La leggenda dei sei compagni di G.Gozzano

Questa di Guido Gozzano è una tra quelle fiabe che lo scrittore ha pubblicato sul Corriere dei piccoli tra il 1914 e il 1917 ed è poi stata raccolta nel libro “La danza degli gnomi e altre fiabe”. In seguito vi proporrò anche le altre.

I protagonisti di queste fiabe, dal sicuro della loro casa,  decidono di “mettersi pel mondo, alla ventura”. Per conoscerlo e conquistare tutte le cose belle e buone in esso contenute.

Protagonisti: un vecchio padre, tre fratelli: Desiderio, Saturnino e Gentile. Una gazza, un Re, una Principessa  e cinque compagni di viaggio:  Primosempre, Mangiatutto, Bevitutto, Finorecchia, Occhiofino

Dedicata a: a chi non ha paura delle sfide e osa costruire “una nave che andasse per mare e per terra” , a chi ama la natura, a chi sa che avere cinque compagni d’avventura con abilità particolari e prodigiose ti cambia la vita, a chi è buono e coraggioso ma anche previdente e astuto e cinque compagni di tal nome li fa tutti ministri. A chi non sottovaluta una gazza che parla. A chi dà da mangiare agli uccellini sul suo balcone. “Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!” E anche per me.

Frase “– Sia dunque – disse il Re, vinto ormai. E rivolgendosi verso Gentile: – Amo meglio aver per genero che per nemico un uomo della tua abilità.”

 

La leggenda dei sei compagni di Guido Gozzanola leggenda dei sei copagni

 C’era una volta un vecchio signore, senza più fortuna, che aveva tre figli. Il primogenito disse un giorno al padre:                                                – Voglio mettermi pel mondo, alla ventura – Sia come tu vuoi – disse il padre, – ma non posso darti più di dieci scudi.  – È poco, ma farò che mi bastino. Desiderio prese i dieci scudi e partì.  Giunto in città vide un uomo che gridava per le vie un bando del re. Il re cercava chi sapesse costruirgli una nave che andasse per mare e per terra. Ricompensa: la mano della principessa. – Voglio tentare – disse Desiderio, e si propose al banditore. Fu condotto alla reggia e all’indomani gli fu data un’accetta per abbattere il legno necessario all’impresa.  Lavorò tutto il mattino, e a mezzodì sedette all’ombra d’un vecchio castagno, per mangiare il suo tozzo di pane. Una gazza lo guardava curiosa, scendendo di ramo in ramo. Ella diceva nel suo roco cicaleccio:                                                                                  

– Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!         

E protendeva il becco verso le mani di Desiderio, supplicando. – Lasciami in pace, bestia importuna! – gridò Desiderio impaziente. La gazza risalì di due rami.   – Che lavoro stai facendo?  – Dei cucchiai, se ti piace! – le rispose Desiderio, beffandola.  – Cucchiai! Cucchiai! – gridò la gazza, risalendo di ramo in ramo.  E disparve. Terminato il pasto, Desiderio si rimise all’opera, ma ad ogni colpo staccava dall’albero una scheggia in forma di rozzo cucchiaio. E non gli riusciva di far altro. Tentò e ritentò, poi capì di essere vittima di qualche incantesimo. – Quella gazza dannata mi ha stregato l’accetta.  Gettò via lo stromento e fece ritorno alla casa paterna. – Già di ritorno, figlio mio? – gli disse il padre. – Sì. Ho pensato che la vita con voi, nella mia casa, era preferibile a qualunque avventura.  E tacque del bando, e della gazza misteriosa.

Saturnino, il secondogenito, volle partire a sua volta.  Il padre non gli diede che cinque scudi. Giunto in città s’incontrò col banditore e volle tentare l’impresa. Si propose al banditore, e dopo aver lavorato tutto un mattino si sedette ai piedi del castagno centenario, sbocconcellando il suo pane.  Ed ecco la gazza scendere di ramo in ramo                                                                   

– Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!

 – Lasciami in pace, bestia importuna! E come la gazza si protendeva agitando le ali, Saturnino la minacciò con la mano.  La gazza risalì tra i rami. – Che fai tu qui?      – Grucce per le tue gambe, gazza curiosa! – gli rispose il giovane beffandola. – Grucce! Grucce per le mie gambe! – gridò l’uccello risalendo tra le fronde. E disparve. Quando Saturnino riprese il lavoro, ad ogni colpo che dava nel legno non riusciva che a staccarne schegge in forma di grucce minuscole. – Eccomi segno della magia di quell’uccellaccio. Saturnino gettò l’accetta e riprese deluso la via del ritorno.

Gentile, il terzogenito, un fanciullo pallido e taciturno, volle tentare a sua volta la sorte. – E tu speri di vincere – disse il padre – là dove furono sconfitti i tuoi fratelli maggiori? – Il destino può essermi benigno. Lasciami partire. Gentile va in città, ode il bando, si propone al banditore. Ed eccolo nella foresta, dopo un mattino di lavoro, che sbocconcella il suo pane sotto il castagno venerando. 

– Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me! 

Alzò gli occhi e vide la gazza protesa verso di lui.   – Avrai la tua parte, povera bestiola!   E sminuzzò il pane e lo gettò sull’erba. La gazza, mangiando, lo interrogava:  – Che stai facendo qui?  E Gentile narrò i casi suoi e il bando e il tentativo.  – Buona fortuna e bella nave! – gridò la gazza risalendo di ramo in ramo.   – Che Dio t’ascolti! Gentile si rimise all’opera e ad ogni colpo d’accetta che dava nei tronchi, egli staccava un pezzo della nave già lavorato e scolpito per incanto. E le varie parti s’attiravano, s’univano fra di loro come se fossero calamitate. – Ecco l’aiuto di qualche magia favorevole! – pensava Gentile, esultando.

Prima del tramonto la nave prodigiosa era pronta, ed egli vi salì, prendendone il timone e dirigendola attraverso i campi, i fiumi, le valli, i laghi, fra lo sbigottimento dei contadini.

A mezza via incontrò un uomo che rodeva un osso.  – Che stai facendo? – gli domandò Gentile.  – Muoio di fame!  – Sali con me e avrai di che sfamarti.  E l’uomo salì sulla nave.

Poco più lungi incontrarono un altro uomo presso una fontana. – E tu che stai facendo?   – Ho prosciugato, col bere, tutta questa sorgente, ed ora attendo che si riempia, perché ho ancora sete.  – Sali con me e avrai di che dissetarti.    E il bevitore prodigioso salì sulla nave.

Non molto lontano incontrarono un altro individuo che aveva una pietra da macina a ciascun piede e che correva tuttavia come un daino.        – Che significa questo? – gli chiese Gentile.  – Voglio prendere una lepre che deve passare di qui.  – E tu, imbecille, ti leghi una pietra da macina alle gambe?  – Sì, perché corro troppo in fretta, e nonostante le pietre da macina alle gambe, avanzo sempre di qualche miglio la lepre da prendere.  – Questa è buffa! Vuoi salire sulla nave con noi?  Anche il corridore insuperabile salì sulla nave.

Verso il tramonto incontrarono un altro individuo che teneva in mano un arco teso e fissava un oggetto invisibile per loro.   – Uomo dell’arco, che stai facendo?   – Prendo di mira una lepre che vedo lassù, su quella montagna.  – Tu ci vuoi beffare…   In quel momento la freccia partì e l’uomo disse:  – Ecco… L’ho uccisa… Ma di qui alla montagna ci sono sette miglia e temo che altri passi e se la prenda.   – Presto, Primosempre – disse Gentile – corri e vedi se la lepre è uccisa o se costui è un fanfarone…  Primosempre partì e ritornò poco dopo con la lepre.  – Sei un arciere insuperabile – disse Gentile, rivolgendosi ad Occhiofino. – Vieni con noi e dividi le nostre avventure.   Occhiofino salì sulla nave che proseguì il cammino.

Poco dopo s’incontrarono in un altro sconosciuto, con l’orecchio applicato contro la terra.  – Che stai facendo? – gli chiese Gentile.  – Ieri ho seminato dell’avena e l’ascolto crescere…  – Che udito fine! – disse Gentile. – Se tu vuoi, sali sulla nave; credo che sei compagni come noi possono far grandi cose. 

Eccoli dunque in sei sulla nave prodigiosa: Gentile, Mangiatutto, Bevitutto, Occhiofino, Finorecchia, Primosempre. La nave si mise in cammino e giunse trionfale in città, fra i cittadini sbigottiti e festanti.

Gentile scese dinanzi alla reggia e si presentò al Re. – Maestà, eccovi servita. Vostra figlia è mia.  Il Re ammirava la nave, ma gli pesava concedere la figlia a quel poveretto randagio.  – Questo non basta, figliuolo. Prima di aver la sua mano si devono soddisfare altre prove ancora…  – Accetto le nuove prove.  – Sta bene – disse il Re. – Io ho dunque nelle mie stalle cinquanta buoi, e occorre che tu, o uno dei tuoi compagni, li mangi da solo in otto giorni. – Tenteremo, Sire.   Gentile affidò l’impresa a Mangiatutto e quattro giorni dopo le stalle erano vuote.  Il Re era contrariato d’aver perduto la prova e le bestie.

– Non basta – disse a Gentile. – Dopo il pasto bisogna bere; ho nelle mie cantine cinquanta botti di vino inacidito. Tu, o uno dei tuoi compagni deve berlo da solo, in otto giorni. – Bevitutto, questo è affar tuo. E in otto giorni le cantine erano vuote. – Chi è, dunque, costui e i suoi compagni? – pensava il Re inquieto, e non sapeva come disfarsene.

Uno dei ministri lo consigliò. – Maestà, voi avete nella vostra cucina un cuoco insuperabile alla corsa. In cinque minuti va ad attingere acqua a dieci miglia di qui, e ritorna con gli otri pieni. Proponete allo sconosciuto una gara con lui.  Il Re fece chiamare Gentile e gli propose la gara. – Sarà fatto – rispose Gentile, e delegò la cosa a Primosempre.

All’indomani il cuoco e Primosempre partirono insieme e questi giunse assai per tempo alla fontana, con grande ira del cuoco, che si credeva insuperabile alla corsa. Mentre si riposavano sull’erba, dopo aver riempito gli otri, il cuoco, che s’intendeva anche di magia, addormentò Primosempre col fissarlo a lungo; e partì con gli otri, dopo avergli deposte due pietruzze verdi sulle palpebre, perché non si svegliasse.

Ma Finorecchia era in ascolto e informava gli amici di quanto accadeva lontano. – Finorecchia, che stanno facendo?  – Il cuoco e Primosempre si sono seduti ansanti e conversano presso la fontana. Primosempre s’addormenta, e russa forte. Il cuoco ritorna di corsa verso la reggia.  – Occhiofino, guarda e dacci notizia.  – Il cuoco è a mezza via e Primosempre dorme supino, con due pietruzze sugli occhi.                – Prendi il tuo arco – ordinò Gentile – e togli da gli occhi di Primosempre le pietruzze malefiche, perché si svegli. Bada di non ferirlo!  L’arciere prodigioso tese l’arco e sbalzò le pietre dalle palpebre del compagno addormentato.   Questi si svegliò con un sussulto, prese gli otri, e partì con tale velocità che arrivò prima ancora del cuoco, fra lo stupore del Re e dei cortigiani.

– Sia dunque – disse il Re, vinto ormai. E rivolgendosi verso Gentile: – Amo meglio aver per genero che per nemico un uomo della tua abilità.

Le nozze splendide ebbero luogo nella settimana. E Primosempre, Mangiatutto, Bevitutto, Finorecchia, Occhiofino furono fatti ministri.

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