La storia di Tobia e l’angelo Raffaele. Inviato da Dio come compagno di viaggio.

2 ottobre 2021. Cari bambini, cari lettori, amici e compagni di viaggio, per la giornata dedicata agli Angeli Custodi voglio regalarvi questa bellissima storia contenuta nell’Antico Testamento nel libro di Tobia. Ve la racconta l’amica e compagna di viaggio Valeria De Domenico. Un episodio narrato dalla Bibbia, in cui, e non è la prima volta, sono presenti alcuni tipici elementi che ritroviamo in fiabe e leggende.

Tobia e l’angelo Raffaele, Verrocchio

Sì, in questa storia le cose della vita si accompagnano e mischiano ad elementi fantastici: un pesce magico, un compagno misterioso e celeste, l’amico fedele, una maledizione che rende la vita impossibile e un amore predestinato, la fiducia in Dio e la presenza del più cattivo dei malvagi, una cecità da guarire, la bontà d’animo, il male vinto, la gioia incontenibile e il lieto fine, tranne che qui tutte le stranezze e i misteri contenuti sono storia dettata da Dio.
Il compagno Tolkien vi parlerebbe della gioia che si può provare se una narrazione di straordinaria bellezza fosse storia, ed è quel che qui accade.
A pensarci bene, anche nella nostra vita, chi può dire di non aver mai avuto un amico, compagno, nonno o nonna, un po’ “magico”, che gli ha fatto da angelo custode, guardandolo, proteggendolo e spronandolo sulla strada della vita, … L’avete mai vissuta questa esperienza?…
Non a caso è stato scelto il 2 ottobre anche come festa dei nonni.

Tobia e l’angelo Raffaele
storia raccontata da Valeria De Domenico

«Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Benedetto il suo grande nome su di noi e benedetti i suoi angeli per tutti i secoli.»
Con queste parole, gioiose e commosse, si conclude una storia accaduta molti anni fa, quando il popolo d’Israele, prediletto da Dio, era stato costretto ad abbandonare la propria terra e a sparpagliarsi per le regioni circostanti. All’epoca molti dei miei fratelli ebrei avevano un po’ dimenticato le proprie tradizioni e quali fossero i buoni comportamenti che Dio ama. A pronunciare quelle parole fu un uomo buono, timorato di Dio, che non aveva mai smesso di offrire sacrifici al tempio e di fare elemosine ai più poveri. Quell’uomo si chiamava Tobi ed era mio padre.

Grazie alla sua abilità negli affari, mio padre era diventato amministratore dei commerci del re degli Assiri. Quando però il re fu ucciso, gli succedette il figlio, un giovane dispotico e crudele, che non sopportava gli ebrei, così mio padre fu scacciato e ridotto in miseria, proprio perché continuava ad aiutare i suoi fratelli.
Una sera in cui era rimasto fuori fino a tardi per una di queste sue opere di carità, accadde che si addormentò sotto un albero e degli uccelli lo colpirono con i loro escrementi sugli occhi, accecandolo. Una volta diventato cieco il mio povero padre rischiò di cadere nella disperazione: chi avrebbe mantenuto la sua famiglia? Come avremmo sopportato mia madre ed io l’umiliazione di essere derisi a causa della sua cecità e per la povertà in cui ci saremmo presto trovati?
Fu a questo punto che mio padre si rivolse a Dio per chiedere il Suo aiuto.
“Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami.”

In quello stesso istante a molti chilometri di distanza, un’altra creatura afflitta e disperata, rivolgeva a Dio la sua accorata preghiera. Si trattava di Sara, una nostra lontana parente, la quale, povera fanciulla, aveva attirato la gelosia di un diavolo di nome Asmodeo.
Asmodeo, non potendo avere per sé la sua anima, che era candida e devota a Dio, aveva deciso di renderle la vita impossibile. Sara si era infatti sposata ben sette volte e tutte e sette le volte, la prima notte di nozze il diavolo si era intrufolato nella sua camera da letto e aveva ucciso il novello sposo.
“Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli.” implorava Sara “Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. Ora a te alzo la faccia e gli occhi.”

In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e Dio mandò Raffaele.

Il mattino seguente mio padre si ricordò di un piccolo tesoro che molti anni prima aveva lasciato in custodia presso un uomo di fiducia in una città che distava da Ninive solo pochi giorni di cammino. Mi chiamò e mi spiegò che sarei dovuto andare in questa città per reclamare i nostri denari: dieci talenti d’argento. 
Proprio in quel momento spuntò sulla via un uomo, che si  presentò col nome di Azaria. L’uomo disse di essere in cerca di un lavoro e dichiarò di conoscere a menadito la regione dove dovevo recarmi. Mio padre non si fece certo sfuggire l’occasione e assoldò subito Azaria come guida per me, promettendogli un giusto compenso e dando ad entrambi la sua benedizione.
Il nostro viaggio iniziò in modo insolito, però. Quando fummo arrivati sulle rive del fiume Tigri, fui assalito dal desiderio di bagnarmi, ma non appena misi i piedi nell’acqua un grosso pesce tentò di divorarmi un piede e ci sarebbe riuscito se Azaria non mi avesse avvertito in tempo del pericolo. Subito, Azaria mi disse di afferrare il pesce e di non lasciarmelo sfuggire:
“Aprilo”, mi suggerì “e togline il fiele, il cuore e il fegato. Mettili da parte e getta via invece gli intestini. Il fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti»

Riprendemmo il viaggio, ma Azaria sembrava avesse qualche altro buon consiglio per me:
“Questa notte ci fermeremo a casa di un cugino di tuo padre, che ha una figlia molto bella, di nome Sara. È tuo diritto chiederla in sposa.” Dal momento che conoscevo la storia di Sara e dei sette mariti morti la prima notte di nozze, sul mio volto dovette apparire un’espressione perplessa, quindi Azaria aggiunse:
“Non temere. Tu la salverai: non appena sarete rimasti soli in camera da letto, getta il cuore e il fegato di questo pesce nel braciere dell’incenso: il profumo che si spanderà costringerà il demonio a scappare. Poi inginocchiatevi e pregate.”
Le parole di Azaria contenevano una premura che mi convinse a fidarmi di lui. Quella sera conobbi Sara e la chiesi in moglie. Quando restammo soli, gettai il cuore e il fegato del pesce nel braciere e il diavolo, che doveva essere già appostato da qualche parte, fuggì via. Chiesi allora a Sara di inginocchiarsi insieme a me a pregare, poi sereni ci addormentammo.
Il mattino seguente i genitori di Sara (che per portarsi avanti avevano già fatto scavare l’ottava tomba!) quasi impazzirono di gioia nello scoprire che non solo non ero morto, ma godevo di ottima salute e sia io che la loro amata figlia eravamo molto felici. Quindi annunciarono due settimane di festeggiamenti!
C’era però da recuperare il denaro. Non potendo allontanarmi dalla casa dei miei suoceri, chiesi a quello che consideravo ormai un amico, di andare al mio posto e Azaria andò, rendendomi ancora una volta un enorme servigio.

Alla fine del periodo di festa, con mia moglie e le molte ricchezze che lei portava in dote, potemmo finalmente tornare a Ninive. Azaria era ancora con noi e aveva un ultimo consiglio per me: sarebbe stato opportuno precedere mia moglie e una volta raggiunti i miei genitori spalmare sulle palpebre chiuse di mio padre il fiele del pesce. Non esitai: obbedii. Azaria ed io corremmo avanti. Sulla soglia di casa trovai mio padre, lo abbracciai e subito gli cosparsi gli occhi col fiele del pesce: egli istantaneamente riacquistò la vista.
Una gioia incontenibile invase la mia casa! Festeggiammo per altre due settimane!
Finché non giunse il momento di salutare Azaria. Fu solo allora che quel prezioso compagno di viaggio e consigliere e amico ci rivelò il suo vero aspetto, che era quello di una creatura luminosa e celestiale, che rifletteva la bellezza e la potenza di Chi lo aveva inviato. 

L’arcangelo Raffaele si sollevò in volo in tutto il suo splendore, salutandoci con ampi gesti, poi scomparve inghiottito dalla luce del Sole. Ci alzammo, ma non potendo più vederlo, restammo a lungo a ringraziare Dio con le parole che già vi ho detto.
«Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Benedetto il suo grande nome su di noi e benedetti i suoi angeli per tutti i secoli.»

E il diavolo geloso? Che fine aveva fatto Asmodeo dopo esser fuggito dalla camera di Sara? Tossendo e sputacchiando, perché i diavoli sono davvero allergici al tanfo di cuore e fegato di pesce, il diavolo era giunto fino in Egitto e lì, in cima a un colle aveva trovato Raffaele, che gliene aveva suonate tante, ma tante da fargli passare la voglia di tormentare le brave ragazze e infine lo aveva legato, zoccoli e coda, a un tronco robusto, così da dargli il tempo di pensarci ancora un po’ su.

Ecco, vi ho raccontato questi fatti perché così mi ha chiesto di fare Raffaele e perché anche voi sappiate che Dio non lascia mai soli coloro che invocano il Suo nome.
Io sono Tobia e ho viaggiato a lungo con a fianco un angelo mandatomi da Dio per la mia salvezza e per la Sua gloria.

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