13 dicembre, santa Lucia. Un racconto in versi, una tradizione siciliana e … un panino

13 dicembre, santa Lucia. Un racconto in versi, una tradizione siciliana e per finire … un panino al mais per la festa

di Valeria

Sono cresciuta in Sicilia ed è per questa ragione che ci sono rimasta davvero male quando ho scoperto che nel “continente” il giorno di Santa Lucia é considerato una festa di tradizione nordica!

Certo, che le belle svedesi, bionde, diafane e coronate di foglie di mirtilli rossi e candele ardenti (cosa che da parte loro denota una certa incoscienza!) siano diventate nell’immaginario collettivo il volto di Santa Lucia, é comprensibile, ma rimettiamo le cose in ordine a cominciare dal fatto, noto a pochi, che ogni anno la Santa Lucia nazionale svedese, incoronata nientemeno che dal premio Nobel della Letteratura, si reca a Siracusa per prender parte alla processione del 13 dicembre, nella città natale della Santa!

Perché, Santa Lucia era proprio siracusana.

A Siracusa tra il 283 e il 304 testimoniò in piena persecuzione diocleziana la sua fede cristiana e a Siracusa subì il martirio, che per altro non ha nulla a che fare con gli occhi, come un’altra falsa credenza sostiene: per non aver rinnegato Cristo, Santa Lucia fu trafitta alla gola con una spada e poi decapitata. Solo successivamente, in virtù del nome e dell’associazione al culto di Artemide dea della luce, sarebbe stata invocata quale protettrice della vista.

pala di santa lucia
Lorenzo Lotto, Pala di santa Lucia

Ma la cosa che più sorprende il siciliano trapiantato al Nord é scoprire che da queste parti si ignora totalmente il fatto che il 13 dicembre non si mangia il pane.

A Santa Lucia noi siciliani non mangiamo né pane, né pasta!

Ogni bambino dell’Isola lo sa bene e sa anche che in compenso troverà consolazione in un’ampia varietà di altre leccornie da forno, dolci e salate, che nei secoli si é trovato il modo di assemblare con i surrogati del frumento, come la farina di ceci e il granoturco. Buonissimi, solo per fare un esempio, i panini di mais e la Cuccía.

Ecco il perché di questa tradizione, in un racconto in versi della poetessa palermitana Claudia Agnello, cui segue la mia traduzione “in italiano”. Ma se volete cimentarvi anche voi nordici nella lettura della musicale lingua siciliana, provateci.

Mi rissi me nanna, quann’era nica:

«Ora ti cuntu ‘na storia antica».

‘Ncapu li ammi mi fici assittari

e araciu araciu si misi a cuntari:

«Ci fu ‘na vota, a Siracusa

‘na caristia troppu dannusa.

Pani ‘un cinn’era e tanti famigghi

‘unn’arriniscìanu a sfamari li figghi.

Ma puru ‘mmenzu a la disperazioni

nun ci mancava mai la devozioni

e addumannavanu a Santa Lucia

chi li sarvassi di la caristìa.

Un beddu jornu arriva di luntanu

rintra lu portu siracusanu

‘na navi carrica di furmentu

a liberalli ri ‘ddu tormentu.

Pi li cristiani la gioia fu tanta

chi tutti griravanu «viva la Santa!»

Picchi fu grazii a la so ‘ntercessioni

ch’avia arrivatu ‘dda binidizioni.

Tutti accurrianu a la marina,

ma era furmentu, ‘unn’era farina

e cu un pitittu ch’un facìa abbintari

‘un c’era tempu di iri a macinari.

Pi mettisi subitu ‘n’sarvamentu

avìanu a cociri lu stessu furmentu

e pila forma «a coccia» ch’avìa

accuminciaru a chiamalla «cuccìa».

La bona nova arrivà luntana

e pi sta màrtiri siracusana

fu accussi granni la venerazioni

chi fici nasciri ‘na tradizioni.

Passà lu tempu di la caristìa

e arristà l’usanza, pi Santa Lucia,

di ‘un fari pani, di ‘un cociri pasta,

e di manciari la cuccìa e basta.

 

Ma lu sapemu, ci voli picca

e l’usanza di scarsa addiventa ricca.

A ognunu ci vinni la bedda pinzata

di priparalla chiù elaborata.

Cu ci mittìa lu biancumanciari

e cu vinu cottu ci vosi ‘mmiscari.

Cu ci vulìa lu meli li ficu

e tanti atri cosi chi mancu ti ricu.

Ma je vulissi sapiri, a la fini,

di runni spuntaru li beddi arancini?

E m’addumànnu di quali manu

nasceru panelli e risattianu».

E amentri chi me nanna si sfirniciàva,

a mia lu stommacu mi murmuriava

e mi ricordu chi ci avissi rittu:

«nonnà, zittemuni ch’haiu pitittu!»

“Vieni” mi disse mia nonna una sera

“voglio raccontarti una storia vera”.

pala di santa lucia particolare
Pala di santa Lucia, particolare

Sulle ginocchia mi fece sedere

E pian pianino iniziò a raccontare.

“Ci fu un tempo a Siracusa

una carestia assai dannosa.

Non c’era pane e in molte famiglie

La fame pativano sia figli, che figlie.

Eppure persino nella disperazione

Mai venne meno la devozione.

Tutti pregavano Santa Lucia

Che li salvasse dalla carestia.

Di fatti un bel giorno da lontano

Arrivò nel porto siracusano

Una nave carica di frumento

Che pose fine al gran patimento.

Per i cristiani la gioia fu tanta

E tutti gridavano “Viva la Santa!”

Fu infatti grazie alla sua intercessione

Che era arrivata la benedizione.

Il popolo accorso sulla banchina

Trovò, però, grano e non farina.

Eppure la gente doveva mangiare

Non c’era tempo per macinare.

Spinti quindi della fame nera

Cucinarono il grano così com’era.

Per la sua forma, comunque sia,

Ciò che si ottenne fu detto Cuccía

La dolce notizia volò lontana

Dando alla martire siracusana

Lustro grande e venerazione

Tanto che nacque una tradizione.

Il tempo é passato, ma l’usanza é rimasta:

per Santa Lucia né pane, né pasta…

Cuccía e basta!

 

Ma, lo sappiamo, ci vuole poco,

diventa incendio anche il semplice fuoco.

La nostra Cuccía era appena nata

Che vollero farla più elaborata.

Chi ci metteva il biancomangiare,

chi il vino cotto, chi il miele di fico,

chi altre cose che nemmeno ti dico.

Ma io vorrei sapere, alla fine,

Da dove spuntarono le arancine?

E mi chiedo in quale giorno preciso

Nacquero panelle e crespelle di riso?”

Mentre mia nonna si arrovellava

Il mio stomaco però già borbottava

Quindi le dissi indicando il tegame

“Nonna, silenzio, che ora ho fame!”

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