Il Lungo, il Largo e l’Acuto di Karel Jaromír Erben

E’ tempo di nuove fiabe. Il Lungo, il Largo e l’Acuto di Karel Jaromír Erben (1811-1870), filologo, poeta e folclorista ceco. Fiaba tratta dal libro Fiabe di Praga magica, a cura di Scilla Abbiati SivazliyanFabbri editori.

Dedicata a

A tutti i principi degni di tal nome, ai padri che lasciano loro il regno, perché è scritto nella legge della vita ed è giusto così, ai padri che vogliono il bene dei figli, che soffrono per le loro scelte ma li lasciano liberi, a chi non ha paura della strada, a chi ha paura ma lotta, agli amici fidati.

Temi

  • E’ nella natura delle cose che un padre lasci proseguire il figlio, che il vecchio ceda il posto al nuovo “i frutti maturi cadono per lasciare il posto ai nuovi”.
  • Il padre vuole il meglio per il figlio, non lo vuole vedere soffrire ma allo stesso tempo lo lascia libero di percorrere la sua strada.
  • Ovviamente il figlio sceglie la strada più difficile e pericolosa, anche se la più bella.
  • Sulla strada della vita, pur difficile e pericolosa, si incontrano persone speciali disposte ad aiutarti, non le hai scelte tu, non sapevi che le avresti incontrate, ma se cammini stai pur certo che le incontrerai, sta a te riconoscerle e saperti fidare. Al momento giusto ti sapranno aiutare. “Se siete buoni aiutatemi a liberarla”.
  • Quando il male colpisce  trasforma tutto in pietra, e tutto si ferma, la vita viene improvvisamente interrotta. “Tutto era vuoto e morto”
  • Vedremo chi l’avrà vinta tra noi due: tu oppure io!” Contro il Signornero il principe dovrà sfoderare tutte le sue armi, amore, scaltrezza, intelligenza, sudore e l’astuzia di quegli amici fidati.
  • Anche l’attenzione più accurata alla cosa più bella che possiedi può venire meno ed addormentarsi, ci vuole volontà, ingegno e un aiuto.
  • Il Signornero vola via, (mai del tutto sconfitto), ma lì la vita riprende, il beneficio non è solo del principe ma di tutta la realtà che lo circonda.

Frase

“Dopo le nozze il Lungo, il Largo e l’Acuto si presentarono al giovane re dicendo che se ne andavano per il mondo in cerca di lavoro. Il giovane re tentò di dissuaderli, di farli rimanere: “Vi darò tutto ciò di cui avrete bisogno sino alla morte, non dovrete far nulla”. Ma a loro una vita così pigra non piaceva. Si congedarono e se ne andarono, e tuttora girovagano in qualche parte del mondo.”

Non è bello e confortante che amici così fidati “tuttora girovagano in qualche parte del mondo” e magari li potremmo incontrare? O forse, a guardare bene, attenti e sempre all’erta, li abbiamo già incontrati!

Věnceslav Černý, ''Dlouhý, Široký a Bystrozraký''

illustratore Věnceslav Černý (1865-1936) ”Dlouhý, Široký a Bystrozraký”

IL LUNGO IL LARGO E L’ACUTO

C’era una volta un re ormai vecchio che aveva un solo figlio. Un giorno lo chiamò a sé e gli disse: “Mio caro figliolo, sai bene che i frutti maturi cadono per lasciare il posto ai nuovi. La mia testa è canuta ormai e forse per non molto ancora il sole l’illuminerà; ma prima che tu mi seppellisca sarei felice di vedere la mia futura figlia, tua moglie. Sposati, figlio mio!”. E il principe disse: “Sarei felice di rispettare la tua volontà, ma non ho una fidanzata e non conosco nessuno che potrebbe diventarlo”. Allora il vecchio re frugò nella tasca, ne trasse una chiave d’oro e la porse al figlio. “Vai sino alla torre, all’ultimo piano, guardati attorno e poi dimmi chi sceglieresti.”

Il principe vi si recò senza indugio. Non era mai stato là in cima e non sapeva che cosa ci fosse. Quando arrivò all’ultimo piano, vide in soffitta una piccola porta di ferro simile a una botola, che era chiusa; aprì con la chiave d’oro, la sollevò e da lì sotto cominciò a salire. Qui c’era una stanza rotonda, il soffitto era blu come il cielo nelle notti limpide e vi brillavano stelle d’argento; il pavimento era un verde tappeto di seta; tutt’attorno, sulle pareti, c’erano dodici finestre dalle cornici d’oro e in ogni finestra di cristallo stava una fanciulla disegnata con i colori dell’arcobaleno e con la corona reale sul capo; ve n’era una per ogni finestra e ognuna indossava un abito diverso, ed erano una più bella dell’altra. Per poco il principe non si smarrì. Mentre guardava stupito le fanciulle senza sapere quale scegliere, quelle presero a muoversi come se fossero vive, lo circondarono di sguardi e sorrisero; mancava loro solo la parola.

Ed ecco che il principe si accorse che una delle dodici finestre era celata da un velo bianco e scostò il velo per vedere che cosa nascondesse. Gli apparve una fanciulla vestita di bianco, con una cintura d’argento e una corona di perle sul capo; era più bella di tutte, ma era triste e pallida, come sorta dalla tomba. Il principe rimase a lungo davanti a quell’immagine come davanti a un’apparizione; e mentre usciva si sentì preso da una grande malinconia. “Voglio questa e nessun’altra” disse. E non appena ebbe pronunciate queste parole la fanciulla chinò il capo, arrossì come una rosa e in quell’attimo tutte le altre scomparvero.

Quando ridiscese, il principe raccontò al padre quello che aveva visto e quale fanciulla aveva scelto; il vecchio re si rattristò, si fece pensoso e disse: “Figlio mio, hai fatto male a scoprire ciò che era nascosto. Con le tue parole sei andato incontro a un grave pericolo. Questa fanciulla è nelle mani del cattivo Signornero, è prigioniera in un castello di ferro, chiunque ha provato a liberarla non è più tornato. Ma ciò che è fatto è fatto e non si può tornare indietro; la parola data è legge! Va, tenta la fortuna e ritorna sano e salvo a casa!”.

Il principe si accomiatò dal padre, montò a cavallo e andò in cerca della fidanzata. Gli toccò attraversare una grande foresta che non finiva mai e a un certo punto perse la strada. E mentre si trovava nel folto del bosco, tra rocce e pantani, senza sapere che via prendere, udì chiamare dietro di sé: “Ehi, aspetta!” Il principe si guardò attorno e vide una persona alta affrettarsi verso di lui. “Aspetta, prendimi con te; se mi prendi al tuo servizio non te ne pentirai.” “Chi sei?” chiese il principe. “Cosa sai fare?” “Mi chiamo il Lungo e posso allungarmi. Vedi quel nido, là in alto su quell’abete? Io te lo porterò senza salire in cima.” E il Lungo cominciò ad allungarsi, il suo corpo crebbe in fretta sino a diventare alto come l’abete; poi prese il nido e di nuovo in un attimo si accorciò e lo consegnò al principe. “Bene, sai fare la tua parte; ma a cosa mi servono i nidi degli uccelli, se non riesci a tirarmi fuori da questo bosco?” “Ehmm, è facile” disse il Lungo e iniziò di nuovo ad allungarsi finché non fu tre volte più alto del più alto pino del bosco; si guardò attorno e disse: da quella parte la strada più breve per uscirne”. Poi s’accorciò, prese il cavallo per le briglie e proseguì davanti al principe, e prima di quanto costui avrebbe sperato furono oltre il bosco. Davanti a loro si stendeva una vasta pianura dietro la quale si vedevano rocce grigie come i tetti di una grande città e monti coperti di boschi. “Da quella parte, signore, c’è il mio amico,” disse il Lungo e indicò una direzione verso la pianura “dovresti prendere anche lui al tuo servizio e ti assicuro che ti servirebbe bene.” “Chiamalo, così vedrò che tipo è.” “E un po’ lontano, signore,” disse il Lungo “mi sentirebbe appena e ci impiegherebbe molto ad arrivare, perché ha molte cose da portare. Sarà meglio che faccia un salto da lui.”

Ed ecco che il Lungo s’allungò fino a un’altezza tale che la sua testa sprofondò tra le nubi, fece due o tre passi, prese l’amico per le spalle e lo pose dinnanzi al principe. Era un ragazzo tarchiato, il suo ventre sembrava un barilotto. “Chi sei mai tu?” gli chiese il principe. “Cosa sai fare?” “Io, signore, mi chiamo il Largo e son capace di allargarmi!” “Allora fammi vedere!” “Signore, presto, allontanati, indietreggia verso il bosco!” esclamò il Largo, e cominciò a gonfiarsi. Il principe non capiva perché dovesse allontanarsi, ma vedendo che il Lungo scappava in fretta verso il bosco incitò il cavallo e lo seguì al galoppo. Ebbe appena il tempo di mettersi in salvo, altrimenti il Largo lo avrebbe schiacciato con il cavallo e tutto, tanto in fretta il suo ventre era cresciuto da ogni lato, d’un tratto aveva riempito il luogo come se una montagna fosse franata. Ma ecco che il Largo smise di gonfiarsi, si sgonfiò, il bosco si rialzò ed egli ridivenne com’era. “Mi hai dato un bel da fare!” gli disse il principe “ma un ragazzo come te non si trova tutti i giorni; vieni con me!” E così s’avviarono.

Quando giunsero vicino a quelle rocce, incontrarono uno con gli occhi bendati con un fazzoletto. “Signore, questo è il nostro terzo amico,” disse il Lungo “dovresti prendere anche lui al tuo servizio, son certo che non lo manterrai inutilmente.” “Chi sei mai,” gli chiese il principe “e perché hai gli occhi bendati, come fai a vedere la strada?” “Oh signore, proprio perché ci vedo troppo devo bendarmi gli occhi; io con gli occhi bendati vedo come gli altri ad occhi scoperti; e quando li scopro, il mio sguardo attraversa ogni cosa; e non appena guardo in un punto, lì nasce un incendio, e quello che non brucia salta via a pezzi. Perciò mi chiamo Sguardo Acuto.” Si voltarono verso la roccia di fronte a loro, lui puntò su di essa il suo sguardo rovente e la roccia iniziò a saltare per aria e i pezzi volarono da ogni parte e dopo poco non rimase che un mucchio di sabbia. E nella sabbia qualcosa brillava come il fuoco, lui andò a prenderlo e lo portò al principe, era oro zecchino. “Oh, ragazzo, i soldi non basterebbero a pagarti!” disse il principe; “sarebbe un pazzo chi non accettasse i tuoi servigi. Ma poiché la tua vista è così buona guarda e dimmi se è ancora lontano il castello di ferro e che cosa vi accade.” “Se ci andassi da solo, signore, non ti basterebbe un anno per arrivarci, ma con noi lo raggiungerai oggi stesso. Stanno proprio preparando la cena. “E cosa fa la mia fidanzata?”

La tien prigioniera

in una torre alta

dietro un cancello di ferro

il Signornero.

E il principe disse: “Se siete buoni aiutatemi a liberarla!” E tutti e tre gli promisero di aiutarlo. E così lo guidarono tra quelle rocce grigie attraverso la spaccatura fatta dallo sguardo di Acuto. E andarono per rupi misteriose, montagne altissime e boschi fitti fitti, sempre più lontano; qualsiasi difficoltà incontrassero lungo il cammino, i tre amici l’appianavano subito.

E mentre il sole declinava verso occidente, i monti si facevano più bassi, i boschi diradavano e le rocce si nascondevano tra l’erica; e quando il sole stava per tramontare il principe vide non lontano davanti a sé il castello di ferro; e quando ormai stava tramontando entrò nel portone attraverso un ponte di ferro; e non appena il sole tramontò, il ponte di ferro si sollevò da solo; e tutti i portoni d’un tratto si chiusero e il principe con i suoi tre amici si trovarono prigionieri nel castello di ferro.

E mentre il sole declinava verso occidente, i monti si facevano più bassi, i boschi diradavano e le rocce si nascondevano tra l'erica; e quando il sole stava per tramontare il principe vide non lontano davanti a sé il castello di ferro; e quando ormai stava tramontando entrò nel portone attraverso un ponte di ferro; e non appena il sole tramontò, il ponte di ferro si sollevò da solo; e tutti i portoni d'un tratto si chiusero e il principe con i suoi tre amici si trovarono prigionieri nel castello di ferro.

E mentre il sole declinava verso occidente, i monti si facevano più bassi, i boschi diradavano e le rocce si nascondevano tra l’erica; e quando il sole stava per tramontare il principe vide non lontano davanti a sé il castello di ferro; e quando ormai stava tramontando entrò nel portone attraverso un ponte di ferro; e non appena il sole tramontò, il ponte di ferro si sollevò da solo; e tutti i portoni d’un tratto si chiusero e il principe con i suoi tre amici si trovarono prigionieri nel castello di ferro.

Si guardarono attorno nel cortile e il principe mise il proprio cavallo nella stalla dove tutto era già preparato, poi entrarono nel castello. Nel cortile, nella stalla, nella sala del castello e nelle stanze videro, nella penombra, molte persone riccamente abbigliate, signori e servi; ma nessuno si muoveva, erano tutti pietrificati. Passarono per alcune stanze e giunsero nella sala dei ricevimenti. La stanza era ben illuminata, al centro stava il tavolo, apparecchiato per quattro persone, sul quale erano disposte in quantità delle buone pietanze e bevande. Aspettarono, aspettarono, pensavano che sarebbe arrivato qualcuno ma vedendo che non veniva nessuno si sedettero e mangiarono e bevvero a sazietà. Mangiato che ebbero si guardarono attorno in cerca di un posto dove dormire.

In quel mentre, d’un tratto, inaspettatamente si spalancarono le porte e nella stanza entrò il Signornero, un vecchio curvo con un lungo abito nero, la testa pelata, i baffi grigi e lunghi sino alle ginocchia, con tre cerchi di ferro al posto della cintura. Per mano teneva la bellissima fanciulla vestita di bianco, con una cintura d’argento e una corona di perle sul capo; era pallida e triste, come sorta dalla tomba. Il principe la riconobbe subito, con un balzo le andò incontro, ma prima che potesse proferir parola, il Signornero lo interpellò: “So perché sei venuto, vuoi condurre via questa principessa! Se è così, prenditela, se saprai badare a lei per questa notte, non ti sfuggirà. Se ti sfuggirà, invece, finirai pietrificato assieme ai tuoi servi, come tutti quelli che vennero prima di te”. Indicò alla principessa una seggiola perché si sedesse e se ne andò. Il principe non staccava gli occhi dalla fanciulla, tanto era bella. Prese a parlare con lei, le fece varie domande; ma lei non rispondeva, non sorrideva e non guardava nessuno, come se fosse di marmo. Egli le si sedette accanto e si propose di non dormire tutta la notte perché non scappasse; per sicurezza il Lungo si allungò come una cintura e si avvolse intorno a tutta la stanza e attorno alle pareti; il Largo si sedette davanti alla porta, si gonfiò e la riempì tanto che nemmeno un topo ci si sarebbe potuto infilare, e l’Acuto si appoggiò alla colonna al centro della stanza, di guardia. Ma dopo un attimo cominciarono tutti a sonnecchiare, si addormentarono e dormirono tutta la notte come ghiri.

Al mattino, quando cominciava a farsi giorno, il principe si svegliò per primo, ma – fu per lui una coltellata al cuore- la principessa non c’era più. Svegliò immediatamente i servi e chiese che cosa si poteva fare. “Non preoccuparti, signore, non è successo niente di grave,” disse l’Acuto e guardò subito dalla finestra “La vedo già! A cento miglia da qui c’è il bosco, in mezzo al bosco c’è una vecchia quercia e in cima a quella quercia c’è una ghianda; è lei quella ghianda.” “Lungo, prendimi sulle spalle e la raggiungeremo” E il Lungo se lo caricò sulle spalle, si allungò e partì; e ogni passo erano dieci miglia e l’Acuto indicava loro la strada. E non fece in tempo a guardarsi attorno che erano già tornati e il Lungo consegnò la ghianda al principe: “Signore, lasciala cadere per terra!”. Il principe la lasciò cadere e in quell’attimo la principessa gli fu accanto. E mentre il sole cominciava a mostrarsi dietro ai monti, le porte si spalancarono rumorosamente e il Signornero entrò nella stanza ridendo maligno; ma appena si accorse che la principessa era lì si rabbuiò, borbottò e crac, uno dei cerchi di ferro che aveva come cintura si spezzò e saltò via. Egli prese la fanciulla per mano e la portò con sé.

Per tutta la giornata il principe non ebbe nulla da fare, se ne andò in giro per il castello e attorno a esso e osservò quel che c’era di strano. Ovunque, era come se la vita si fosse interrotta all’improvviso. In una stanza videro un principe, che teneva con tutte e due le mani alzate un coltello, come se avesse voluto tagliare qualcuno in due ma fosse impietrito prima di sferrare il colpo. In un’altra stanza stava un cavaliere pietrificato, era come se stesse fuggendo per paura di qualcuno, e avendo inciampato in mi gradino fosse stato lì lì per cadere senza essere caduto. Sotto il camino era seduto un servo che teneva in una mano un pezzo di arrosto e con l’altra portava il boccone alla bocca, ma prima di riuscire a mettercelo era stato pietrificato. E ne vide molti altri pietrificati, ognuno nella posizione in cui si trovava quando il Signornero aveva detto: “Pietrificatevi!”. Vide anche molti bei cavalli pietrificati nel castello e attorno al maniero tutto era vuoto e morto: c’erano gli alberi, ma senza foglie; c’era un prato, ma senz’erba; c’era un fiume, ma non vi scorreva l’acqua; nemmeno un uccellino cantava, né vi era un fiore, figlio della terra, e nell’acqua nemmeno un pesciolino. Di mattina, a mezzogiorno e di sera il principe e i suoi amici trovarono cibi pronti e abbondanti; i cibi arrivavano da soli, il vino si versava da solo.

Dopo cena la porta si aprì di nuovo e il Signornero condusse la principessa perché il principe la sorvegliasse. Tutti si erano impegnati a ogni costo a non dormire, ma non servì a nulla, si addormentarono. E quando all’alba il principe si svegliò e vide che la principessa era scomparsa fece un balzo e tirò Acuto per la manica: “Ehi, alzati, Acuto! Sai dov’è la principessa?”. Quello si sfregò gli occhi, guardò e disse: “Ecco, la vedo! A duecento miglia da qui c’è una roccia e in quella roccia una pietra preziosa: quella pietra è lei. Se il Lungo mi ci condurrà sapremo portartela”. Il Lungo lo prese subito sulle spalle, si allungò e partì – ogni passo erano duecento miglia. Poi l’Acuto puntò i suoi occhi roventi sulla montagna, la montagna si frantumò e la roccia andò in mille pezzi e tra di essi brillava una pietra preziosa. La presero e la portarono al principe; e non appena l’ebbero lasciata cadere, la principessa fu di nuovo lì. E quando poi il Signornero venne e la vide, gli occhi gli si accesero di rabbia e crac, un altro dei cerchi di ferro si spezzò e volò lontano. Borbottò e portò via la principessa dalla stanza.

Quel giorno trascorse proprio come il precedente. Dopo cena il Signornero riportò la principessa, guardò fisso negli occhi il principe e con un sorriso malvagio disse: “Vedremo chi l’avrà vinta tra noi due: tu oppure io!” e se ne andò. Questa volta fecero di tutto per non addormentarsi, non volevano nemmeno sedersi, avevano deciso di passare la notte camminando, ma tutto fu inutile! Uno dopo l’altro si addormentarono in piedi e la principessa fuggì ancora. Al mattino si svegliò di nuovo per primo il principe, e quando vide che la principessa non c’era svegliò Acuto: “Ehi, alzati, Acuto, guarda dov’è la principessa!”. Acuto guardò a lungo fuori: “Oh, Signore,’ disse “è lontano, molto lontano! A trecento miglia da qui c’è il Mar Nero e in mezzo a questo mare, sul fondo, c’è una conchiglia e in questa conchiglia c’è un anello d’oro e quell’anello è lei. Ma non preoccupatevi, la raggiungeremo! Ma oggi il Lungo deve portare con sé anche il Largo, avremo bisogno di lui”. Il Lungo prese su una spalla l’Acuto e sull’altra il Largo, si allungò, ogni passo erano trenta miglia. E quando giunsero al Mar Nero, l’Acuto gli mostrò da dove entrare nell’acqua per trovare la conchiglia. Il Lungo allungò il braccio quanto più poté, ma non bastava lo stesso a raggiungere il fondo. “Aspettate, amici, aspettate un po’, io vi aiuterò” disse il Largo e si gonfiò finché il suo ventre ne fu capace; poi si distese vicino alla riva e bevve. Dopo poco l’acqua si era abbassata e il Lungo poté raggiungere il fondo con facilità e portare su dal mare la conchiglia. Tolse l’anello, prese gli amici sulle spalle e corse indietro. Ma per strada faceva un po’ fatica a correre con sulle spalle il Largo, che aveva in pancia mezzo mare, e se lo scrollò di dosso in un’ampia pianura. Si udì un colpo come di un otre che cade da una torre e immediatamente tutta la pianura fu inondata e apparve come un grande lago; lo stesso Largo riuscì appena a scappare.

"Aspettate, amici, aspettate un po', io vi aiuterò” disse il Largo e si gonfiò finché il suo ventre ne fu capace; poi si distese vicino alla riva e bevve. Dopo poco l'acqua si era abbassata e il Lungo poté raggiungere il fondo con facilità e portare su dal mare la conchiglia.

“Aspettate, amici, aspettate un po’, io vi aiuterò” disse il Largo e si gonfiò finché il suo ventre ne fu capace; poi si distese vicino alla riva e bevve. Dopo poco l’acqua si era abbassata e il Lungo poté raggiungere il fondo con facilità e portare su dal mare la conchiglia.

Intanto il principe nel castello era ormai molto in ansia, lo splendore del sole cominciava a mostrarsi da dietro i monti e i servi non erano ancora tornati; e quanto più infuocati erano i raggi che salivano in alto, tanto maggiore era il suo affanno; un sudore mortale gli comparve sulla fronte. Presto il sole si mostrò all’orizzonte come una striscia sottile e ardente – ed ecco che con un gran frastuono la porta si spalancò e sulla soglia apparve il Signornero e si guardò attorno e vedendo che la principessa non c’era si mise a sghignazzare malvagiamente ed entrò nella stanza. Ma in quel mentre, crac, la finestra si frantumò e cadde per terra l’anello d’oro, e d’un tratto la principessa era di nuovo lì.

L’Acuto, vedendo cosa stava accadendo nel castello e in quale pericolo si trovava il suo signore, aveva informato il Lungo; il Lungo aveva fatto un passo e lanciato l’anello dalla finestra nella stanza. Per l’ira, il Signornero gridò tanto forte che il castello tremò, ed ecco che, crac, si spezzò il terzo cerchio di ferro, il Signornero si tramutò in corvo e volò via dalla finestra andata in frantumi. E d’un tratto la bella fanciulla parlò, ringraziò il principe che l’aveva liberata e arrossì come una rosa.

E improvvisamente nel castello e attorno a esso tutto prese vita: quello che teneva il coltello nella mano alzata lo scagliò in aria – il coltello sibilò – poi lo infilò di nuovo nella guaina; quello che aveva inciampato nel gradino cadde per terra ma si rialzò subito e si toccò il naso per controllare che fosse ancora intero; quello che stava seduto sotto il camino si cacciò in bocca quel boccone d’arrosto e continuò a mangiare, e così ognuno finì di fare ciò che aveva cominciato dal punto in cui si era interrotto. Nella stalla i cavalli scalpitavano e nitrivano allegri; gli alberi attorno al castello divennero verdi come i sempreverdi, i prati si coprirono di fiori variopinti e nel fiume si mosse veloce una frotta di pesciolini.

Dovunque c’era vita, dovunque allegria. Intanto nella stanza dove si trovava il principe si radunarono molti signori, e tutti lo ringraziarono per averli liberati. Ma egli disse: “Non dovete ringraziare me, se non fosse stato per i miei tre fedeli servi, il Lungo, il Largo e l’Acuto, sarei anch’io come eravate voi”. E subito dopo si rimise in cammino per tornare dal padre, il vecchio re, con la fidanzata e con i servi, il Lungo e l’Acuto e tutti quei signori che lo accompagnavano. Lungo il cammino incontrarono il Largo e lo presero con loro. Il vecchio re pianse per la gioia vedendo tornare il figliolo; pensava che non sarebbe tornato mai più. Poco tempo dopo si celebrarono festosissime nozze. I festeggiamenti durarono tre settimane e tutti i signori liberati dal principe furono invitati.

Dopo le nozze il Lungo, il Largo e l’Acuto si presentarono al giovane re dicendo che se ne andavano per il mondo in cerca di lavoro. Il giovane re tentò di dissuaderli, di farli rimanere: “Vi darò tutto ciò di cui avrete bisogno sino alla morte, non dovrete far nulla”. Ma a loro una vita così pigra non piaceva. Si congedarono e se ne andarono, e tuttora girovagano in qualche parte del mondo.

Dovunque c'era vita, dovunque allegria.

Dovunque c’era vita, dovunque allegria.

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