Il Gatto con gli stivali, di C.Perrault. O della fiducia nell’impensabile

Il Gatto con gli stivali, qui nella versione di Charles Perrault, è una fiaba popolare dalle origini antiche. Il primo a proporla scritta fu Giovanni F. Straparola nel 1550, ne “Le piacevoli notti”, con il titolo di Costantino Fortunato.

La prima cosa da dire di questa fiaba è che, avendo come protagonista un gatto, e che Gatto!, con gli stivali si dice, per sottolinearne la particolarità e unicità. Essendoci dunque un Gatto, c’è da aspettarsi di tutto. Infatti questo, oltre a portare gli stivali, parla, è furbo, anzi molto astuto, proprio come alcuni gatti di mia conoscenza, e immagino che qualche bel tipetto fosse conosciuto anche da Perrault.
Detto questo, se a un giovane che non possiede nulla, e si ritiene sfortunatissimo, capita in eredità, non al fratello ma proprio a lui, un Gatto come questo, che per di più parla, magico dunque, e che ha fatto già vedere di cosa è capace, beh perché non fidarsi?! E il “non darsi pace” del nostro giovane, (che potremmo anche ritenere la giusta lamentela di una condizione non favorevole), non conta più. Con umiltà e semplicità, queste le condizioni necessarie, sposta lo sguardo, da sé alla realtà intorno a sé, che si presenta in forma di Gatto.
Io penso che il primo motivo per cui le fiabe sono la miglior lettura per un bambino, sia la trasmissione di questa fiducia semplice ma ragionevole che i protagonisti delle fiabe hanno per l’altro da sé, spesso per esseri totalmente diversi da sé, in ultima analisi per la realtà. Le fiabe sono un inno alla diversità, e alla sua accettazione fiduciosa e sempre intelligente. (fate caso alle azioni che compie il marchese di Carabas e alle cose che dice) .
Dopo questo esordio è tutto un crescendo, di cui l’astuzia e la furbizia del Gatto sono solo un particolare, da tenere nella dovuta considerazione, dato che nella vita non guastano mai, ma solo un particolare, perché il vero e grande messaggio è proprio quello che la fiducia in qualcuno cui non avresti mai pensato, è ripagata con il trovare la propria strada verso la felicità. 

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Il Gatto con gli stivali, di Charles Perrault.
Illustrazioni di Walter Crane

Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto.
Le parti furono presto fatte: non vi fu bisogno né d’avvocati né di notai. Costoro si sarebbero mangiati in un boccone quel poco che c’era. Il figlio maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.
Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera:
“I miei fratelli”, diceva, “si potranno guadagnare la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando mi sarò mangiato il gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame!”.
II Gatto, che aveva sentito questo discorso, ma aveva fatto finta di non accorgersene, gli disse con aria seria e grave:
“Non state ad affliggervi, caro padrone! Procuratemi invece un sacco e un paio di stivali, perché io possa camminare tra gli sterpi del bosco, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete!”.

Sebbene il padrone del Gatto non facesse molto affidamento su quelle parole, tuttavia non disperò di ricevere da lui un po’ d’aiuto nella sua miseria. Quante volte, infatti, lo aveva visto fare dei giochi di abilità per prendere i topi, ora lasciandosi penzolare e tenendosi per le zampe posteriori, ora nascondendosi nella farina e facendo il morto!
Quando il Gatto ebbe ottenuto quel che aveva chiesto, infilò gli stivali alla brava, si pose il sacco sulle spalle, tenendone i cordoni con le due zampe davanti, e si diresse verso una riserva di caccia, dove si trovavano molti conigli selvatici.
Giunto là, mise un po’ di crusca e d’insalata nel sacco, e si stese a terra come se fosse morto, in attesa che qualche coniglietto giovane e poco esperto degli inganni di questo mondo venisse a cacciarsi in quella trappola, spinto dalla voglia di mangiare ciò che il Gatto vi aveva astutamente posto dentro.
Non appena si fu disteso in terra egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo Gatto tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza misericordia.
Tutto fiero della sua preda, se ne andò dal Re e domandò di parlargli.
Lo fecero salire agli appartamenti di Sua Maestà; e qui il Gatto, fatta una grande riverenza al sovrano, disse:
“Sire, accettate questo coniglio di riserva, che vi manda il Marchese di Carabas” (questo era il nome inventato lì per lì dalla fertile fantasia del nostro Gatto).
“Di’ al tuo padrone” rispose al Re “che lo ringrazio e gradisco molto il suo regalo”.
Un’altra volta, il Gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò ad offrirle al Re, come già aveva fatto per il coniglio. Il sovrano gradì moltissimo anche questo regalo, e gli fece dare una mancia.
Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare al Re, di quando in quando, la selvaggina che, diceva lui, aveva cacciato il suo padrone.

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Un giorno, avendo saputo che il Re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia, che era la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone:
“Se date retta ad un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’e fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, quanto al resto lasciate fare a me”.
Il Marchese di Carabas fece quello che il Gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo di tutto ciò. Mentre era nell’acqua, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola:
“Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta annegando!”
A quel grido il Re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il Gatto, che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del Marchese di Carabas.
Intanto che il povero marchese veniva ripescato dal fiume, il Gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al Re che, mentre il suo padrone era nell’acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti, sebbene il poveretto si fosse affannato a gridare “al ladro! al ladro!” Invece era stato quel furbacchione del Gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra!
Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a prendere uno dei suoi vestiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas.
Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al Re, e questi gli usò mille gentilezze.
Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la naturale bellezza dei suoi tratti e 1’eleganza della persona, tanto che la figlia del Re se ne senti subito attratta.
Bastarono due o tre occhiate, un poco tenere, per quanto molto rispettose, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente.

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Il Re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse. Il Gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo disegno, andò avanti per conto suo.
Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro:
“Brava gente che falciate l’erba, se non dite al Re che questo prato appartiene al Marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette”.
Tosto sopraggiunse il Re, che per l’appunto chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando. E quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del Gatto:
“Del Marchese di Carabas”.
“Avete una bella proprietà!” disse il Re al Marchese.
“Come vedete, Sire” rispose il giovane, “è terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto”.
L’astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò alcuni mietitori e disse loro:
“Buona gente che mietete, se non dite che questo grano appartiene al Marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette”.
Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano che vedeva.
“È del Marchese di Carabas” risposero i mietitori; e il Re se ne rallegrò col giovane.
Il Gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada; cosi il Re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del Marchese di Carabas.
Finalmente il nostro Gatto giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto; infatti tutte le terre che il Re aveva percorso con la carrozza, erano di sua proprietà.
Il Gatto, che aveva avuto l’accortezza di informarsi chi fosse quell’Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l’onore di venirgli a rendere omaggio.
L’Orco lo ricevette con la buona grazia che può avere un orco e lo fece accomodare perché si riposasse.
Allora il Gatto prese a dire:
“Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante”.
“È vero” rispose l’Orco con fare brusco, “e, per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi”.
Il povero Gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che si rifugiò sulle grondaie, non senza qualche difficoltà e col rischio anche di cadere, a causa degli stivali, che non erano certo adatti per camminare sulle tegole.
Dopo un po’, avendo visto che l’Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere e ammise di avere avuto molta paura.
“Mi hanno anche assicurato” riprese a dire il Gatto, “ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile”.
“Impossibile?” disse l’Orco. “Ora vedrete!”
Cosi dicendo si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza.
Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e lo mangiò.

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In quel mentre il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell’Orco, volle entrare per visitarlo.
Il Gatto, udendo il rumore della carrozza, che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:
“Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del Marchese di Carabas!”
“Ma come, Marchese!” esclamò il Re; “questo castello è dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello: che eleganza ed armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini. Visitiamone l’interno, se non vi dispiace”.
Il Marchese offrì la mano alla giovane Principessa, e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo.
Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l’Orco aveva fatto preparare per i suoi amici. Questi avrebbero dovuto venire a trovarlo proprio quel giorno, ma poi non osarono farlo, avendo saputo che era giunto il Re.
Il Sovrano, conquistato dalle buone maniere del Marchese di Carabas, – che dire poi della figlia, che ne era innamoratissima – e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino:
“Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi”.
Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva, e quel giorno stesso sposò la Principessa.
Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

MORALE

Certamente è una gran comodità
Godere d’una ricca eredità
Che da padre discende e a figlio viene.
Ma ai giovani più giova esercitare
L’industria e il saper fare
Che usar d’un bene avuto senza pene.

ALTRA MORALE

Se il figlio d’un mugnaio così rapidamente
Può d’una Principessa acquistar cuore e mente,
Sì da avere da lei le più languide occhiate,
E’ che l’abito e il fior di giovinezza
Sono, per ispirar la tenerezza,
L’armi meglio temprate.

Utile

 

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