Il cedro del Libano, di Grazia Deledda. Percepire il senso della vita tra le fronde di un albero

Il cedro del Libano, racconto di Grazia Deledda, in Novelle, volume sesto, Ilisso editore.
La potenza universale della Deledda, la forte percezione del senso della vita, che travalica il limite del visibile facendo percepire l’unione delle cose al loro significato, si rivela in modo semplice e meraviglioso nelle storie di natura e di bambini.

Dedicata al più piccolo della nostra grande famiglia, che oggi compie 1 anno, Giacomino, il piccolo Minion scalatore del grande albero che svetta verso il cielo e che, come la piccola Piti nipotina di Grazia, guarda e vede le grandi meraviglie che abbiamo intorno. “Sono miracoli, per loro: e non lo sono forse davvero?”
E per tutti quelli che vogliono stupirsi del mistero che nasconde la realtà (scoprendo qualcosa di più di Grazia).

Monza, parco del Collegio della Guastalla. Pluri-centenario cedro del Libano

Era da molto tempo che volevo proporvi questo racconto.
Primo, per la presenza di un cedro del Libano monumentale, meraviglioso e pluri-centenario a Monza, nel Collegio della Guastalla. Come nel racconto della Deledda è al centro della vita, feste, giornate scolastiche, cura di alberi monumentali, ma soprattutto è il regno dei bambini. Per il solo fatto di esistere fa guardare verso il cielo.

Il cedro del Libano è la storia di un albero, piantato nel giardino vuoto di un periferico quartiere romano, davanti alla casa nuova della scrittrice. Eppure, sì anche qui c’è un eppure, (come nel romanzo Cenere di cui ho parlato la scorsa volta e come in tutti i suoi scritti) il genio artistico travalica il dato visibile di un cedro, e ai nostri occhi arrivano, sorprendendo testa e cuore, civette e stupore, il mare e il miracolo della vita, la campagna romana e la scala di Giacobbe che raggiunge il cielo, grandi platani e il mistero dell’infanzia e quello, ancor più misterioso, del diventar adolescenti scostanti. Bambini che crescono con un cedro per fratello grande e piccole gambe che giocano con i suoi rami come un’altalena, uccelli e vita vibrante, venti di tramontana e di libeccio che raccontano sinfonie di terribili leggende della foresta, con la promessa, anzi la certezza della vittoria finale. Teschi levigati dai secoli, terra, erba, pietre e colori, canne che gemono al vento e la bandiera azzurra sventolante sul cielo della vita vibrante di fede e gioia.

In quel tempo la campagna, l’antica campagna romana, arrivava fino al nostro recinto. Pini e grandi platani si allineavano sul ciglione rotto per gli scavi del nuovo quartiere, e le pecore si affacciavano fra le alte erbe e le canne che gemevano al vento come un organo naturale. La casa, ancora odorosa di vernice e di calce, sorgeva nuda in mezzo al prato scavato e pieno di pietre e di cocci: le voci risonavano nelle sue stanze come nei luoghi disabitati. Durante tutta la giornata permaneva uno stupore, una frescura di alba; e il rumore della città arrivava come quello del mare in lontananza. E quando si andava in questa città, i vetturini non volevano riaccompagnarci a casa, specialmente di notte, come si trattasse di arrivare in un luogo impervio e remoto. E in verità si sentivano cantare le civette e l’assiolo. Così si prese l’abitudine di stare in casa: si rividero sopra il nostro esilio le stelle dimenticate, la luna, il corso delle nuvole. Ci si ripiegò a guardare il colore della terra, delle erbe, delle pietre.
Un giorno, scavando nel nostro ancora desolato recinto, fu rinvenuto, fra altri avanzi appartenenti certo a un’antica necropoli, un teschio umano. Intatto e perfetto, era, come levigato da un artista; con tutti i denti, il cranio lucente come d’avorio. Nella terra che c’era dentro formicolava la vita della natura: dalle occhiaie, come piccoli raggi, scappavano alcuni fili argentei di radici. Lo feci riseppellire, osservando poi quello che poteva nascervi sopra: ma passarono le stagioni, e solo qualche filo d’erba spuntò sul posto che nascondeva il teschio.

In autunno, però, al ritorno dalla vera campagna, una lieta sorpresa ci attendeva. Un piccolo cedro del Libano sorgeva come un verde candelabro sul posto delle mie cure: (prima di partire avevo piantato una specie di croce sul terreno che mi sembrava sacro). Si era la croce trasformata per miracolo in un cedro, o l’albero sorgeva, per miracolo ancor più grande, dalle radici del teschio? Ma dopo essere stata presa un bel po’ in giro dai familiari, per queste elegiache supposizioni, venni a sapere che una signora nostra amica, padrona di un ben fornito giardino, presa a compassione per la povertà del nostro, aveva fatto trasportare e trapiantare un suo piccolo cedro, senza rispettare né la croce né il teschio.
E sulle prime, anzi, per un certo periodo di tempo, guardai con cattivo occhio l’intruso: preferivo la famiglia di margherite che vi nacque sotto, la primavera seguente, sull’erba già diventata un po’ più spessa e tenace.

All’albero non importava nulla delle nostre attenzioni. «Basta, — aveva detto il giardiniere della signora donatrice, venuto a visitare la pianta, — basta che non gli si stronchi l’estrema cima. Per il resto fa da sé. È una pianta che dura migliaia di anni. Anzi è precisamente al suo centesimo anno di età che fiorisce per la prima volta. Io non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra. Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un cedro sotto il quale andava Gesù coi suoi discepoli, nelle notti lunari di estate: speriamo che anche questo campi altrettanto: e che i nipoti dei suoi nipoti, signora, lo conoscano in buona salute».

In buona salute, intanto, lo conoscevano per primi i nostri bambini, che vi giocavano attorno, e crescevano con lui. E come il tempo passa! Ecco, l’albero pare non abbia veramente molta voglia di crescere: s’indugia, quasi ad aspettare che i ragazzi lo raggiungano almeno fino all’altezza del tronco, e abbiano modo di giocare con lui attaccandosi ai suoi rami per fare l’altalena. Ma lavora di nascosto: se si scrosta un po’ la terra, ai suoi piedi, si vedono le radici già grosse più degli stessi rami; e vanno in profondità, queste radici, prendendo possesso di tutto il terreno intorno. E si diverte a lavorare anche quando non è quotidianamente sorvegliato; poiché ogni anno, al ritorno dalla villeggiatura, i ragazzi osservano che il loro amico è cresciuto al doppio di loro; è diventato il loro fratello maggiore, e adesso bisogna fare un grande salto per arrivare ai suoi rami; e poi non ci si arriva più, e se si vuole abbracciarlo o averne dimestichezza bisogna arrampicarsi sul suo tronco e gareggiare in robustezza con lui. Ma l’amicizia non cessa, per questo, anzi si fa più intima, quasi più maschia. Seduti sul suo ramo più ospitale, i ragazzi, — che tali per la madre sempre rimangono, — accompagnano il canto del fringuello, nei bei meriggi della tarda primavera, coi versi di Orazio e di Catullo; e, sollevando gli occhi alla cima intatta dell’albero, vedono il fiore «meraviglioso come una bandiera azzurra» del loro avvenire.

E arriva il giorno in cui essi non danno più confidenza all’albero: bisogna rispettare la piega dei pantaloni e non farsi vedere dalle signorine che passano nella strada. Ohimè, la strada è mutata, adesso; è un’arteria cittadina, e l’odore dell’asfalto ha ucciso il profumo della campagna. Case e palazzi sorgono intorno alla piccola dimora un giorno solitaria; ma il cedro, e altri compagni vegetali che adesso vivono nel giardino, si prendono cura di nascondere la nostra modesta esistenza quotidiana ai curiosi vicini. Il cedro, specialmente, preso l’aire, si è slanciato in alto con impeto di difesa e di protezione: ha in sé solo la potenza, la freschezza, l’armonia di una intera foresta: il suo verde riempie il vano delle finestre della casa; la sua cresta si dondola, al di sopra di tutte le cose intorno, su un orizzonte che ha l’illusione di un grande spazio, e gioca con le nuvole, e arde col tramonto, e ride con la luna: è già per se stesso una bandiera sempre soffusa di azzurro, che sfida il tempo, sventola, d’estate e d’inverno, la promessa di una vita millenaria.

Il nostro cedro ha adesso venticinque anni. Secondo i calcoli del vecchio giardiniere che lo ha piantato, se il primo fiore di una creatura umana varia dai quindici ai venti anni, l’albero, che darà il suo primo fiore al compiersi del suo secolo, adesso è, sempre in relazione all’uomo, ancora un bambino.

E del bambino, nonostante il suo tronco dritto e potente come una colonna, e la robustezza dei rami che come la scala di Giacobbe pare raggiungano il cielo, ha tuttavia la freschezza, la bellezza intatta e pura, la gioia costante. Sempre vibrante della vita degli uccelli, ha, con essi, una voce in coro. Il fruscio dei suoi rami, e un mormorio che freme anche quando non c’è vento, annunziano la sua presenza, come il respiro di un essere vivente. La pioggia dei suoi aghi secchi, nella stagione propizia, è diversa dalla caduta delle altre foglie: non ha nulla di triste, e riveste la terra, intorno, con un’ombra violacea vellutata. E il suo lottare col vento, nelle giornate di tramontana, ha l’agilità e la sana letizia dei fanciulli che giocano con la neve o dei giovinetti sportivi che s’ubbriacano di moto sulle cime alpine.

E se romba il libeccio, anche l’albero intona una sinfonia tragica; racconta le leggende della foresta, i terrori delle bufere, l’ira degli spiriti demoniaci scatenati contro le deboli forze umane e naturali: ma in fondo al suo brontolio c’è sempre, come nella voce dei potenti, la promessa, la certezza della vittoria finale. Si placheranno gli elementi, tornerà la luce, tornerà la primavera.
La primavera, ecco, anche quest’anno è tornata: l’albero compie il suo venticinquesimo anno di età: la scorza del suo tronco brilla al sole, come una corazza di bronzo cesellato: i rami vibrano, come quelli degli alberi sacri ai quali gli antichi sacerdoti appendevano gli strumenti musicali che accompagnavano i loro riti.

Le famiglie delle margheritine, sempre più numerose, crescono sul praticello, e c’è chi si piega a guardarle, come una loro sorellina, sorpresa e felice più della loro minuscola bellezza, che della gigantesca maestà dell’albero alto sopra di lei come un tempio. I bambini vedono meglio dei grandi le meraviglie della terra vicina a loro: un sassolino, uno stelo di avena, una coccinella rossa sono miracoli, per loro: e non lo sono forse davvero? La piccola Piti, la più piccola della famiglia — diciotto mesi di età — è intenta a studiare questi misteri: la coccinella rossa, immobile su una foglia, è quella che più l’attira: non osa toccarla, mentre maltratta le mansuete margheritine; e balza, con un fremito e un grido, quando d’improvviso l’insetto si apre come un fiore e vola: in alto, sull’albero. Solo allora Piti pare si accorga dell’esistenza del gigante: guarda, per un attimo, il barbaglio dei suoi rami attraversati dal sole, appoggiando con diffidenza una manina al tronco; s’imbroncia; poi con una strana protesta, ch’è forse la prima della sua vita, afferma a se stessa e alle cose intorno:

— Tutto Piti, oh!

Sì, tutto è di Piti; chi glielo può levare? Anche il grande albero è suo: suo più che le altre umili e passeggere cose intorno: è suo fratello, come lo è stato dei fanciulli che l’hanno preceduta, come lo sarà di quelli che la seguiranno: finché il suo primo fiore, il fiore alto e sventolante sul cielo come una bandiera fatta dell’azzurro stesso del cielo, benedirà le generazioni che hanno creduto con fede e con gioia alla sua leggenda.

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