150 anni di Grazia Deledda. Nelle sue opere tutte le strade portano al cuore dell’uomo

L’autore che sa descrivere la natura umana e le sue vicissitudini nei colori più vividi e, cosa più importante, che sa indagare e svelare il mondo del cuore, un tale autore è universale, anche nel suo confino locale.

150 anni fa, il 28 settembre 1871, nasceva a Nuoro Grazia Deledda. Profondamente sarda eppure universale, questa è la motivazione al Nobel per la letteratura conferitole nel 1927 (Prima, e unica donna italiana presidente Casellati). Motivazione riassunta in una frase poco letteraria e pochissimo nobile per arrivare subito al cuore della questione, alla domanda cruciale. Perché? Come si può travalicare il limite di spazio, tempo, confini, costumi e arrivare al “cuore dell’uomo”?

Qui nasce Grazia, in una terra la cui natura ti invita costantemente a guardare oltre il visibile:

Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Come si può travalicare il limite di spazio, tempo, confini, costumi, tutto ciò che è visibile ai nostri occhi, e arrivare al “cuore dell’uomo”?
Perché questo ha fatto Grazia Deledda. Piccola, piccolissima donna, coraggiosa come un gigante.
In una lettera raccolta in Lettere ad Angelo De Gubernatis

Sono piccolissima, sai, sono bassa anche rispetto alle donne sarde che sono piccolissime, ma sono audace e coraggiosa come un gigante e non ho paura delle battaglie intellettuali.

La prima battaglia intellettuale che da sempre deve affrontare l’audace Grazia è quella di essere riconosciuta come un gigante della nostra letteratura. E può avvenire solo se chi la ama la fa conoscere. Ci si riconosce al fondo del cuore, sì è possibile anche tra una valtellinese e una sarda, se ne fa memoria, se ne parla, si scrive, si tramanda. Si tramanda lei e la sua opera (magari prima la si legge), non la ristretta casella ideologica in cui viene ingabbiata spesso, anche nei 150 anni della sua memoria. (e con questo chiudo la mia piccola e insignificante polemica … nei link sotto, se vi piacciono le insignificanti polemiche, trovate qualcosa).
Travalico subito riportando un pezzetto del discorso che l’arcivescovo Nathan Söderblom, membro dell’Accademia svedese, ha fatto al pranzo in suo onore per il conferimento del Nobel (nei link sotto tutto il discorso e quello ufficiale)

Nella sua opera letteraria, tutte le strade portano al cuore dell’uomo. Non ci si stanca mai di ascoltare con affetto le sue leggende, i suoi misteri, conflitti, ansie e desideri eterni. I costumi così come le istituzioni civili e sociali variano a seconda dei tempi, del carattere e della storia nazionale, della fede e della tradizione, e dovrebbero essere rispettati religiosamente. Fare altrimenti e ridurre tutto a un’uniformità sarebbe un crimine contro l’arte e la verità. Ma il cuore umano e i suoi problemi sono ovunque gli stessi. L’autore che sa descrivere la natura umana e le sue vicissitudini nei colori più vividi e, cosa più importante, che sa indagare e svelare il mondo del cuore, un tale autore è universale, anche nel suo confino locale.
Lei, signora, non si limita all’uomo; svela, prima di tutto, la lotta tra la bestialità dell’uomo e l’alto destino della sua anima. Per lei la strada si allunga. Ha visto il cartello stradale che molti viaggiatori passano senza accorgersene. Per lei la strada conduce a Dio. Per questo crede nella rinascita nonostante il degrado e la fragilità dell’uomo. Sa che è possibile bonificare la palude in modo che diventi terra ferma e fertile. Pertanto, un raggio luminoso brilla nei suoi libri. Attraverso l’oscurità e la miseria umana fa risplendere il conforto della luce eterna.

Alcuni critici hanno parlato, per le sue opere, di somiglianza alla “tragedia classica”, e “la cruda terra di Sardegna diventa così il teatro universale per la rappresentazione di tragedie e drammi che si ripetono, sotto forme diverse, lungo tutto il percorso della storia umana”. I suoi personaggi “raggiungono la statura delle figure monumentali dell’Antico Testamento. E per quanto possano sembrare diversi dagli uomini che conosciamo, ci danno l’impressione di essere incontestabilmente reali, di appartenere alla vita reale”.
Tutto potente e vero, ma poi … va oltre, ci fa sussultare, travalica i confini della tragedia, del visibile, del possibile, per portarci con lei sulla strada dell’impossibile, almeno impossibile all’uomo.
Non si spiegherebbe altrimenti la potenza di vita e speranza che permea i suoi libri, anche i più drammatici. L’ultimo che ho letto è Cenere, e credo di non aver mai letto un libro impregnato di vita e speranza come questo in cui dolore, peccato, espiazione e morte ti travolgono e sono, sembrano, ai nostri sensi, i temi. Cenere, tutto è cenere. Tutto è cenere urla il dramma cui stiamo assistendo. Eppure, eppure scrive potente la piccola Grazia caricando in una congiunzione tutta la forza dell’impossibile umano, il cuore dell’uomo è fatto per travalicare i sensi, percepisce e urla altro.

Per farvi percepire minimamente tutto questo con le sue parole, riporto l’ultimo brano del libro. Nella speranza vi sorprendiate e lo vogliate leggere.

E in quell’ora memoranda della sua vita, della quale capiva di non sentire ancora tutta la solenne significazione, quel mucchiettino di cenere gli parve un simbolo del destino. Sì, tutto era cenere: la vita, la morte, l’uomo; il destino stesso che la produceva.
Eppure, in quell’ora suprema, vigilato dalla figura della vecchia fatale che sembrava la Morte in attesa, e davanti al corpo della più misera delle creature umane, che dopo aver fatto e aver sofferto il male in tutte le sue manifestazioni era morta per il bene altrui, egli ricordò che fra la cenere cova spesso la scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita.

Utile

2 risposte a "150 anni di Grazia Deledda. Nelle sue opere tutte le strade portano al cuore dell’uomo"

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