I verdolini di Hans Christian Andersen

I verdolini o I piccoli verdi (De smaa Grønne) o I verdini, fiaba scritta da Hans Christian Andersen nel 1867

In un mondo che, da sempre, cambia il nome delle cose, pensando in qualche modo di correggerne e farne digerire anche l’essenza, solo l’uomo che guarda la realtà senza lasciarsi ingannare dai discorsetti delle “piccole mucche da latte”, può continuare a osare, e chiamare le cose con il loro vero nome.

Mai come nel caso di questa storia…. Chi ha orecchi per intendere intenda!

«Bisogna chiamare ogni cosa con il suo vero nome, e se non si osa farlo nella realtà, bisogna poterlo fare almeno nella fiaba.»

i verdolini

Alla finestra c’era un cespuglio di rose, poco tempo prima aveva una giovanile freschezza, ora aveva un aspetto malaticcio, soffriva di qualcosa. Qualcuno vi si era stabilito e lo stava divorando; erano truppe di occupazione molto ben educate, in uniforme verde. Parlai con uno degli ospiti, aveva solo tre giorni ed era già nonno. Sai cosa disse? Disse cose vere: parlò di sé e di tutta la truppa di occupazione.

«Siamo il reggimento più strano fra tutte le creature della terra. Quando fa caldo mettiamo al mondo dei piccoli già perfettamente formati: il tempo è bello, quindi ci fidanziamo e subito dopo festeggiamo il matrimonio. Mentre col freddo deponiamo le uova, così i piccoli se ne stanno al caldo. L’animale più intelligente, la formica, è molto stimata da noi, ci studia e ci apprezza. Non ci divora subito, prende le nostre uova e le mette nel formicaio comune, ci porta al piano inferiore, ci depone con molta competenza uno sull’altro, uno di fianco all’altro, in modo che ogni giorno uno nuovo esca dall’uovo. Poi ci porta nella stalla, ci lega le zampe posteriori, ci munge e così moriamo. È proprio un gran piacere! Presso di loro abbiamo un nome davvero grazioso: “Piccole mucche da latte!.” Tutti gli animali che se ne intendono di formiche ci chiamano allo stesso modo, solo gli uomini no, e questa è per noi una grande offesa, tanto da farci perdere la nostra dolcezza. Lei non può scrivere qualcosa, non può aiutare questi uomini a capire?! Loro ci guardano in modo così stupido con i loro occhi dispettosi: solo perché mangiamo un petalo di rosa, mentre loro stessi mangiano tutte le creature viventi, tutto quello che è verde e che cresce. E poi ci danno un nome terribile, un nome disgustoso; non lo dirò, oh, mi viene la nausea! Non riesco a dirlo, per lo meno quando sono in uniforme, e io sono sempre in uniforme.

«Sono nato sul petalo del cespuglio di rose, io e tutto il reggimento viviamo di questo rosaio, ma il rosaio vive di nuovo in noi e appartiene a una categoria superiore. Gli uomini non ci sopportano, vengono e ci uccidono con l’acqua saponata; è un’orrida bevanda! Mi sembra già di sentirne l’odore. È proprio terribile venire lavati, quando si è nati per non essere lavati.

«Uomo, tu che mi guardi con quegli occhi severi color acqua saponata, pensa al nostro posto nella natura, alla nostra straordinaria capacità di deporre le uova e di far crescere i piccoli! È il compito che ci è stato affidato, quello di “moltiplicarci.” Nasciamo tra le rose e moriamo tra le rose. Tutta la nostra vita è poesia. Non darci il nome che consideri brutto e disgustoso, quel nome non lo dico, non lo pronuncio! Chiamaci mucche da latte delle formiche, reggimento del cespuglio di rose, verdolini!»

E io, l’uomo, stavo lì a guardare il cespuglio, e i verdolini, il cui nome non oso dire per non offendere un cittadino della rosa, una grande famiglia con le uova e con piccoli vivi. L’acqua saponata con cui volevo lavarli, perché ero venuto con l’acqua saponata e con pessime intenzioni, la sbatterò e ci soffierò dentro per formare tante bolle di sapone di cui ammirerò lo splendore, e forse in ognuna ci sarà una fiaba. E la bolla divenne grandissima, con colori splendenti, e in mezzo c’era una specie di perla d’argento, posata sul fondo. La bolla oscillò, si sollevò, volò verso la porta e scoppiò, ma la porta si aprì e lì c’era madre fiaba in persona.

«Bene, ora lei saprà raccontare meglio di me la storia di… non oso dirne il nome!… dei verdolini.»

«Pidocchi delle piante!» disse madre fiaba. «Bisogna chiamare ogni cosa con il suo vero nome, e se non si osa farlo nella realtà, bisogna poterlo fare almeno nella fiaba.»

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