Rosabianca e Rosarossa, dei Grimm. Amorosa sorellanza

Rosabianca e Rosarossa, dei fratelli Grimm, versione integrale, è una storia che ha come tema principe, e decisamente poco presente nelle fiabe, il forte legame d’affetto tra due sorelle. Troviamo fratelli che salvano sorelle e viceversa, sorellastre cattive e sorelle umili ma difficilmente una amorosa sorellanza. 

Conosciuta anche con il titolo di Biancaneve e Rosarossa, è una delle fiabe più rimaneggiate dai fratelli Grimm, che usano più fonti, e forse questo è il motivo di alcune cadute di senso e di motivazione, che certo non disturbano il bell’ impatto con questa fiaba. I suoi personaggi e i particolari di cui è ricca, rimangono impressi per sempre come da fiaba memorabile che si rispetti. Un particolare su tutti è quello delle piante di rose che crescono insieme alle bambine. E noi siamo a maggio… E le presenze salvifice che intervengono sono di tutto rispetto e potenza.

Rosabianca e Rosarossa. Jessie Willcox Smith
Rosabianca e Rosarossa, illustrazione di Jessie Willcox Smith

Siamo a maggio e le rose sbocciano ovunque, è la fiaba perfetta e la dedico soprattutto alla mia amica Luisa che da sempre la ama, sicuramente perché si riconosce nell’esordio di questa fiaba, con le due sorelle cresciute solamente dalla mamma, e uso la sua risposta al mio “perché ti piace questa fiaba?” per esordire.
Mi piace perché c’è una mamma con due figlie e non una matrigna con una figlia cattiva e una figliastra buona e maltrattata e poi le due sorelle, sono sorelle vere e mi piace l’incipit della fiaba, con la porta contornata da una rosa rossa e una bianca che crescono insieme vicine e anche perché la mamma dice alle bambine di non avere paura dell’orso. Per me potrebbe finire qui“.
Il particolare dell’orso è interessante, uno dei temi più frequenti nelle fiabe, in cui l’imprevisto dell’incontro con esseri diversi da te, non fa, di per sé, paura. In questo caso si aggiunge l’insegnamento della madre alle figlie sull’accoglienza e l’ospitalità.
Ci sarà poi un incontro con un altro essere diverso, un nano, che in questo caso si rivelerà malvagio (anche se la cattiveria di questo nano lo rende più ridicolo ai nostri occhi che orribile, ed è una di quelle cadute di cui parlavo), anche se l’innocenza e bontà delle due bambine gli dà, per ben tre volte, la possibilità di “redimersi”.
Un orso, un nano, segni e simboli cosparsi ovunque: il bianco della bontà, il rosso della vivacità, tre salvataggi di terra, di acqua e di aria, un maleficio e poi loro tre.
La bontà delle bambine, la loro innocenza, e anche il rapporto con la madre, fanno essere questa piccola famiglia in completa sintonia con tutta la natura, di cui infatti non hanno paura, anche per la costante presenza del loro angelo custode. Noi lo vediamo una volta sola, stupenda scena memorabile, ma non facciamo fatica ad immaginare che la sua presenza sia continua, persistente e salvifica.

Rosabianca e Rosarossa, dei fratelli Grimm

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C’era una volta una povera vedova, che viveva sola nella sua piccola capanna, e davanti alla capanna c’era un giardino con due piccoli rosai; l’uno fioriva di rose bianche, l’altro di rose rosse. E la donna aveva due bambine, che somigliavano ai due rosai: l’una si chiamava Rosabianca, l’altra Rosarossa.
Erano così buone e pie, diligenti e laboriose, come al mondo non se n’è mai viste; soltanto, Rosabianca era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prendere farfalle; Rosabianca se ne stava a casa con la mamma, e l’aiutava nelle faccende di casa, e, se non c’era proprio niente da fare, le leggeva qualcosa ad alta voce. Le due bambine si amavano tanto; si prendevano per mano tutte le volte che uscivano insieme; e se Rosabianca diceva:
– Non ci separeremo mai! – rispondeva Rosarossa:
– No, mai, per tutta la vita! – e la madre soggiungeva:
– Quel che è dell’una, dev’esser dell’altra -.

Spesso le due bambine andavan sole per il bosco a raccoglier bacche rosse; gli animali non facevan loro alcun male, ma si avvicinavano perché avevano fiducia in loro. Il leprotto mangiava una foglia di cavolo dalle loro mani, il capriolo pascolava al loro fianco, il cervo saltava allegramente lì vicino, e gli uccelli restavano sui rami e cantavano tutte le loro canzoni. Alle due sorelle non capitava nulla di male: se capitava che si fossero attardate nel bosco, e le sorprendeva la notte, si coricavano sul muschio, l’una accanto all’altra, e dormivano fino alla mattina. La mamma lo sapeva e non stava mai in pensiero.
Una volta, che avevano pernottato nel bosco, quando l’aurora le svegliò, videro un bel bambino seduto accanto a loro, con un bianco vestito scintillante. Il bambino si alzò e le guardò amorevolmente, ma non disse nulla e s’addentrò nel bosco. E quando si guardarono intorno, s’accorsero di aver dormito sull’orlo di un abisso, dove sarebbero certo cadute se avessero fatto altri due passi al buio. La mamma disse loro che certo quello era l’angelo che veglia sui bambini buoni.

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Rosabianca e Rosarossa, illustrazione di Alexander Zick

Rosabianca e Rosarossa tenevan così pulita la capanna della madre, che era una gioia vederla. D’estate Rosarossa sbrigava le faccende di casa e ogni mattina, prima che la mamma si svegliasse, le metteva vicino al letto un mazzo di fiori, con due rose dei due alberelli. D’inverno Rosabianca accendeva il fuoco e appendeva il paiolo; il paiolo era d’ottone, ma brillava come oro, tant’era lustro. La sera, quando nevicava, la mamma diceva:
– Va’, Rosabianca metti il catenaccio alla porta -. Poi sedevano accanto al focolare, la mamma prendeva gli occhiali e leggeva ad alta voce un librone; e le due fanciulle stavano a sentire, filando. Per terra, accanto a loro, era sdraiato un agnellino, e dietro, su un bastone, c’era un piccioncino bianco con la testa nascosta sotto l’ala.
Una sera, mentre se ne stavano tutt’e due insieme, qualcuno bussò alla porta, come se volesse entrare. La madre disse:
– Svelta, Rosarossa, apri: sarà un viandante che cerca ricovero-.
Rosarossa andò a levare il catenaccio e pensava che fosse un povero; ma invece era un orso, che mise dentro dall’uscio la sua grossa testa nera. Rosarossa strillò e fece un salto indietro, l’agnellino belò, il piccioncino svolazzò, e Rosabianca si nascose dietro il letto della mamma. Ma l’orso si mise a parlare e disse:
– Non abbiate paura, non vi farò niente di male; sono mezzo gelato e voglio soltanto scaldarmi un po’ con voi.-
– Povero orso, – disse la madre, – mettiti vicino al fuoco e bada soltanto di non bruciarti il pelo -. Poi gridò:
– Rosabianca, Rosarossa, venite fuori! L’orso non vi farà niente, non ha cattive intenzioni.-
Allora s’avvicinarono entrambe; e a poco a poco si accostarono anche l’agnellino e il piccioncino, e nessuno aveva più paura. L’orso disse:
– Bambine, scuotetemi un po’ di neve dalla pelliccia! – ed esse andarono a prender la scopa e gli spazzarono il pelo; e l’orso si sdraiò accanto al fuoco, e mugolava, contento e soddisfatto.
Non passò molto che fecero amicizia, e le bimbe si misero a giocare con l’ospite maldestro. Gli tiravano il pelo con le mani, gli mettevano i piedini sulla schiena e lo spingevano di qua e di là; o prendevano una verga di nocciolo e lo picchiavano, e quando mugolava ridevano. L’orso si lasciava fare di tutto; soltanto, quando passavano il segno, gridava:
– Lasciatemi vivere, bambine! –

Rosabianca, e tu, Rosarossa,
al pretendente scavi la fossa.

Quando fu tempo di dormire e le bimbe andarono a letto, la madre disse all’orso:
– Resta qui, accanto al fuoco, in santa pace: cosi sei protetto dal freddo e dal brutto tempo. –
All’alba, le due bambine lo fecero uscire ed egli sparì nel bosco, trottando sulla neve.
E poi, tornò ogni sera, alla stessa ora: si sdraiava accanto al focolare e permetteva alle bambine di giocare con lui fin che volevano; ed esse ci si erano così abituate, che non mettevano il catenaccio prima che fosse arrivato il loro nero amico.
Quando giunse la primavera e fuori era tutto verde, una mattina l’orso disse a Rosabianca:
– Adesso devo andar via, e per tutta l’estate non posso più tornare.-
– Dove vai dunque, caro orso? – domandò Rosabianca.
– Devo andare nel bosco a difendere i miei tesori dai cattivi nani: d’inverno, quando la terra è gelata, devono stare sotto e non possono farsi strada, ma adesso che il sole ha sgelato e riscaldato la terra, l’aprono a forza, risalgono, frugano e rubano. Quel che finisce nelle loro mani viene nascosto nelle loro caverne e non torna tanto facilmente alla luce. –
Rosabianca era molto triste per quell’addio; e quando gli aprì la porta, l’orso, passando in fretta, restò attaccato ai cardini della porta e gli si lacerò un pezzo di pelle. A Rosabianca di vedere luccicare dell’oro, ma non ne fu tanto sicura. L’orso corse via in fretta e ben presto sparì dietro gli alberi del grande bosco.

Dopo qualche tempo, la madre mandò le bambine nel bosco a raccogliere legnetti per il fuoco. Fuori, disteso a terra videro un grande albero abbattuto, e presso il tronco, nell’erba, qualcosa saltava su e giù, ma non potevano distinguere cosa fosse. Avvicinandosi, videro un nano con una vecchia faccia grinzosa e una candida barba lunga un braccio. La punta della barba era incastrata in una fessura dell’albero e il nano saltava di qua e di là, come un cagnolino al guinzaglio, e non sapeva come cavarsela. Egli fissò le fanciulle sbarrando i suoi rossi occhi di fuoco, e strillò:
– Cosa state a fare! Non potete avvicinarvi e darmi una mano?
– Cos’hai fatto, omino? – domandò Rosarossa.
– Stupida curiosaccia, – rispose il nano – volevo spaccar l’albero, per avere legna minuta in cucina; coi ceppi grossi quei due bocconcini che occorrono a noi nani bruciano subito; noi non buttiamo mica giù tanta roba come voi, ingordi zoticoni! Ero già riuscito a ficcarci il cuneo, e tutto mi sarebbe andato benone; ma quel maledetto pezzo di legno era troppo liscio ed è saltato fuori all’improvviso, e l’albero si richiuse così in fretta, che non ho più potuto tirar fuori la mia bella barba bianca: adesso è qui dentro, e io non posso andarmene. Guarda come ridono quelle due poppanti! Stupide, ne avete sale in zucca!-
Le bambine ci si misero d’impegno, ma non riuscirono a tirar fuori la barba: era troppo ben incastrata.
– Correrò a chiamar gente! -disse Rosarossa.
– Stupide teste di capra, – squittì il nano, – non ci mancherebbe altro chiamar gente! Siete già troppe in due: non avete niente di meglio da inventare?
– Non essere impaziente! – disse Rosabianca – Ci penserò io -.
Trasse di tasca le sue forbicine e gli tagliò la punta della barba. Appena il nano si sentì libero, afferrò un sacco pieno d’oro, che era nascosto fra le radici dell’albero, lo tirò fuori, borbottando fra sé e sé:
– Che screanzate, tagliarmi un pezzo della mia magnifica barba! Il diavolo vi porti! –
Si gettò il sacco sulle spalle e se ne andò, senza neanche voltarsi a guardarle.

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Dopo qualche tempo, Rosabianca e Rosarossa pensarono di andarsi a pescare un bel piatto di pesce. Quando furono vicino al ruscello videro qualcosa che somigliava a una grossa cavalletta saltellar verso l’acqua, come se volesse buttarcisi. Accorsero e riconobbero il nano.
– Dove vuoi andare? – disse Rosarossa: – non vuoi mica gettarti in acqua?-
– Non sono così pazzo! – strillò il nano – Non vedete? Quel maledetto pesce vuol tirarmi dentro! – L’omino si era seduto a pescare, e disgraziatamente, per il vento, la barba gli si era intricata con la lenza; subito dopo abboccò un grosso pesce e la debole creatura non riuscì a sollevarlo. Il pesce aveva il sopravvento e trascinava giù il nano. Certo, egli si teneva a tutti gli steli e ai giunchi, ma serviva a ben poco: doveva seguire i movimenti del pesce e rischiava continuamente d’esser tirato in acqua.
Le fanciulle erano arrivate in tempo, lo tennero fermo e cercarono di districar la barba dalla lenza, ma invano: barba e lenza erano strettamente aggrovigliate. Non restò che tirar fuori le forbicine e tagliar la barba, sacrificandone un pezzettino.
A quella vista, il nano si mise a strillare:
– E’ questa, brutti rospi, la maniera di rovinare la faccia a un individuo? Non bastava avermi spuntato la barba, adesso me ne tagliate via la parte più bella! Non posso più farmi vedere dai miei! Possa vedervi correre, fino a perdere le suole! –
Poi andò a prendere un sacco di perle, nel canneto, e, senza più dir parola, se lo trascinò via e scomparve dietro una pietra.
Or avvenne che, poco tempo dopo, la madre mandò le due bambine in città a comprar filo, aghi, stringhe e fettuccia. La strada le condusse attraverso una brughiera, sparsa di grossi macigni. Là videro un grande uccello librarsi nell’aria, roteare lentamente sulle loro teste, poi calar sempre più basso, finché atterrò poco lontano, presso un masso. Subito dopo udirono uno strillo acuto e doloroso. Accorsero, e videro con terrore che l’aquila aveva ghermito il loro vecchio conoscente, il nano, e stava per portarlo via. Le bimbe pietose tennero stretto l’omino; e tira di qua, tira di là, alla fine l’aquila dovette abbandonar la sua preda.
Quando il nano si fu riavuto dal primo spavento, gridò con la sua voce stridula:
– Non potevate trattarmi con più riguardo? Avete tirato tanto il mio giubbetto sottile che adesso è tutto lacero e bucato, stupide sbadate che siete. –
Poi prese un sacco di pietre preziose e si cacciò di nuovo nella sua tana, sotto le rocce. Le fanciulle erano già abituate alla sua ingratitudine, proseguirono il cammino e sbrigarono le loro faccende in città.

Al ritorno, ripassando per la brughiera, sorpresero il nano, che aveva rovesciato il suo sacco di pietre preziose in un bel posticino pulito, senza pensare che a ora così tarda potesse ancora passare qualcuno.
Il sole al tramonto batteva sulle splendide gemme, che scintillavano e sfolgoravano in mille colori, così meravigliosamente che le bambine si fermarono a guardarle.
– Cosa fate lì, a bocca aperta – strillò il nano, e la sua faccia color della cenere diventò paonazza dalla collera.
Stava per lanciare altre ingiurie, quando si udì un cupo brontolio, e un orso nero uscì trottando dal bosco.
Il nano balzò in piedi, atterrito, ma non poté più raggiungere il suo nascondiglio: l’orso era già li. Allora gridò affannosamente:
– Caro signor orso, risparmiatemi! Vi darò tutti i miei tesori! guardate, che belle pietre preziose! Fatemi grazia, che v’importa di un piccolo omuncolo come me? Non mi sentite neanche sotto i denti! Prendete piuttosto quelle due maledette ragazze, per voi sono bocconi prelibati, grasse come giovani quaglie e mangiate quelle, in nome di Dio! –
L’orso non badò alle sue parole, non gli dette che una zampata, e quel malvagio non si mosse più.
Le fanciulle eran scappate via, ma l’orso le chiamò, gridando:
– Rosabianca, Rosarossa, non abbiate paura! Aspettate, vengo con voi. –
Allora esse riconobbero la sua voce e si fermarono; e quando la bestia le raggiunse, la pelle d’orso cadde all’improvviso, ed ecco, egli era un bel giovane tutto vestito d’oro.
– Sono il figlio di un re – disse – e il perfido nano, che aveva rubato i miei tesori, mi aveva stregato e dovevo correr per il bosco sotto forma d’orso selvaggio, finché la sua morte non mi avesse liberato. Ora egli ha avuto il meritato castigo. –

Rosabianca sposò il Principe, e Rosarossa suo fratello, e si spartirono quei gran tesori che il nano aveva ammassato nella sua caverna. La vecchia madre visse ancora molti anni presso le figlie, tranquilla e felice. Ma portò con sé i due rosai, che davanti alla sua finestra davano ogni anno le più belle rose, bianche e rosse.

Rosabianca e Rosarossa Zick
illustrazione di Alexander Zick

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