Il tesoro dei tre fratelli, di Ludwig Bechstein

Il tesoro dei tre fratelli, di Ludwig Bechstein. Fiaba altrimenti tradotta, dal tedesco, con “Tavolino, apparecchiati! Asino, starnuta! Randello, esci dal sacco!”, da declamare con voce sufficientemente impostata.

Un’altra divertente fiaba di Bechstein, (trovate le altre qui), un’altra fiaba sull’apparenza, sulla realtà e la verità, sulla vera forza e intelligenza e, perché no, sulla furbizia, una delle fiabe preferite dai bambini (di ogni età!!!), con alcuni temi comuni ad altre:

  • tre fratelli, di cui il più piccolo è reputato stupido, grullo, solo perché silenzioso e timido
  • genitori ottusi
  • l’abbandono della casa paterna per il vasto mondo
  • un vecchietto che aiuta
  • tre doni magici
  • un certo senso di disagio, forse paura, in due precisi momenti, che si scioglie nel gioioso ribaltamento finale
  • un uomo avido e ladro, giustamente punito
  • capovolgimento di ruoli: chi sembrava furbo non lo è, chi sembrava stupido, dimostra chi è veramente

Una fiaba con cui è così facile identificarsi!! Ogni bambino sa subito da che parte stare!
Il tema dei regali magici, che valgono più di oro e argento, è presente nelle fiabe in moltissime varianti, di cui la più famosa è la versione dei fratelli Grimm “Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti” che metterò prossimamente.

Che delizia e che emozione quel preciso momento in cui il bambino capisce quel che succederà, in quel momento c’è il riscatto di tutti i piccoli del mondo, cui voi che raccontate avete l’onore di partecipare, con un bel:   —Randello, esci dal sacco!—

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Tischlein deck dich, Esel streck dich, Knüppel aus dem Sack. Tavolino, apparecchiati! Asino, starnuta! Randello, esci dal sacco!

Il tesoro dei tre fratelli

C‘era una volta un sarto che aveva tre figlioli. I giovanotti avevano un nome, ma tutti li chiamavano col soprannome: il Lungo, il Grasso, il Grullo. Il Lungo faceva il falegname, il Grasso il mugnaio e il Grullo il tornitore.
Ma un giorno il Lungo si stancò di vivere sempre in quel paesetto dove non capitava mai niente di nuovo, e disse ai suoi:
—Voglio andare per il mondo a cercar fortuna.
Mise gli arnesi del suo mestiere in una bisaccia, qualche soldo in una borsa e partì. Cammina cammina, un giorno si accorse di non possedere più un centesimo e allora, tutto preoccupato, si chiese come avrebbe fatto a mangiare l’indomani. A un tratto incontrò un vecchietto che gli domandò:
— Giovanotto, che cosa ti è capitato? Perché hai quell’aria da funerale?
— Non ho soldi e non ho lavoro. Come potrei essere allegro?
— Ebbene, ti darò io da lavorare: vieni con me.
E l’omino precedette il Lungo per il sentiero, finché giunsero a una graziosa casetta circondata da un bosco di verdi abeti che facevano da muro di protezione, davanti all’entrata due abeti alti, come sentinelle giganti. Nel tinello c’era già una tavola imbandita. La moglie del vecchietto mise un piatto in più, e tutti sedettero e mangiarono allegramente. Quando ebbero finito l’omino disse:
— Se vuoi, puoi rimanere a casa mia: accomoderai i miei vecchi mobili e io ti darò un giusto compenso per il tuo lavoro.
Il Lungo trascorse alcuni mesi deliziosi nella casa dei suoi ospiti. Il vecchietto era sempre allegro e gentile, la vecchietta preparava pranzi squisiti e il lavoro non era faticoso. Ma venne il giorno in cui il suo padrone gli disse:
— Figliolo, non saprei più che cosa farti fare, e non ho nemmeno denaro da darti; ma ti offrirò qualcosa che vale più dell’oro e dell’argento.
Aperse un armadio e ne tolse un piccolo tavolino molto grazioso.
— È un tavolino magico — spiegò. — Quando gli dirai: «Tavolino, apparecchiati» subito lo vedrai coprirsi di cibi. Non perderlo e ricordati di me.
Al Lungo dispiaceva lasciare la casetta in mezzo al bosco, ma era molto contento del regalo; non appena fu lontano cento passi, posò il tavolino a terra e comandò:
— Tavolino, apparecchiati —
Subito sul tavolino comparve una tovaglia di seta rosa ricamata, pane appena sfornato, arrosti e intingoli in piatti d’argento, frutta di tutte le specie e di tutte le stagioni, e anche una sottile anfora piena di vino stravecchio. Il Lungo mangiò e bevve, poi mise il tavolino in spalla e continuò allegramente il cammino. Durante il viaggio poté mangiare e bere tutto ciò che gli piaceva e finalmente, dopo molti giorni, giunse a un villaggio vicino al suo. Si fermò in un’osteria e consegnò all’oste il tavolino, raccomandandogli di custodirlo con cura; poi si ritirò in camera a riposare un po’.
Ma all’ora di cena non volle mangiare: chiese soltanto il tavolino di ritorno. L’oste lo riconsegnò, ma, incuriosito, si fermò a spiare attraverso il buco della serratura. Quando vide il tavolino apparecchiarsi magicamente, pensò: «Quel mobile farebbe la fortuna della mia locanda! Debbo proprio cercare di averlo». Poco dopo il Lungo gli riconsegnò il tavolino e l’oste lo sostituì di nascosto con un altro perfettamente uguale.
Il mattino seguente il giovanotto, ignaro, lo rimise in spalla e ripartì. Giunto a casa raccontò ai suoi che aveva fatto fortuna, e li pregò di invitare amici e parenti a un pranzo.
— Ma un pranzo per tanta gente costerà caro! — obiettò il padre.
—Al pranzo penso io! Voi fate gli inviti e basta — affermò il Lungo.
E quando tutti furono radunati, collocò il tavolino in mezzo alla stanza e spiegò:
— Questo tavolino imbandirà vivande per tutti. Comandate ciò che vi piace —.
I parenti lo guardarono increduli ma vollero accontentarlo lo stesso e il Lungo ordinò:
— Tavolino, apparecchiati.
Sembrava però che il tavolino avesse perduto ogni potere, perché rimase nudo e insensibile. Inutilmente il Lungo ripeté le parole magiche in tutti i toni: niente da fare. Infine tutti se ne andarono ridendo, e al Lungo non restò che riprendere il suo mestiere di falegname.

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E quando tutti furono radunati, collocò il tavolino in mezzo alla stanza e spiegò:
— Questo tavolino imbandirà vivande per tutti. Comandate ciò che vi piace —.
I parenti lo guardarono increduli ma vollero accontentarlo lo stesso e il Lungo ordinò:
— Tavolino, apparecchiati.

Qualche tempo dopo, il secondo figlio, il Grasso, decise anche lui di andare a cercar fortuna e, messi i suoi arnesi in una bisaccia, salutò i genitori e partì. Cammina cammina, quando non ebbe più un soldo in tasca, capitò anche lui nel bosco, incontrò l’omino e fu ospitato nella casetta. Anche lui vi rimase per qualche mese lavorando come mugnaio e, finalmente, un giorno il suo buon padrone lo licenziò e gli disse:
— Non ho denaro per pagarti, ma ti darò qualcosa di meglio: eccoti un somarello che sembra uguale a tutti, ma quando gli dirai: «Asino, starnuta!» esso starnutirà monete d’oro.
— Monete d’oro? — gridò il Grasso felice. — Evviva! — Poi ringraziò il vecchietto e sua moglie e partì: ma prima di essere fuori dal bosco aveva già fatto starnutire al somarello un bel sacchetto di monete.
Naturalmente fece un viaggio da gran signore, perché con quel denaro poté comprare ciò che gli piaceva e mangiare come un principe; aveva quasi vuotato il sacchetto quando giunse alla locanda dove già si era fermato suo fratello. Decise di passarvi la notte, e quando fu il momento di pagare, disse all’oste: — Vado a prendere il denaro —. Poi entrò nella stalla. L’oste fu incuriosito, perché sapeva che il denaro si tiene in camera e non nella stalla; perciò seguì il giovane e lo spiò. Il Grasso stese una tovaglia sotto il muso dell’asinello e comandò:
— Asino, starnuta! — e subito Etcì! piovve sulla tovaglia un bel gruzzolo di monete d’oro. «Quell’asino deve essere mio!» pensò l’oste: e poiché possedeva un asino perfettamente uguale, quando il Grasso fu a letto, sostituì un animale con l’altro.
Al mattino il mugnaio si alzò, andò nella stalla a prendere il suo somarello e non si accorse di nulla. Poco dopo arrivava a casa accolto festosamente.
— Ho fatto fortuna! — annunciò. — Vi prego di invitare a pranzo amici e parenti per far festa insieme.
— Ma un pranzo per tanta gente costerà caro! — obiettò il padre.
— Non preoccupatevi: pago tutto io. Voi fate gli inviti e basta.
Venne accontentato, e amici e parenti accorsero il giorno dopo per festeggiarlo. Fu imbandito un lauto pranzo che costò caro davvero, tanto che il sarto si coprì di debiti; e quando tutti ebbero mangiato e bevuto, il Grasso condusse nella sala il somarello e gli stese una tovaglia bianca sotto il muso:
— Ora gli farò starnutire monete d’oro per tutti — promise. E comandò: — Asino, starnuta! —
Ma l’asino non se ne dava per inteso, e invano il Grasso ripeté quelle parole in tutti i toni, accarezzò l’animale, lo pregò, lo bastonò. L’asino rispose solo con un lungo raglio, mentre tutti ridevano a crepapelle. Infine se ne andarono beffeggiando, e al Grasso non restò che rimboccarsi le maniche e lavorare giorno e notte per pagare le spese fatte.

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— Randello, esci dal sacco! —

Ma il figlio più giovane, il Grullo, chiamato così perché parlava poco e sembrava il meno intelligente, pensò:
«È strano che i miei fratelli abbiano avuto lo stesso destino. Voglio veder chiaro in questa faccenda».
Mise gli arnesi in una bisaccia, chiese la benedizione dei suoi e partì. Anche lui raggiunse il bosco e incontrò l’omino; anche lui alloggiò per qualche mese nella casetta lavorando da tornitore. A un certo momento il vecchietto gli disse:
— Figliolo, purtroppo non posso più farti lavorare perché non ho soldi per pagarti.
Il Grullo lo ringraziò e stava per congedarsi, ma il vecchietto aggiunse:
— Ho dato gli oggetti migliori ai tuoi fratelli, e per te non mi rimane che questo bastone chiuso in un sacco. Ogni volta che dirai: «Randello, esci dal sacco!» il randello ti difenderà meglio di cento servitori; si fermerà soltanto quando comanderai: «Randello, rientra nel sacco». Chissà che tu non riesca a far fortuna anche con questo!
Il giovane prese il sacco, ringraziò e si avviò verso casa. Lungo la strada adoperò il bastone soltanto per allontanare qualche cane, ma finalmente giunse alla locanda dove si erano fermati i suoi fratelli. L’oste gli girava intorno tutto incuriosito, ma il suo atteggiamento insospettì il Grullo.
— Prendete questo sacco — ordinò all’oste — e riponetelo con cura, non ditegli mai: «Randello, esci dal sacco!» altrimenti sarà peggio per voi.
L’oste prese il sacco, uscì e comandò subito: — Randello, esci dal sacco! — Il randello non se lo fece dire due volte: uscì dal sacco e incominciò a far piovere sul groppone dell’oste una tal pioggia di randellate che sembrava suonasse il tamburo. L’oste scappava di qua e di là per salvarsi, ma inutilmente: infine incominciò a invocare aiuto. Il Grullo accorse subito.
—Me l’immaginavo! — disse. — Volevate il mio sacco come avete preso il tavolino e l’asino ai miei fratelli. Ma il randello continuerà a battere la grancassa fino a quando non mi avrete restituito tutto. L’oste cercò di negare, ma era ormai troppo pieno di bernoccoli… Non gli restava che cedere.
—Voglio dare tutto indietro, il tavolino e l’asino! Oh, cado e sono morto! —
Allora il Grullo comandò: — Randello, rientra nel sacco! — e subito il randello ubbidì.
L’oste si affrettò a riconsegnare tavolino e asino, e il Grullo ripartì tutto allegro. Non appena fu a casa, pregò che amici e parenti fossero invitati per la terza volta, e tutti vennero preparandosi a ridere.

Ma rimasero di stucco quando videro il tavolino ricoprirsi di vivande prelibate, l’asino starnutire monete d’oro, e il randello uscire dal sacco e volteggiare minacciosamente sulle spalle di chi aveva riso di più. Il Grullo però era un buon ragazzo: permise al bastone soltanto di ballare la tarantella. E dopo aver mangiato e bevuto a crepapelle, tutti ritornarono a casa con un bel sacchetto di monete, felici e contenti e nessuno osò più chiamare «grullo» il… Grullo.

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…e nessuno osò più chiamare «grullo» il… Grullo.
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