Chagrin d’amour di Hermann Hesse. Una leggenda sulla canzone più triste e più cantata di sempre

“Chagrin d’amour” di Hermann Hesse è la leggenda scritta dallo scrittore tedesco nel 1907 per celebrare “Plaisir d’amour” una delle canzoni d’amore più tristi e strappacuore e nello stesso tempo più cantate della storia della musica. Cosa volete di più per San Valentino?

Intorno al ritornello di questa celebre romanza scritta nel 1785 da Jean Paul Egide Martini,

Plaisir d’amour ne dure qu’un moment, Chagrin d’amour dure toute la vie. che traduciamo con

La gioia dell’amore non dura che un momento, La pena d’amore dura tutta la vita,

sono state scritte  più di 200 versioni, si sono dilettate le voci della lirica e della musica leggera,  Bocelli e Battiato, ovviamente una serie di cantanti francesi, tra cui l’ inconfondibile voce e lo sguardo ammaliatore di Charles Aznavour con la erre arrotata più francese della storia, la cantante Nana Mouskouri. La troviamo al cinema, ad esempio in Love affair, del 1939, il mancato appuntamento sull’Empire State Building più famoso di sempre, per un film strappalacrime da serata con amiche. E poi c’è la mitica versione inglese di Elvis Presley, che mantiene la musica pur cambiando le parole e diventa la famosissima Can’t help falling in love, e neppure la versione (come può non essere la mia preferita!)  appena più rock di Bruce Springsteen riesce a togliere a questa canzone quella sua ultima vena di tristezza che la fa interpretare, modificare e cantare da più di 200 anni.

Hermann Hesse scrive una leggenda in cui immagina che la romanza sia scritta da un oscuro trovatore provenzale, Marcel, per celebrare l’amore, non corrisposto, per la bella regina Herzeloyde. I nomi della storia alquanto antiquati sono tratti dal poema epico medievale Parzival, 13esimo secolo. Quando i cavalieri combattevano non per vincere ma perché:

Se non la posso vincere, posso però combattere per lei e sanguinare per lei e soffrir per lei sconfitta e dolore. Mi è più dolce morire per lei che viver bene senza di lei

Una storia così potrà andar bene anche per i piccoli cavalieri di oggi?

Chagrin d’amour di Hermann Hesse versione integrale

parzival3

Tanto tempo fa davanti a Canvoleis, capitale del paese di Valois, i signori erano accampati in tende sontuose. Ogni giorno si riaccendeva il torneo, premio del quale era la regina Herzeloyde, l’intatta vedova di Castis, bella figlia di Frimutel re del Gral. Fra i torneanti si vedevano grandi signori, i re Pendragon d’Inghilterra, Lot di Norvegia, il re d’Aragona, il duca di Brabante, conti, eroi e cavalieri famosi quali Morholt e Riwalin; li si può trovare enumerati nel secondo canto del Parsifal di Wolfram. Qualcuno mirava soltanto alla gloria militare, qualche altro ai begli occhi azzurri di fanciulla della giovane regina, i più invece al suo ricco e fertile paese, alle sue città e ai suoi castelli.

Oltre ai molti principi e agli eroi famosi era giunta là tutta una folla di oscuri cavalieri, di avventurieri, di malandrini e poveri diavoli. Alcuni di costoro non possedevano neanche una tenda propria; pernottavano qua e là, spesso senza riparo, all’aperto, avvolti nel mantello. Facevano pascolare i loro cavalli nei prati lì attorno, trovavano, invitati o no, cibo e bevande sulle tavole altrui, e ciascuno di essi sperava nella fortuna e nel caso, specie qualora intendesse prender parte al torneo. Infatti le loro probabilità erano in sostanza assai scarse, perché avevano cattivi cavalli; e, su un ronzino, anche il più valoroso avrebbe potuto concludere ben poco in un torneo. Molti poi non pensavano affatto a battersi, ma volevano soltanto esser presenti e prender parte meglio che potevano al divertimento generale oppure trarne un qualche vantaggio. Tutti erano allegri. Ogni giorno c’erano banchetti e feste, ora al castello della regina, ora all’accampamento dei ricchi e potenti signori, e più di un povero cavaliere si rallegrava che il risultato delle gare si facesse attender tanto. Si cavalcava, si andava a caccia, si chiacchierava, si beveva e si giocava, si assisteva al torneo e talvolta vi si partecipava, si curavano i cavalli feriti, si osservava lo sfarzo dei grandi, non ci si lasciava scappar nulla e ci si dava al bel tempo.

Tra i guerrieri poveri e oscuri ce n’era uno di nome Marcel, figliastro di un piccolo barone del sud, giovane cavaliere di ventura assai povero e di bell’aspetto, con una modesta armatura e un cavalluccio vecchio e debole che si chiamava Melissa. Era venuto, come tutti gli altri, per soddisfare la propria curiosità, tentare la sorte e prender parte un poco anche lui al movimento e alla bella vita generali. Tra i suoi pari e anche presso qualche famoso cavaliere questo Marcel godeva di una certa notorietà, non come cavaliere, bensì come cantante e musicista, perché sapeva poetare e cantare assai piacevolmente le sue canzoni accompagnandosi col liuto. Si trovava bene in quella confusione, che gli sembrava una grande fiera, e non si augurava di meglio se non che quel gaio accampamento e tutte le sue feste durassero un bel pezzo. Una sera un suo protettore, il duca di Brabante, lo invitò a partecipare a un banchetto che la regina voleva allestire per i cavalieri più in vista. Marcel si recò nella capitale e al castello, dove la sala risplendeva magnificamente, e piatti e boccali promettevano un buon ristoro. Ma quella sera il povero giovane non tornò via di là con animo lieto. Aveva visto la regina Herzeloyde, udito la sua voce chiara e vibrante e bevuto i suoi dolci sguardi. Adesso il suo cuore batteva d’amore per l’illustre dama, che sembrava soave e modesta come una fanciulla e tuttavia era tanto al di sopra di lui, alta e irraggiungibile.

Poteva bensì, come ogni altro cavaliere, combattere per lei. Era libero di tentar la fortuna nel parzivaltorneo. Ma né il suo cavallo e le sue armi erano in condizioni particolarmente buone, né lui poteva dirsi un grande eroe. In verità non conosceva la paura, e volentieri avrebbe a ogni istante messo a repentaglio la propria vita combattendo per la venerata regina. Ma la sua forza non era paragonabile a quella di Morholt o del re Lot o addirittura di Riwalin e di altri eroi; questo lo sapeva bene. Tuttavia non volle rinunciare a fare un tentativo. Diede da mangiare al suo cavallo Melissa pane e fieno scelto, che dovette elemosinare, si curò con cibo e sonno regolari, pulì e lustrò con ogni cura la sua meschina armatura. E dopo qualche giorno si recò per tempo al campo e si iscrisse al torneo. Gli si fece incontro come avversario un cavaliere spagnolo, i due si affrontarono con i lunghi giavellotti e Marcel fu mandato a gambe levate con tutto il cavallo. Gli usciva sangue dalla bocca, gli dolevano tutte le membra, eppure si alzò senza farsi aiutare, condusse via il suo tremante cavallino e si lavò in un ruscello, presso il quale rimase, solo e avvilito, per il resto della giornata.

La sera, quando fece ritorno all’accampamento dove già qua e la ardevano le fiaccole, il duca di Brabante lo chiamò per nome. «Oggi hai tentato la fortuna della armi», disse bonariamente. «La prossima volta che ne avrai voglia prendi uno dei miei cavalli, mio caro, e se vinci consideralo tuo! Ma ora stiamo allegri, cantaci una bella canzone per finir bene la giornata!» Il povero cavaliere non aveva voglia di cantare e di stare allegro. Ma, a causa del cavallo che gli era stato promesso, acconsentì. Entrò nella tenda del duca, bevette una coppa di vino rosso e si fece dare il liuto. Canto una canzone e poi un’altra; compagni e signori lo elogiarono e bevvero alla sua salute.

«Dio ti benedica, cantore!» esclamò il duca soddisfatto.

«Lascia perdere il giavellotto e vieni con me alla mia corte, dove starai bene.»

«Siete buono», disse piano Marcel. «Ma mi avete promesso un buon cavallo, e prima di pensare ad altre cose voglio combattere ancora una volta. A che mi servono la bella vita e le belle canzoni, quando altri cavalieri si battono per la fama e l’amore!»

Uno rise: «Volete vincere la regina, Marcel?».

Egli scattò: «Voglio quel che tutti voi volete, anche se sono soltanto un povero cavaliere. E se non la posso vincere, posso però combattere per lei e sanguinare per lei e soffrir per lei sconfitta e dolore. Mi è più dolce morire per lei che viver bene senza di lei, da codardo. E se qualcuno vuol deridermi per questo, per lui la mia spada è affilata, cavaliere››.

Il duca esortò alla pace, e presto tutti andarono a dormire. Ma il duca trattenne con un cenno il cantore, che si accingeva ad andarsene anche lui. Lo guardò negli occhi e gli disse con bontà: «Sei giovane, fanciullo mio. Vuoi veramente precipitarti nella miseria, nel sangue e nel dolore per un sogno? Non puoi diventare re di Valois e non puoi avere la regina Herzeloyde come tua amata, lo sai bene. A che ti giova far cadere da cavallo uno o due meschini cavalieri? Dovresti battere i re e Riwalin e me e tutti gli eroi, per raggiungere il tuo scopo! Perciò ti dico: se vuoi combattere, comincia con me, e se non mi vincerai lascia perdere il tuo sogno e seguimi al mio servizio, come già ti ho proposto».

Marcel arrossì, ma disse senza esitare: «Vi ringrazio, signor duca, e domani combatterò con voi››. Si allontanò e andò a vedere il suo cavallo. L’animale soffiò amichevolmente, mangiò il pane dalla sua mano e gli appoggiò la testa sulla spalla.

«Sì, Melissa››, disse egli piano, accarezzandogli la testa, «mi vuoi bene, Melissa, cavallino mio. Ma per noi sarebbe stato meglio morire nel bosco, prima di giungere a questo accampamento. Dormi bene, Melissa, cavallino mio.››

parzival2Il mattino dopo, di buon’ora si recò nella città di Canvoileís e vendette a un borghese il suo cavalluccio Melissa in cambio di un nuovo elmo e di nuovi stivali. Quando se ne andò, la bestia protese il capo e il lungo collo verso di lui, ma egli proseguì senza più voltarsi indietro. Poi un servitore del duca gli portò uno stallone rosso, un animale giovane e forte, e un’ora più tardi il duca stesso scendeva a duello con lui. Molti vennero ad assistere, poiché torneava un nobile signore. Nel primo assalto nessuno ebbe la meglio, perché il duca di Brabante volle risparmiare il giovane. Ma poi si adirò con quel pazzo fanciullo e gli si lanciò contro con tanta violenza che Marcel cadde all’indietro, restò impigliato nella staffa e fu trascinato via dallo stallone rosso.

Mentre l’avventuriero, coperto di lividi e ferite, giaceva in una tenda del seguito del duca e si faceva curare, per la città e l’accampamento si diffuse la notizia dell’arrivo di Gachmuret, famosissimo eroe. Questi fece la sua comparsa con sfarzo e ostentazione, lo splendore del suo nome lo precedeva come una stella, i grandi cavalieri corrugarono la fronte, ma quelli poveri e oscuri lo accolsero con giubilo, e la bella Herzeloyde gli guardò dietro arrossendo. Il giorno dopo Gachmuret cavalcò senza fretta verso il prato, cominciò a lanciar sfide e a combattere, e disarcionò uno dopo l’altro i grandi cavalieri. Ormai si parlava solo di lui, era lui il vincitore, a lui spettavano la mano e il paese della regina. Anche l’infermo Marcel udì i discorsi di cui era pieno l’accampamento. Udì che per lui Herzeloyde era perduta, udì lodare ed esaltare Gachmuret, e in silenzio si voltò verso la parete della tenda, strinse i denti e avrebbe voluto morire. Ma udì anche di più.

Ricevette la visita del duca, che gli donò delle vesti e anche lui parlò del vincitore. E Marcel seppe che la regina Herzeloyde arrossiva e impallidiva d’amore per Gachmuret. Ma di questo Gachmuret udì che non era solo uno dei cavalieri della regina Anflise di Francia, ma anche che in terra pagana aveva lasciato una nera principessa dei mori, della quale era stato sposo.

Quando il duca se ne fu andato, Marcel si alzò stancamente dal suo giaciglio, indossò un vestito e nonostante i dolori si recò in città, per vedere il vincitore Gachmuret. E lo vide, un bruno e possente guerriero, un gigante massiccio dalle membra poderose. Come un carnefice, gli apparve. Riuscì a introdursi nel castello e a mescolarsi inosservato agli ospiti. Allora vide la regina, la donna delicata come una fanciulla, ardere di felicità e di pudore e offrire le labbra all’eroe straniero. Verso la fine del banchetto, però, lo riconobbe il suo protettore, il duca, e lo chiamò a sé.

«Permettete, ›› disse il duca alla regina, «che vi presenti questo giovane cavaliere. Si chiama Marcel ed è un cantore che spesso ci ha deliziato con la sua arte. Se lo desiderate, ci canterà una canzone.››

Herzeloyde fece al duca e anche al cavaliere un cortese cenno di assenso, sorrise e fece portare unparzival4 liuto. Il giovane cavaliere era pallido, si inchinò profondamente e prese esitante lo strumento che gli era stato recato. Ma poi fece scorrere rapide le dita sulle corde, tenne lo sguardo fisso alla regina e cantò una canzone da lui composta tempo addietro, nella sua patria. Ma aggiunse come ritornello, dopo ogni verso, due semplici strofe dal suono triste, che venivano dal suo cuore ferito. E queste due strofe, che risuonavano nel castello per la prima volta quella sera, presto diventarono assai note e furono molto cantate. Dicevano:

Plaisir d’amour ne dure qu’un moment, 

Chagrin d’amour dure toute la vie.

Terminato il canto, Marcel lasciò il castello, dalle cui finestre lo inseguiva il chiaro splendore dei ceri. Non fece ritorno alle tende, ma uscì di città in un’altra direzione, inoltrandosi nella notte, per condurre, non più cavaliere, una vita senza patria come suonatore di liuto.

Il suono delle feste si è spento e le tende sono marcite, il duca Brabante, l’eroe Gachmuret e la bella regina sono morti da parecchie centinaia d’anni, nessuno sa più di Canvoleis e del torneo per Herzeloyde. Nel corso dei secoli di loro non è restato nulla tranne i nomi, che al nostro orecchio suonavano estranei e antiquati, e i versi del giovane cavaliere. Questi li si canta ancor oggi.

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