La storia dell’anno, di H. C. Andersen.

La storia dell’anno, di Hans Christian Andersen.
Una fiaba dell’anno nuovo, trovate le altre fiabe in questo articolo. 

Sapete anche voi, come me e come Andersen, che ce lo racconta divinamente, che ogni stagione dell’anno ha i suoi doni, i suoi pregi e qualche noia. Ma se come me, arrivati a questo punto di gennaio, senza neppure aspettare il 31 gennaio, già stanchi del freddo, del secco o dell’umido, avete già messo mano, per scaldarvi mentalmente, al post sui viaggi estivi per la Sardegna, e vi iniziate a chiedere, con tutti gli uccellini del bosco,
“Ma quando arriva la Primavera?”,
ecco questa fiaba è per voi, é per me, è perfetta.
Con una teoria sull’anno nuovo davvero interessante.

La storia dell’anno di H.C.Andersen, con le illustrazioni di Vilhelm Pedersen

Era la fine di gennaio; c’era una terribile tempesta di neve; i fiocchi turbinavano per le strade e i vicoli; fuori i vetri erano come tappezzati di neve, che dai tetti precipitava a mucchi e creava un fuggi fuggi generale: la gente correva, volava e si afferrava per le braccia, le persone si aggrappavano le une alle altre per un istante e intanto riuscivano a tenersi in piedi. Carrozze e cavalli erano come incipriati, i domestici davano le spalle alla carrozza e avanzavano all’indietro controvento, i passanti si tenevano sempre al riparo dalle carrozze, che a rilento scivolavano avanti nella neve alta; quando infine la tempesta si placò e si aprì uno stretto sentiero lungo le case, la gente incontrandosi si fermava lì; nessuno aveva voglia di fare il primo passo salendo nella neve alta per lasciare passare l’altro. Rimanevano in silenzio, finché a un certo punto, quasi per un tacito accordo, ciascuno sacrificava una gamba infilandola nel mucchio nel mucchio di neve. Verso sera l’aria era calma, il cielo appariva come ripulito e più alto e trasparente, le stelle sembravano nuove di zecca e alcune erano così azzurre limpide; il gelo era tremendo e non ci volle molto perché lo strato superiore della neve diventasse talmente compatto che al mattino era in grado di sostenere i passeri; saltavano ora su ora giù, dove la neve era stata spalata, ma da mangiare non ce n’era e avevano un freddo terribile.

“Cip!” disse un passero all’altro. “E questo lo chiamano anno nuovo! È peggio di quello vecchio! Tanto valeva tenersi quello. Sono infelice e ho i miei buoni motivi!”.

“Già, gli uomini correvano in giro a salutare l’anno nuovo sparando” disse un piccolo passero tutto gelato, “battevano le pentole sulle porte ed erano fuori di sé dalla gioia perché l’anno vecchio se ne andava! Ed ero contento anch’io perché mi aspettavo che avremmo avuto giorni caldi, ma di quelli nemmeno l’ombra; fa molto più freddo di prima! Gli uomini hanno sbagliato a calcolare il tempo!”.

“Infatti!” disse un terzo, che era vecchio e aveva il ciuffo bianco. “Hanno una cosa che chiamano almanacco, è una loro invenzione, e tutto dovrebbe andare secondo quello, ma non è così. L’anno comincia quando arriva la primavera, è questo il corso della natura, e su questo io mi baso!”.

“Ma quando arriva la primavera?” chiesero gli altri.

“Arriva quando arriva la cicogna, non si può mai contare sulla sua precisione e qui in città nessuno ne sa niente, in campagna lo sanno meglio; perché non voliamo ad aspettare lì? Laggiù la primavera è più vicina”.

“Già, bella cosa!” disse uno di essi che pigolava da un pezzo, ma in fondo senza dire niente. “Io qui in città ho certe comodità che temo mi mancheranno laggiù. Qui dietro in un cortile c’è una famiglia che molto saggiamente ha avuto l’idea di fissare al muro tre o quattro vasi con l’apertura verso l’interno e il fondo verso l’esterno, e nel fondo hanno aperto un buco abbastanza grande da permettermi di entrare e uscire; lì io e mio marito abbiamo il nido e da lì sono volati fuori tutti i nostri figli. Naturalmente la famiglia ha sistemato tutto per avere il piacere di guardarci, altrimenti di sicuro non l’avrebbe fatto. Spargono briciole di pane, anche per loro piacere, e così noi abbiamo da mangiare! In un certo senso hanno provveduto a noi; per cui credo che rimarrò e mio marito rimarrà! Anche se siamo molto scontenti, ma rimarremo!”.

“E noi voliamo in campagna per vedere se arriva la primavera!” e così volarono via.

E in campagna l’inverno era inverno davvero; c’erano un paio di gradi in meno rispetto alla città. Il vento pungente soffiava sui campi coperti di neve. Il contadino, con le grosse muffole di lana, sedeva nella slitta e si batteva le braccia per scacciarne il freddo, la frusta era posata in grembo, i cavalli magri correvano tanto che sprigionavano vapore, la neve scricchiolava e i passeri saltellavano nei solchi delle ruote e gelavano: “Cip! Quando arriva la primavera? Il tempo non passa mai!”.

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“Non passa mai!” echeggiò sui campi dalla collina più alta, coperta di neve, e può darsi che fosse l’eco. ma poteva anche essere la voce dello strano vecchio che era seduto in cima al nevaio in balia del vento; era tutto bianco, come un contadino con la giubba di bigello bianco, i lunghi capelli bianchi, la barba bianca, tutto pallido e con gli occhi grandi e limpidi.

“Chi è quel vecchio lassù?” chiesero i passeri.

“Lo so io!” disse un vecchio corvo appollaiato su un palo del recinto, ed era abbastanza condiscendente da riconoscere che di fronte al Signore siamo tutti uccellini, e perciò diede confidenza ai passeri e fornì una spiegazione. “Io so chi è quel vecchio. È l’Inverno, il vecchio dell’anno scorso, non è morto come dice l’almanacco, no, anzi, è il tutore del piccolo principe Primavera che arriverà. Già, è l’inverno che comanda. Uh! Come scricchiolate piccoli!”.

“Non ve l’avevo detto?” disse il più piccolo. “Quell’almanacco è solo un’invenzione degli uomini, non è basato sulla natura! Dovrebbero lasciarlo fare a noi, che siamo creature più delicate!”.

E passò una settimana, ne passarono quasi due; il bosco era nero, il laghetto ghiacciato era pesante come piombo raggrumato; le nuvole… bè non erano nuvole, erano umide nebbie gelide sospese sopra la terra; i grandi corvi neri volavano a stormi senza strida, era come se ogni cosa dormisse. Un raggio di sole scivolò sul lago che scintillò come stagno fuso. Lo strato di neve sul campo e sulla collina non brillava più come prima, ma la figura bianca, l’Inverno in persona, sedeva ancora lì con lo sguardo fisso verso il sud; non sentiva che la coperta di neve sembrava affondare nella terra, che qui e là spuntava una macchiolina di erba verde e vi si affollavano i passeri.

“Cip cip! Cip cip!” arriva la primavera?”.

“La primavera!” echeggiò sui campi, i prati e attraverso i boschi marrone scuro dove il muschio scintillava di un verde fresco su tronchi degli alberi; da sud giunsero in volo le due prime cicogne, ciascuna portava sulla schiena uno splendido bimbo, erano un maschio e una femmina; e baciarono la terra in segno di saluto, e dove posavano i piedi spuntavano dalla neve fiori bianchi; tenendosi per mano salirono dal vecchio uomo di ghiaccio, l’Inverno, gli si appoggiarono al petto per un altro saluto e in quell’istante furono ricoperti tutti e tre e anche il paesaggio intorno; una nebbia umida, tanto densa e pesante, avvolgeva tutto. Poco dopo si alzò una leggera brezza, il vento passò in fretta con forti raffiche e cacciò la nebbia, il sole iniziò a splendere caldo; l’Inverno era sparito, gli splendidi bambini della primavera sedevano sul trono dell’anno.

“Questo sì che è un anno nuovo!” dissero i passeri. “Ora torneremo in possesso dei nostri diritti e avremo un risarcimento per il rigido inverno!”.

Ovunque i due bambini si volgessero, germogliavano verdi boccioli sui cespugli e sugli alberi, l’erba diventava più alta, il campo seminato si faceva di un verde sempre più vivace. La bambina spargeva intorno a sé dei fiori: ne aveva in abbondanza nella gonna e sembravano spuntarvi senza sosta; per quanto fosse svelta nel gettarli, la sottana ne era sempre piena e nella fretta ne sparse un’intera nevicata sui meli e sui peschi, al punto che si ritrovarono in piena fioritura prima ancora di avere tutte le foglie verdi. Lei batté le mani e il bambino batté le mani ed ecco spuntare gli uccelli, chissà da dove, e tutti cinguettavano e cantavano: “È arrivata la primavera!”.

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Era uno splendido spettacolo. E molte vecchine si misero fuori della loro porta, al sole, sfregandosi le mani, guardarono i fiori gialli che facevano sfoggio di sé sul prato, proprio come quando loro erano giovani; il mondo tornava giovane: “Oggi si sta benissimo qui fuori!” dicevano. E Il bosco era ancora verde e marrone, una gemma accanto all’altra, ma la stellina odorosa era fiorita, cosi fresca e profumata, e c’era una profusione di viole, e poi ancora anemoni, primule e primavere: già, in ogni filo d’erba scorreva nuova linfa, proprio un bel tappeto per sedersi, e c’era la giovane coppia della primavera e si teneva per mano e cantava e sorrideva e cresceva sempre più. Una dolce pioggia cadde su di loro dal cielo, non se ne accorsero, la goccia di pioggia e la lacrima di gioia si fusero insieme. La sposa e lo sposo si baciarono e in quell’istante il bosco sbocciò. Quando sorse il sole, tutti i boschi erano verdi! Tenendosi per mano, gli sposi camminavano sotto il tetto di fronde dove solo i raggi del sole e le ombre variavano i colori della vegetazione. Le foglie delicate avevano una purezza virginale e un profumo rinfrescante! Il ruscello e Il torrente gorgogliavano limpidi e vivaci tra i giunchi verdi come il velluto e sulle pietre variopinte. “E’ così in eterno, e per sempre così sarà!” diceva tutta la natura. E il cuculo cantava e l’allodola cantava: era la splendida primavera; eppure i salici tenevano ancora guanti di lana intorno ai loro fiori: erano terribilmente prudenti, e questo è seccante!

E così passarono i giorni e passarono le settimane, sembrava che il caldo si riversasse sulla terra; ondate da aria bollente attraversavano il grano che ingialliva sempre più. Nei laghetti dei boschi il loto bianco del nord spandeva le sue grandi foglie verdi sullo specchio d’acqua e i pesci cercavano riparo sotto la loro ombra; nel lato sottovento del bosco, dove il sole bruciava la parete della fattoria e scaldava ben bene le rose fiorite, e dove i ciliegi dondolavano pieni di bacche succose, nere e quasi bruciate dal sole, sedeva la splendida donna dell’estate, colei che abbiamo visto bambina e sposa; e guardava le nuvole scure che sempre più salivano in cielo come onde, come montagne pesanti e blu come la notte; arrivavano da tre lati; una specie di mare rovesciato e pietrificato, scendendo sempre più verso il bosco dove ogni cosa, come per un incantesimo, era in silenzio; ogni brezza si era placata, ogni uccello taceva, c’era una gravità, un’attesa in tutta la natura; ma sulle strade e i sentieri la gente si affrettava in carrozza, a cavallo e a piedi per mettersi al riparo. D’improvviso una luce, come se fosse spuntato il sole lampeggiante, abbagliante, che tutto bruciava, e con un fragore di tuono tornarono le tenebre; l’acqua scrosciava a catinelle; ora notte e ora chiaro, ora silenzio e ora frastuono. Nella palude i giunchi dalle piume marroni si muovevano a lunghe ondate, i rami del bosco erano nascosti da nuvole d’acqua, arrivava il buio e arrivava la luce, il silenzio e il frastuono. L’erba e il grano erano come abbattuti, come trascinati dall’acqua, come se non dovessero più alzarsi. D’improvviso la pioggia si trasformò in singole gocce, il sole tornò a splendere e sui fili d’erba e sulle foglie le stille d’acqua scintillavano come perle, gli uccelli cantavano, i pesci saltavano fuori dal ruscello, le zanzare ballavano e sulla pietra in mezzo all’acqua salmastra e sferzata del mare sedeva l’Estate, un uomo robusto con le membra corpose, i capelli fradici, ringiovanito dal bagno rinfrescante sedeva nel sole caldo. Tutta la natura intorno era ringiovanita, ogni cosa era florida, vigorosa e bella; era l’estate, la calda, splendida estate.

E delizioso e dolce era il profumo che saliva dal rigoglioso campo di trifoglio, le api ronzavano intorno alla vecchia sede dell’assemblea; il tralcio di more si avvinghiava alla pietra dell’altare che, lavata dalla pioggia, scintillava al sole; e l’ape regina volò lì col suo sciame a depositare cera e miele. Nessuno lo vide tranne l’Estate e la sua opulenta sposa; per loro la tavola dell’altare era stata imbandita con i doni della natura. Il cielo della sera brillava come l’oro, nessuna cupola di chiesa è tanto ricca, e la luna splendeva tra il tramonto e l’aurora. Era estate. E passarono settimane e passarono giorni. Le lucide falci dei mietitori lampeggiavano nei campi di grano, i rami del melo si piegavano con i loro frutti rossi e gialli; il luppolo aveva un delizioso profumo e pendeva in grosse nappe, e sotto i cespugli di nocciolo, dove le nocciole penzolavano in pesanti grappoli, riposavano marito e moglie, l’Estate con la sua solenne donna.

“Che ricchezza!” disse lei. “Che benedizione tutto intorno, un’atmosfera confortevole e propizia, eppure, non so nemmeno io, ho nostalgia del riposo, della quiete! Non trovo la parola! Adesso arano di nuovo i campi! Gli uomini vogliono ottenere di più, sempre di più! Guarda le cicogne che arrivano in stormi e seguono a distanza l’aratro; l’uccello d’Egitto che ci portò qui in volo! Ti ricordi quando da bambini giungemmo qui nei paesi del nord? Portavamo fiori, bel sole e boschi verdi, ora il vento li ha maltrattati, sono diventati marroni e scuri come gli alberi del sud, ma non hanno portato, come loro, frutti dorati!”.

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“Vuoi vedere quelli?” disse l’Estate. “Allora rallegrati!” e sollevò il braccio e le foglie si tinsero di rosso e d’oro, tutti i boschi si vestirono di un’infinita ricchezza di colori; la siepe di rose scintillava di frutti rossi come il fuoco, i rami del sambuco pendevano pesanti di grandi bacche marrone scuro, le castagne selvatiche cadevano mature dai ricci verdi e nel bosco le viole fiorivano per la seconda volta. Ma la regina dell’anno si faceva sempre più silenziosa, più pallida. “L’aria è fredda!” disse. “La notte porta umide nebbie! Ho nostalgia… del paese dell’infanzia!”. Vide le cicogne volar via, tutte! E tese le mani verso di loro. Alzò lo sguardo sui nidi, che erano vuoti, e in uno cresceva il fiordaliso dal lungo stelo e in un altro il giallo rafanistro, come se il nido esistesse solo per fargli da rifugio e recinto; lì si sistemarono i passeri.

“Cip! Dove sono finiti i padroni? Certo non sopportavano di essere investiti dal vento e cosi se ne sono andati fuori dal paese! Buon viaggio!”.

E le foglie del bosco divennero sempre più gialle e caddero una sull’altra, le tempeste autunnali stormivano, era la fine del periodo della mietitura. Sulle foglie gialle giaceva la regina dell’anno e con occhi dolci guardava le stelle scintillanti, e il suo sposo era accanto a lei. Una raffica di vento fece mulinare le foglie, ricaddero, e lei era scomparsa, ma una farfalla, l’ultima dell’anno, volava nell’aria fredda.

E arrivarono le umide nebbie, il vento gelido e le notti buie e lunghissime. Il re dell’anno aveva i capelli bianchi come la neve, ma non lo sapeva, credeva che fossero i fiocchi di neve caduti dalla nube; un sottile strato di neve copriva il campo verde. E le campane della chiesa annunciarono il Natale.

“Le campane annunciano la nascita!” disse il re dell’anno. “Presto verrà alla luce la nuova coppia regnante; e io troverò riposo come lei! Riposo sulla stella scintillante!”. E nella fresca foresta di abeti, coperta di neve, l’angelo di Natale consacrava i giovani alberi che dovevano partecipare alla sua festa.

“Gioia nella sala e sotto i rami verdi!” disse il vecchio re dell’anno, le settimane lo avevano invecchiato trasformandolo in un vecchietto bianco come la neve. “Per me è prossimo il riposo, ora la corona e lo scettro toccheranno alla giovane coppia dell’anno!”.

“Ma il potere è tuo!” disse l’angelo di Natale. “Il potere e non il riposo! Lascia che la neve scaldi il giovane seme! Impara ad accettare che a un altro si renda omaggio, tu comunque sei il regnante, impara a essere dimenticato e comunque a vivere! L’ora della tua libertà giungerà insieme alla primavera!”.

“Quando arriva la primavera?” chiese l’inverno.

“Arriva quando arriva la cicogna!”.

E coi bianchi boccoli e la barba bianca come la neve l’inverno sedeva gelido, vecchio e curvo, ma forte come la tempesta invernale e il potere del ghiaccio, alto sul cumulo di neve della collina e guardava verso sud, come aveva fatto l’inverno passato. Il ghiaccio cigolava, la neve scricchiolava, i pattinatori volteggiavano sui laghi lucidi e i corvi e le cornacchie erano belli sullo sfondo bianco, non soffiava un alito di vento. E nell’aria tranquilla l’inverno strinse i pugni e il ghiaccio fra le terre divenne spesso un braccio. Poi tornarono i passeri dalla città e chiesero: “Chi è quel vecchio lassù?”. E il corvo era di nuovo seduto al suo posto, o era suo figlio, ma fa lo stesso, e disse: “E’ l’Inverno! Il vecchio dell’anno scorso. Non è morto come dice l’almanacco, ma è il tutore della primavera che verrà!”.

“Quando arriva la primavera?” dissero i passeri. Così avremo tempi buoni e un governo migliore! Quello vecchio non funzionava!”. E, assorto nei suoi pensieri, l’inverno annuì al bosco nero e spoglio, dove ogni albero esibiva le splendide forme e le curve dei rami; e durante il sonno invernale le gelide nebbie delle nuvole si abbassarono, il sovrano sognava la sua giovinezza e la sua maturità, e all’alba tutto il bosco era splendido, coperto di brina, era il sogno estivo dell’inverno; i raggi del sole sparsero la brina dai rami.

“Quando arriva la primavera?” chiesero i passeri.

“La primavera!” risuonò come un’eco dalle colline coperte di neve. E il sole splendeva sempre più caldo, la neve si scioglieva, gli uccelli cinguettavano: “Arriva la primavera!”.

E su nel cielo si vide arrivare la prima cicogna, la seconda la seguiva; sulla schiena di ciascuna sedeva uno splendido bimbo, e scesero sul campo aperto e baciarono la terra, e baciarono il vecchio silenzioso, e come Mosè sulla montagna lui scomparve, portato dalla nebbia.

La storia dell’anno era finita.

“Così va molto bene!” dissero i passeri. “Ed è anche molto bello, ma non è secondo l’almanacco, e dunque è sbagliato!”.

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