Museo della Memoria di Assisi. Altre eccezioni di bene

Dell’aberrante affermazione di odio che fu l’Olocausto – un esercizio di annullamento dell’umano in cui si fa fatica a immedesimarsi anche da adulti, se non si rinuncia alla ragionevolezza – mi hanno sempre colpito le eccezioni. Le cerco, sentendone un bisogno quasi fisico, perché sono la prova che nell’uomo c’é davvero un Bene più grande.

di Valeria De Domenico

Una di queste eccezioni é costituita dagli abitanti di Assisi che nel periodo compreso tra il 1943 e il 1944 salvarono oltre 300 ebrei dalla deportazione nei lager nazisti, nascondendoli in case, conventi e monasteri.

Yad Vashem, ovvero l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, ha riconosciuto Giusti tra le Nazioni ben sette cittadini di Assisi.

Ecco perché per parlare di Shoah ai miei figli, sono andata con loro a visitare il Museo della memoria di Assisi. Pur non essendo espressamente pensato per un pubblico di bambini, il museo offre anche ai più piccoli la possibilità di conoscere in modo semplice, attraverso video e pannelli illustrativi, le storie di uomini che lasciarono prevalere la pietà, in un contesto in cui le priorità sembrava fossero diventate altre. Il percorso sapientemente curato da Marina Rosati é organizzato in modo da presentare una per una le storie di questi personaggi. Individui che trovarono la forza di rischiare la propria vita per fare la cosa giusta, passando per una scelta personale. Una scelta possibile.

“Superfluo dire che incapaci noi stesse di capire quanto avveniva in tanta confusione, si obbediva solo a un sentimento che sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati: davanti al dolore di ciascuno avrebbe taciuto ogni velleità di giudizio, anche se avessimo saputo darne uno: la pietà avrebbe in ogni caso trionfato come trionfò”. Madre Giuseppina Biviglia, badessa del convento di San Quirino, proclamata giusta tra le nazioni nel 2013

L’allestimento é stato di recente trasferito proprio nei locali dell’arcivescovado dove gran parte dei fatti descritti si sono svolti. L’impatto sui bambini é immediato.
Gli oggetti  creano un filo diretto con il passato: innanzitutto la macchina tipografica che Luigi Brizi e il figlio Trento usavano per stampare false carte d’identità per gli ebrei che dovevano fuggire. Le false carte d’identità non venivano stampate di notte perché il rumore della macchina avrebbe attirato l’attenzione dei tedeschi, ma in pieno giorno tra un quartino di preghiere e l’altro. Notte tempo agiva invece Monsignor Nicolini. Le  nicchie nelle quali il vescovo alla luce di una candela tremolante retta da don Brunacci murava i beni  che gli ebrei fuggendo gli affidavano sono ancora lì, proprio davanti ai nostri occhi. Lo faceva personalmente per non addossare ad altri il peso di segreti che era pericoloso custodire.
Poi ci sono le lettere, i biglietti e i quadernini appartenuti ai bambini che con le loro famiglie trovarono rifugio ad Assisi. A ognuno veniva assegnato un nome falso, estratto dagli elenchi delle città del sud dove i tedeschi non avrebbero potuto fare verifiche perché erano già sotto il controllo degli alleati. Su quei fogli si possono ancora leggere appunti e riflessioni personali, oltre ai copiati che le suore facevano fare ai bambini con informazioni e descrizioni sui luoghi in cui avrebbero dovuto raccontare di essere nati e cresciuti, se fossero stati interrogati dai nazisti, e che ovviamente non avevano mai visto.

Dentro l’eccezione di Assisi spicca un’altra eccezione: quella del colonnello Valentine Müller. Un medico tedesco (cattolico) che fu complice dell’organizzazione clandestina di soccorso agli ebrei, fece dichiarare Assisi città franca ospedaliera, curò tedeschi, italiani e ebrei e, rischiando la fucilazione, procacciò medicinali e cibo per la popolazione e i rifugiati.
I tedeschi buoni sono un altro mio pallino. Un giorno vi racconterò la storia del tenente colonnello Julius Schlegel, l’ufficiale nazista (cattolico) di stanza a Montecassino, che per salvare i tesori artistici conservati nell’abbazia organizzò un trasferimento notturno a Roma di tutto ciò che potè caricare su 43 camion militari di fatto sottratti se pur provvisoriamente alle forze tedesche.
Ad Assisi persino il podestà fascista si comportò in modo anomalo: coprì le attività del vescovo e nascose la presenza dei rifugiati in città. Dopo la guerra molti ebrei si esposero personalmente per difenderlo davanti ai tribunali antifascisti.

Sui fatti di Assisi sono stati scritti alcuni libri: il recentissimo Gli abitanti del Castelletto. Una luce nel buio della Shoah, di Mirjam Viterbi Ben Horin e Assisi Underground di Alexander Ramati, diventato anche un film che consiglio.

Niente di specifico per i bambini, quindi il consiglio rimane quello di andare a visitare il museo oppure di ripiegare sui libri dedicati a Gino Bartali, che sfiorano la vicenda e centrano l’obiettivo di raccontare una storia che merita di essere conosciuta.
Il famoso ciclista Gino Bartali, infatti, fingendo di allenarsi per il Giro d’Italia, trasportò per mesi a Firenze i documenti falsi stampati dai Brizi, infilandoli nella canna della bici.
Del museo fa parte anche la cappella che Bartali aveva chiesto gli venisse allestita per poter pregare tutte le volte che andava ad Assisi a trovare il suo vecchio amico il Vescovo Nicolini o a rischiare la pelle per fare anche lui la cosa giusta.
Tra i libri che raccontano la sua storia, segnaliamo l’albo La bici di Bartali dell’americana Megan Hoyt, illustrato con uno stile cinematografico accattivante da Jacopo Bruno per Harper Collins e La bicicletta di Bartali, di Simone Dini Gandini, Notes Edizioni.

Utili

Quello che abbiamo scritto finora sull’Olocausto si trova raccolto in questo post

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