The life of Christ, di Keith Haring. Vieni, vieni, Emmanuele.

“Diavolo, questa sì che è roba forte!”. È l’esclamazione fatta dall’artista Keith Haring guardando la pala d’altare che aveva appena realizzato, due settimane prima di morire di AIDS a 31 anni. Titola “The life of Christ” e l’impatto che ne ho avuto, guardandola, è stato fortissimo, ho percepito il grido dell’uomo rivolto all’alto dei cieli: Vieni, vieni, Emmanuele, come implora l’antico inno d’Avvento.
Sì, la storia che vi racconto oggi, prima domenica d’Avvento, è per noi e i nostri bambini ed è un inno alla Vita.


Conoscerete tutti Keith Haring, l’artista con la faccia da bambino, il primo graffittaro delle metropolitane. Anche se pensate di non averlo mai visto, sicuramente le sue opere che tappezzano muri e texture di ogni dove, le riconoscerete. Persino i quaderni sono ricoperti da quegli omini schizzati e colorati, che piacciono tanto a ragazzini e bambini.

Qui sopra il murales Tuttomondo, a Pisa

Non l’avevo mai considerato, sono già abbastanza schizzata io per circondarmi di immagini a mia somiglianza. Fino a quando non sono andata a san Francisco e ho visitato la cattedrale episcopale, la Grace Cathedral. Piuttosto cupa, fredda, con vetrate narranti la storia americana, il giro fatto fino a quel momento mi aveva un po’ inquietato, poi sulla destra della navata centrale, in uscita dalla visita, per prima cosa ti “scontri” con una copia della Madonna con Bambino di una vetrata di Chartres, che, forse perché è una delle mie immagini preferite, usata per Battesimi e Comunioni come biglietto augurale, imprevisto atteso mi rasserena. È appesa sul muro esterno di una cappella dedicata ai morti di AIDS, quando, tra gli anni 80 e 90, questa malattia diventò una pandemia da milioni di morti, (una di quelle storie di paura e discriminazione dimenticata in fretta dal nostro moderno mondo sempre in progresso).

All’interno della cappella, di fronte ad un quilt tessuto da moltissime mani a ricordare amici morti di aids, ecco la brillantezza di “The Life of Christ” di Keith Haring. E lì tutta la sofferenza dell’uomo, ai miei occhi diventa subito un grido rivolto all’alto dei Cieli, il grido dell’Avvento, Vieni Signore Gesù.
Mi riporta alla mente una poesia di Bertold Brecht, (il “non credente” ci dicono di lui i saggi critici).

Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale,
noi, gente misera,
in una gelida stanzetta,
il vento corre fuori, il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi,
volgi lo sguardo:
perché tu ci sei davvero necessario

Un po’ per via dell’assenza di vita percepita fin lì nella grande cattedrale protestante, un po’ perché fino a quel momento ero stata piuttosto alla larga dai graffiti schizzati di Haring, e sapevo che di lì a poco avrei visto la sua unica opera davvero religiosa, l’ultima sua opera, l’impatto è stato deflagrante, sì ho pianto, perché in quel trittico la prima immagine che ho visto è stata la semplicità disarmante di quell’umanità urlante, sofferente, schizzata, che ruota intorno alla figura centrale, pacificante: il bambino Gesù, un cuore, la croce. Haring sapeva di dover morire quando incise l’opera, “convivere con una malattia mortale ti dà una prospettiva del tutto nuova sulla vita”.


Sì, quella che vi racconto è la mia personale interpretazione, d’altra parte lo stesso Haring vuole essere così vicino a ciascuno che lascia la maggior parte delle sue opere senza titolo, in modo che chi guarda possa interpretare il suo lavoro. L’arte, secondo Haring, “dovrebbe essere qualcosa che libera l’anima, favorisce l’immaginazione ed incoraggia la gente ad andare avanti”.

Guardatela con me questa vita di Cristo, provate a percepire con me la freddezza della cattedrale, la cappella che sapete essere alla fine del percorso, che sapete parlare di aids, di paura e morte, poi d’improvviso, come bel presagio, vedete la Madonna col bambino di Chartres, e infine la pala d’oro di Haring.

Il suo amico artista Sam Havadtoy racconta che fece fare dei calchi speciali a forma di icona russa, una pala d’altare. I pannelli in bronzo ricoperti di foglia d’oro ricordano infatti un trittico classico. Ed Haring con la spatola, mai usata fino a quel momento, subito incise, come raccontato dello stesso Havadtoy:

“una scena ispirata alla vita di Cristo, un bambino che, sostenuto da due mani, ascendeva al cielo, Cristo in croce. Su un lato del pannello scolpì la resurrezione. Sull’altro, un angelo caduto. Quando Keith ebbe finito, fece qualche passo indietro, guardò con attenzione il suo lavoro e disse: “Diavolo, questa si che è roba forte”. Quando finì di lavorare era esausto, e per la prima volta mi resi conto di quanto fosse diventato fragile. Era assolutamente senza fiato. Disse: “Mentre sto lavorando mi sento bene, ma appena smetto, mi piomba tutto addosso”. La pala d’altare fu l’ultima opera di Keith.”
L’artista che sembrava un bambino morì di Aids nel 1991 a 31 anni.

Le persone esprimono la loro disperazione, alzano la mano o stringono i pugni al cielo. Il loro pianto e le loro lacrime riempiono il centro dell’opera e salgono al cielo. Vieni Signore Gesù, ci sei davvero necessario. Figure di angeli si muovono su e giù, senza direzione, uno è in caduta. Vieni Signore Gesù, nella notte del mondo. Nel pannello centrale, tra le numerose braccia di Dio, c’è Gesù Bambino che viene abbracciato, un cuore, l’amore che nasce, si fa uomo e discende, e la croce che condivide con l’umanità sofferente. Vieni Signore Gesù, ti attendiamo. L’attesa di una risposta all’angoscia, ma anche la speranza e l’amore. L’amore che qui nasce, discende con tutte le lacrime celesti che sono versate per l’uomo sofferente, scende con la pioggia benedetta, scende con tutti i raggi di luce che da lui sgorgano. Vieni Signore Gesù, vieni!

È fatto di storie d’attesa il libro ASPETTANDO NATALE Calendario d’Avvento Ogni giorno una storia

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