessuno dei suoi uomini, inoltre, ricordava dove e quando fosse stata predata quella parete, probabilmente chi vi era riuscito, era morto.

Il re non si dava pace fino a quando un mattino una serva, nel rimettere a posto il letto, e vedendo il suo re desolato ed afflitto chiese il permesso di parlare.

Permesso accordato!

“Mio signore, dovete sapere che desiderare una cosa può distruggere l’animo di chi la desidera ed allo stesso tempo distrugge la cosa desiderata” si fermò.

Il re le fece segno di continuare.

“Ora voi desiderate questa parete ed io vi dico, non pensate al vostro struggente desiderio, ma pensate alla cosa che desiderate, alla cosa più giusta e buona per lei, per la vostra finestra” detto questo prese la biancheria sporca ed andò via veloce.

Il re era seduto sulla sua poltrona, disfatto da notti di insonnia, d’innanzi a lui la meraviglia della parete dorata sorretta da pilastri di legno appositamente costruiti per tenerla in piedi.

Si alzò di scatto e chiamò i falegnami, che costruissero la più forte, la più pregiata cornice che avessero mai realizzato, una cornice che reggesse il peso della piccola parete e che gli permettesse di guardarla sempre in tutto il suo splendore.

Così iniziarono i lavori, passarono i mesi e non si partì per la guerra e ognuno nel proprio cuore benediceva la parete dorata.

I falegnami terminarono il lavoro a primavera ed il montaggio richiese tutto il tempo da lì all’estate.

Finalmente era terminata, la sua meraviglia stava dentro la più pregiata delle cornici, tenuta in piedi da forti piedistalli di legno massiccio e sorretta in alto da braccia di metallo dorate che erano strette al soffitto.

Era contento il re guerriero di quell’opera, così contento che vi si avvicinò come per volersi affacciare da quella finestra. E quale meraviglia scoprire che oltre l’arco ogivale non vedeva il resto della stanza ma un vero paesaggio esterno alla stanza, al castello, oltre i campi d’intorno, oltre i suoi possedimenti, lontano, chissà dove.

Stanco e spossato come se avesse percorso a piedi chilometri di strada si ritrasse dalla finestra e cercò il suo letto e vi si buttò a peso morto e trovò il sonno perduto di anni e rimase a dormire in una posa scomposta di bimbo per tutto quel giorno ed il giorno a seguire.

Si risvegliò sazio, pago, ed immediatamente guardò la parete ritta, vera, sua e rise di un riso pazzo.

Fremeva dalla voglia di ritornare a guardare dalla finestra e decise che quello sarebbe stato il suo segreto e che vi sarebbe tornato soltanto al tramonto, dopo aver adempiuto al suo compito di re.

Guerra. Si tornava a fare la guerra.

Al tramonto il re montava a cavallo e veloce percorreva distanze inimmaginabili e si ritrovava fuori dal suo castello, stremato.

I servitori gli correvano incontro, portavano il cavallo nelle scuderie, serve premurose accudivano al loro re, ripulendolo dentro vasche di acqua calda e profumata.

Lui, il vittorioso, in abiti freschi stava seduto a guardare dalla sua finestra un mondo che non sapeva dove esistesse.

Una sera, al tramonto, mentre lui ammirava paesaggi quieti e sorgenti cristalline, rinvigorito da una coppa di vino, un’ ombra, gli sembrò che  una figura fosse venuta fuori dalla parete. Guardò la coppa di vino che teneva in mano e rise della sua mente ottenebrata ed un nuovo sorso le labbra cercarono in quel calice delizioso.

E mentre la testa piegava indietro per cogliere anche l’ultimo sorso rimasto al fondo, sentì una mano sostenere la sua nuca.

Si alzò e girò in uno scatto unico e fulmineo, da guerriero audace ed esperto, ma si accorse di impugnare non un’ arma ma la coppa ormai vuota. La scagliò via. La spada, la sua spada era lontana e non vide chi lo aveva toccato, ma sentì una risata ricca, sincera, di giovane donna sfrontata.

Chi aveva osato toccare il re.

Chi si era introdotto senza permesso nella stanza dell’unico sovrano.

Chi. Risa ancora più eccitate da dietro il tendaggio.

Il re corse verso la porta, lì appesa al muro la sua spada. La prese ed incominciò a fendere l’aria avvicinandosi alla tenda e non più avvertì presenza.

Con la punta della lama scostò il drappo.

Una donna in una tunica bianca, capelli di seta raccolti in trecce adornate di fiori, profumo di vaniglia e mirra, lo sguardo stupito, la pelle chiara splendeva al riflesso flebile della candela.

Il re, fermo davanti a quella figura minuta, sentì il vino andare diritto al cervello, oscurargli la vista, si sentì girare il mondo attorno e cadde sulle ginocchia e da lì su un fianco e con lui fragorosa cadde la spada.

Si risvegliò nel suo letto, che il sole era già alto nel cielo. Immediato il pensiero corse ai suoi uomini, soli sul campo di battaglia. Tentò di mettersi ritto sui piedi ma non vi riuscì, la testa, gli doleva la testa.

Poi improvviso il ricordo della sera prima, la donna misteriosa; gli tornò alla mente tutto e passandosi una mano sul viso scosse la testa, non era possibile.

Rimase per tutto il giorno in camera; i servitori lo accudirono come sempre amorevolmente e come sempre lui sembrava non accorgersene.

Arrivò la sera ed il re, senza coppe di vino questa volta, si accomodò davanti alla finestra ed ecco riapparirgli lo spettacolo di un regno incantato. Ed ecco la donna correre tra i fiori e sorridergli ed avvicinarsi sempre più alla finestra, ma appena lì vicina fermarsi.

Il re cominciò ad interrogarla e lei rispondeva alle sue domande con fare gentile ed ossequioso, cosa che a lui piaceva molto.

La bella principessa non rispondeva mai alla domanda di dove fosse il suo regno, volgeva le spalle ed andava via e così il re non lo domandò più.

Riprese le sue guerre, ma ogni sera al tramonto si ritrovava a conversare con la donna.

Avrebbe voluto che lei uscisse come la prima sera, ma non era più possibile.

Un incantesimo?

No, non un incantesimo, ma una legge.

Che legge può impedire ad un re guerriero come lui di fare ciò che vuole?

“Perché venite ogni sera a trovarmi mio sire?”, chiese un giorno la donna.

Perché? Che domanda era mai quella? Perché stanco trovava ristoro, perché afflitto trovava consolazione. Perché si sentiva bene, non si era mai sentito così bene.

E se sto bene posso combattere e vincere e

La donna era già di spalle e rattristata andava via.

Con il tempo lei si faceva vedere sempre più di rado ed ogni volta era sempre più triste…

Il re sentiva il vuoto dentro di sé. Quella presenza gli aveva fatto capire di quale assenza era pieno il suo cuore. Aveva deciso, avrebbe smesso di combattere e tutte le sue energie le avrebbe spese per trovare il regno segreto, avrebbe dialogato con il sovrano di quelle terre e gli avrebbe chiesto di abolire quella stupida legge.

In ginocchio, sì! Si sarebbe messo in ginocchio.

Ordinò agli eserciti il ritiro immediato e salito sul nero destriero cavalcò verso casa.

La strada del ritorno è quella più dolce.

Il cavallo questa volta non lo portò davanti il castello ma dal lato opposto, non un servo ad accoglierlo, il castello era talmente enorme che le distanze non erano percorribili con facilità.

Scese da cavallo ed alzando lo sguardo notò che, da una delle torri più alte, sventolava qualcosa. Era quasi buio e non riuscì a vedere bene.

Alt! chi va là.

Parola d’ordine

Entrato si recò all’ingresso della torre, salì, girò, salì e rigirò le scale a chiocciola fino a ritrovarsi in cima alla torre, di fronte alla porta della stanza che lui aveva visto da sotto.

Aprì l’uscio e vide uno spettacolo meraviglioso, pareti dorate con finestre ad arco e drappi rossi, ed una parte di muro era mancante ed una tenda lacerata sventolava via, fuori. Si sporse il nostro re da quell’apertura e vide il suo regno e se ne stupì, perché, illuminato dalla luna piena, riconobbe il  paesaggio che vedeva dalla sua finestra incantata.

Non riusciva a spiegarsi come fosse possibile. La legge, quale era dunque la legge che impediva alla sua principessa di riunirsi a lui! Si precipitò nelle sue stanze.

Mentre correva, ancora con l’armatura e la spada al fianco, incominciò a pensare a tutte le parole che aveva pronunziato, a tutti i discorsi che aveva fatto. E più si avvicinava all’altra ala del castello, più i pensieri convergevano su un unico argomento: “Io” non era mai esistito nulla nella sua vita di più importante di se stesso…

io… io… io…

Non aveva mai guardato la sua vita come in quel momento, il suo regno splendido, il suo palazzo, la sua gente.

Arrivò alle sue stanze, stanco per il dolore che i suoi pensieri gli avevano suscitato, ed aprendo la porta e dirigendosi alla parete dorata emise tra lacrime e risa un grido TU TU TU.

Lei si presentò al suo signore.

Lui la guardò con occhi splendidi e le chiese chi sei?

Sono una principessa, vostra prigioniera da anni con il mio popolo, ma adesso sono libera.

Il re guerriero le si inginocchiò davanti e baciandole la mano le chiese di sposarla.

Lunga vita al re. Lunga vita alla regina.

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raccontastorie, mamma di sei figli. What else?
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2 risposte a Il re guerriero di Maria

  1. alberto ha detto:

    spero di leggere la prossima fiaba che scriverai….

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  2. alberto ha detto:

    grazie Maria di esistere…e di scivere cose così belle che fanno venire il diABETE

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