Verso il grande mistero della Pasqua con un libro e tante storie ad alta voce. La prima: Il brigante e gli angeli

Oggi, 18 febbraio 2026. Mercoledì delle Ceneri. Inizio della Quaresima in tutto il mondo cristiano. Quest’anno vogliamo proporvi un percorso verso la Pasqua fatto – guarda un po’ – di belle storie, che contengono alcune delle domande che questo grande mistero ci pone.
La vita è una lotta e non una conversazione – scriveva lo scrittore G.K. Chesterton.
Ecco che questa lotta, nella forma di un prodigioso duello, è l’immagine più forte e vera della speranza di Pasqua.

Due proposte
Prima proposta: un libro. Nel 2023 abbiamo edito Aspettando Pasqua. Il prodigioso duello, 25 storie di intrepida speranza, Comunica. Con il Podcast delle storie lette da Mariarosa Grieco. Trovate qui la presentazione del libro, e qui il Podcast.
Il libro è In vendita su Amazon. https://amzn.to/3ls2haO e sul sito dell’editore dove troverete anche la scheda di presentazione e l’introduzione comunicaedizioni.it
Morte e vita si sono affrontati in prodigioso duello” viene detto durante la messa di Pasqua. In questi tre anni ho capito che quell’azzardo di “scrivere un libro che parla ai bambini del prodigioso duello tra vita e morte”e raccontare loro le 25 storie, non solo è capito benissimo dai bambini, ma necessario, anzi voluto. La paura di parlare del prodigioso duello tra vita e morte, fin di pensarlo, nonostante, tra guerre e mancanza di senso, avvenga ogni santo giorno, e cui assistono anche i nostri bambini, cui partecipano anche i nostri bambini, questa paura è tutta di noi grandi.

Seconda proposta: storie ad alta voce, la mia. No, non leggo, ma vi suggerisco qualche spunto di riflessione scritto, qualche nota sussurrata. Sono fiabe annotate.
Oggi, mercoledì delle Ceneri, trovate una storia tratta dal libro Aspettando Pasqua, Il brigante e gli Angeli, di Valeria De Domenico. Da domenica 22 e per sei domeniche, fino a quella delle Palme, un percorso di sei fiabe di H.C. Andersen e di Oscar Wilde, annotate da me, seguendo il tema del prodigioso duello che avviene tutti i giorni della nostra vita, il duello tra l’affermazione del senso di tutte le cose, che dà vita e speranza, e la mancanza del senso, che non fa neppure alzare dal proprio letto.
In queste fiabe il primo segno di questa lotta lo vediamo nella descrizione della natura in cui, in modo mirabile, tra lo scorrere del tempo e le stagioni che si susseguono, l’inverno della sepoltura e la primavera della rinascita, il decadere e il fiorire, possiamo cogliere i segni di una speranza.
I nostri bambini sono un inno alla vita e alla speranza, diamo loro gli strumenti, anche quelli letterari, per avvicinarsi sempre più al perché delle cose, affrontando il bene e il male senza banalizzazioni, sempre certi della promessa di felicità nascosta tra le pieghe del reale.

Carl Larsson, Saluta il signore!
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Non possono mancare gli Angeli nelle nostre storie, Valeria si è praticamente specializzata e conosce tutte le schiere di Angeli e Arcangeli 🙂
Partendo da un affresco trovato nel 1516 in una piccola chiesa a Palermo, Valeria racconta una storia davvero suggestiva, protagonisti: un brigante, i sette Principi del Cielo, gli Arcangeli, costante presenza in tutta la vita di Gesù, e un piccolo Angelo arruffato. Il finale di questo racconto apre una strada possibile, che mi sembra ben rappresentata dalla parola cambiamento inevitabile o, se volete usare una delle parole forti di questo tempo di quaresima, conversione.

Hieronymus Wierix, I sette Arcangeli incisione, particolare

Il brigante e gli Angeli
di Valeria De Domenico
in Aspettando Pasqua Il prodigioso duello

Nel 1516 a Palermo in una piccola chiesa alle spalle della cattedrale fu scoperto un antico affresco in cui erano riportati i nomi dei sette arcangeli con i rispettivi attributi. Carlo V d’Asburgo, reduce dalla conquista di Tunisi del 1535, commissionò a Hieronymus Wierix delle incisioni fedeli per diffonderne il culto a Roma e nell’Impero. Al pittore Vincenzo Aimola detto il Romano fu commissionato, invece, un dipinto che rappresentasse i sette angeli così come erano descritti nell’affresco e questo dipinto, conservato oggi nella Cattedrale di Palermo, inaugurò un tema iconografico particolarmente imitato nei decenni successivi. Il ritrovamento, nel complesso, diede nuovo slancio a un’antica devozione per questi spiriti celesti, che raggiunse anche Roma, dove pochi anni dopo fu fondata la chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Tanti e tanti anni fa nelle campagne siciliane vivevano i briganti, uomini di poche parole, che abitavano in covi nascosti nei boschi e che, per procurarsi ciò di cui avevano bisogno, derubavano i viandanti e si intrufolavano nelle masserie per arraffare cibo e vino. Per convincere la gente a consegnare i propri averi, i briganti non si preoccupavano certo di essere gentili: possedevano spade e bastoni e li usavano senza farsi troppi scrupoli. Inoltre erano spesso omaccioni dall’aspetto pauroso, con lunghe barbe e giacche fatte di vello di pecora, in testa larghi cappelli che tenevano sempre il volto in ombra.

Il più temuto di tutti si chiamava Reuccio. O almeno tutti lo conoscevano con questo nome perché di lui si diceva che fosse il migliore nell’arte della briganteria: nella sua lunga carriera aveva commesso decine di ruberie, comportandosi in modo crudele con chiunque aveva tentato di tenergli testa. In città la gente ne aveva paura e quando spegneva il lume di casa, la sera, pregava: 

– Fa, Signore, che il Reuccio non passi da qui! -


Una notte accadde che il Reuccio, avendo saputo che un nobile spagnolo sarebbe arrivato in città con uno scrigno colmo di doni preziosi per il viceré, si appostò lungo la strada per assaltare il convoglio e impadronirsi dell’oro. Le cose però non andarono come lui aveva previsto. Al seguito dello spagnolo spuntò un battaglione di soldati ben armati e nello scontro che ne seguì, il Reuccio fu ferito e solo per un soffio riuscì a non farsi acciuffare e a fuggire. Nel buio si udivano le urla dei soldati e il rumore minaccioso delle armi. Il Reuccio temette di non farcela: era ferito e disperso tra i vicoli deserti della città e si chiese se morire solo e abbandonato da tutti non fosse la punizione per le sue malefatte.
D’un tratto il brigante si ritrovò nei pressi di una chiesetta e senza pensarci due volte, entrò. Era stanco e la ferita gli doleva, ma rincuorato dall’inatteso rifugio, si nascose in un angolino, certo che lì non l’avrebbero trovato e che appena possibile sarebbe sgattaiolato fuori per tornare nel suo covo.


Dopo un po’, però, cominciò a sentire freddo e dal momento che dall’altra parte della navata si scorgeva una gran luce, il Reuccio si decise ad andare a vedere. La luce proveniva da una cappella stracolma di candele accese. Candele di ogni forma e dimensione disposte per terra, sull’altare e su alti tripodi. Tutt’in giro qualcuno aveva lasciato vasi pieni di tintura, pennelli e cartoni. C’era poi un palco fatto di assi di legno e corde, sopra il quale giganteggiava un enorme dipinto, quasi finito.

Il Reuccio rimase incantato a guardarlo. Vi erano rappresentati sette giovani dall’aria assorta. Indossavano abiti sontuosi e recavano in mano chi una spada, chi una palma, chi un vessillo, chi un flagello. Ai piedi di uno, un drago sconfitto, al fianco dell’altro, un bimbetto fiducioso. Tutti e sette con il sorriso sulle labbra.

Cosa cerchi qui? – chiese d’un tratto una voce e per la sorpresa il Reuccio fece un gran balzo. 
Nella cappella pervasa dalla calda luce delle candele era entrato un ragazzetto, con le lentiggini e i ricci arruffati, che non si mostrò per nulla intimorito dal grosso brigante.
Per un attimo il Reuccio pensò che il bambino lo avrebbe potuto tradire e che forse avrebbe fatto meglio a  spaventarlo e scappare, ma il bambino non aveva affatto l’aria di uno che si spaventava facilmente, quindi il brigante si decise a rispondere.
– Cerco solo un po’ di calore.

– Ero venuto a spegnere le candele, perché il pittore è andato via, – disse, allora, il bambino – ma ci metterò un po’ a riordinare e, se vuoi, puoi rimanere.

Detto questo si mise a raccogliere i pennelli e a pulirli.
– Non credi anche tu che sia venuto benissimo? – disse dopo un po’, riferendosi al dipinto. Il Reuccio si sedette su una panca, perché la ferita continuava a fargli male, e alzò gli occhi per considerare il quadro: in effetti era molto bello e ciascuno di quei sette giovani sembrava lo guardasse con intensa pietà.
– Li hai riconosciuti? – chiese ancora il bambino – Sono gli arcangeli, i principi più alti nella corte Celeste! – e con uno dei pennelli che stava pulendo cominciò ad indicarli uno ad uno – Quello è Michele con un vessillo crociato nella destra, una palma nella sinistra e sotto i piedi il dragone sconfitto. Poi c’è Raffaele con in mano una pisside di aromi medicinali e vicino il piccolo Tobia. Questi altri sono Uriele con in mano una spada, Gabriele con uno specchio di diaspro e una lanterna, Sealtiele in atto di pregare e Geudiele, con una corona e un flagello. Infine, l’ultimo dei sette spiriti chiamato Barachiele con un serto di rose.

– Alcuni non li ho mai sentiti nominare – ammise il Reuccio, affascinato da quei volti fieri. Poi una fitta al fianco, dove la ferita continuava a sanguinare, lo riscosse. – Ma non importa! – esclamò – Gli angeli stanno in Cielo e che ci rimangano!

– Cosa vai farneticando, vecchio? – rise il bambino – Gli angeli non hanno fatto altro che volare tra gli uomini da quando Dio li ha creati, per portar loro la Sua luce! Insieme ad Abramo, tre angeli andarono a Sodoma e Tobia nel suo lungo viaggio fu accompagnato nientemeno che dall’arcangelo Raffaele. Gabriele fece l’annuncio a Maria e poi comparve in sogno a Giuseppe per indicargli la strada da seguire. Angeli apparvero ai pastori per annunciare la nascita del Salvatore, angeli erano con nostro Signore nel deserto, per servirlo dopo i Suoi quaranta giorni di digiuno, quando cacciò il diavolo tentatore, e c’era un angelo anche nell’Orto degli Ulivi a confortare Gesù, quando pianse lacrime e sangue. Persino al momento della Resurrezione erano presenti degli angeli e alcuni di questi rimasero presso il Sepolcro ad attendere le donne per dire loro che Cristo non era più tra i morti. Lo stesso accadde il giorno in cui Gesù ascese al cielo: nelle scritture è detto chiaramente che lo fece circondato da una schiera di angeli! –

Hieronymus Wierix, I sette Arcangeli, 1563 – prima del 1619

Il bambino sembrava molto soddisfatto di aver concluso il lungo elenco, ma poi aggiunse: – Infine c’è il tuo angelo custode!
Il Reuccio ebbe un sobbalzo che non fece per nulla bene alla sua ferita: la fitta quasi gli tolse il fiato.
– Ti sbagli, bambino – farfugliò – gli angeli non hanno niente a che spartire con la gente come me…
Ancora una volta il bambino si mise a ridere.

– Quante sciocchezze dici, vecchio! Proprio tu, che con quella brutta ferita sei arrivato fin qui, davanti a questo altare!

Il brigante non seppe cosa rispondere: aveva perso molto sangue ed era davvero stanco. Da una cesta, intanto, il bambino aveva tirato fuori delle bende e un telo di lana: glieli porse perché potesse tamponare la ferita e provasse a riposare un po’. Quello, esausto, obbedì. 


All’alba il Reuccio si svegliò, senza ricordare quando si era addormentato. La ferita aveva smesso di sanguinare. Le candele e i bracieri erano spenti, ma la luce del sole che filtrava attraverso le finestre della chiesa illuminava la tela incompiuta. Il Reuccio, ancora intorpidito dal sonno, poté allora ammirare i sette Principi del Cielo e notare tutt’intorno tanti piccoli angeli bambini. Chissà se erano quelli, si trovò a pensare, i famosi angeli custodi, quelli che si davano tanto da fare volando avanti e indietro dal cielo alla terra, per portare conforto agli uomini e star loro vicini nei momenti più difficili? Poi scorse sul bordo della tela un visino familiare, con le lentiggini e i ricci arruffati, e ne fu certo.

Vincenzo Aimola, I sette Arcangeli

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