Libri di Natale #1. Dal freddo nord: Cristallo di Rocca e Il pastore d’Islanda. La vita è un cammino

I primi due libri di Natale della lista di MammaOca, arrivano dal nord Europa, e sono proprio libri dell’Avvento. Per questo sono libri perfetti per il nostro oggi travagliato e un po’ sospeso, nell’attesa di qualcosa che forse non sappiamo nominare, ma c’è. Il tempo di chiusura da malefico virus ci fa rendere maggiormente conto di questo.

Adalbert Stifter, Cristallo di rocca, Marsilio 2006. Con testo tedesco a fronte. Euro 14. Dai 10 anni, ma anche prima se glielo leggete voi. Una scrittura perfetta e piacevole anche per i grandi.

Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, Iperborea 2016. Euro 15. Per ragazzi e per grandi
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Joseph Farquharson, Flock of sheeps

Mi è sempre piaciuto associare libri per tutta la famiglia come regalo di Natale, e questa è la prima accoppiata per bambini e per grandi. Ho sempre trovato difficoltà ad accettare la divisione in età che piace tanto ad editori e insegnanti, ma mi adeguo a metterla, pur con dei distinguo a lato. E ricordate, la lettura ad alta voce dei libri, li fa leggibili ad età molto diverse da quelle indicate. Nel rapporto personale con le persone che compravano al mercatino potevo capire se un bambino, un ragazzo, potevano immergersi ed apprezzare libri che non erano “adatti” alla loro età, tanto da arrivare anche a proporre libri illustrati ai grandi, (Se vuoi vedere una balena è assolutamente un libro per tutti e un classico per MammaOca). In questa sorta di mercatino virtuale cercherò di farmi capire al meglio. In caso di osservazioni, dubbi e domande scrivetemi ocamamma@hotmail.it

Presentiamo i due libri e il perché dell’associazione.
Un’ incalzante immersione in freddo, neve, bianco accecante, bianco mistero e alle volte incubo, e il viaggio dei protagonisti che si perdono nella tempesta, passando dalle difficoltà della sopravvivenza tra ghiacci e ripari improvvisati, al miracolo del ricongiungimento e ritrovamento, fanno dell’Avvento, della vigilia e festa del Natale, periodo in cui sono ambientate le storie, un cammino di speranza e salvezza, sia dal punto di vista dell’intreccio delle trame, sia dal punto di vista simbolico, tanto da diventare estremamente significativi del presente un po’ tempestoso, un po’ sospeso che stiamo vivendo.
I punti in comune tra i due libri non sono solo neve, tormenta, la natura nelle sue espressioni di bellezza e pericolo estremo che diventa metafora della vita come cammino, e il Natale salvifico ma anche il cambiamento dei loro titoli, forse più evocativi in origine, ma meno capibili e accettabili dall’uomo moderno, comunque molto differenti dalla loro edizione attuale.
Stifter stesso mutò “Der heilige Abend”, La Notte Santa nel termine mineralogico “Bergkristall”, Cristallo di Rocca, per inserire il racconto in una serie sulle pietre.
Il titolo originale del libro di Gunnarsson è invece “Advent”, Avvento. Penso di capire i motivi che hanno spinto ad usare i titoli delle attuali edizioni, diciamo che allargano gli orizzonti al di fuori dello stretto ambito religioso, ho citato i vecchi titoli come ulteriore chiave di lettura alle storie narrate.

Cristallo di rocca (La Notte Santa), illustrazione di Ludwig Richter


Due paesi divisi da un’alta montagna e da una lontana inimicizia, due bambini che percorrono spesso il sentiero che congiunge i paesi e passa la montagna. Si incamminano anche la vigilia di Natale, la nonna dà loro il permesso perché il tempo è perfetto, sereno e secco, ma vengono colti da una tempesta di neve improvvisa che uniforma tutto e fa perdere loro la strada in un orizzonte bianco e sempre uguale a se stesso, splendido e orrido allo stesso tempo. Il “Sì, Konrad” che la piccola Sanna pronuncia di continuo al fratello più grande che la protegge, scandisce il cammino (e la nostra fiducia nella fratellanza e sorellanza in momenti di pericolo, estremo ovviamente). La notte è carica di insidie ma quell’aurora boreale da incanto che per la bambina si trasfigura nel volto del Bambin Gesù e l’alba del nuovo giorno diventano presagio di speranza. I bambini vengono ritrovati dagli abitanti dei due paesi. La salvezza nel giorno di Natale sono due bambini che tornano a casa e un’inimicizia spezzata. Da leggere e rileggere ogni anno (come il libro che segue).

Poi anche per gli occhi cominciò ad accadere qualcosa. Mentre i bambini sedevano così, nel cielo dinanzi a loro una luce tenue sbocciò in mezzo alle stelle e tese tra esse un debole arco. Aveva un bagliore verdastro, che lentamente si diffondeva verso il basso. Ma l’arco divenne sempre più luminoso, finché le stelle si ritrassero impallidendo al suo cospetto. Anche in altre zone del cielo inviava un riflesso di un verde brillante che fluttuava dolce e vivo tra le stelle. Poi sulla sommità dell’arco sorsero fasci di luce variopinta, simili alle punte di una corona, e presero a risplendere. La luce fluiva chiara per le regioni più prossime del cielo, sfavillava sommessa, e attraversava vasti spazi guizzando lievemente. Forse la materia tempestosa del cielo si era tesa a tal punto in seguito alla straordinaria nevicata da effondersi ora in quei muti e magnifici fiumi di luce, o forse era in gioco un’altra causa dalla natura imperscrutabile. A poco a poco la luce si fece sempre più debole, i fasci si spensero per primi, finché per gradi e impercettibilmente l’arco si restrinse e di nuovo nel cielo non rimasero altro che le migliaia e migliaia di semplici stelle. I bambini non scambiarono una parola, rimanevano seduti e guardavano il cielo a occhi spalancati.

Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, Iperborea 2016. Euro 15. Per ragazzi e per grandi.
Se volete avere più elementi per farvene un’idea, qui trovate come lo presenta l’editore.


La storia è semplice: il pastore e servo Benedikt, da 27 anni, la prima domenica d’Avvento, si mette in cammino attraverso il deserto bianco dell’inverno islandese, per portare in salvo le pecore smarrite tra i monti, non le sue ma tutte, perché sente “una specie di responsabilità nei loro confronti”. Nel suo viaggio tra tormente, ripari di fortuna e paura di non farcela, viene accompagnato dal cane Leò e dal montone Roccia. Un terzetto incredibile, una semplice storia incredibile, 27 anni di cammino, continuo e fedele, mosso dalla responsabilità, in cui i personaggi, uomini o animali che siano, sembra agiscano e parlino con voce propria, spesso liberi dalla voce e dai giudizi dell’autore. Personaggi e paesaggi che rimangono impressi nella memoria per sempre. Non voglio dire di più di questo libro che in Islanda è un classico natalizio come Il Canto di Natale, da rileggere ogni anno (come il libro che precede) e in cui la metafora del Buon Pastore che cerca le pecore disperse è così evidente. Tranne dire che questo è proprio un libro dell’Avvento, lo leggerete nelle righe che seguono tratte da una delle prime pagine.

E ora camminava nella neve, intorno a lui tutto bianco fin dove l’occhio arrivava, bianco e grigio il cielo invernale, perfino il ghiaccio sul lago era coperto di brina o da un leggero strato di neve. Solo i crateri bassi che emergevano qua e là disegnavano anelli neri grandi e piccoli, simili a segni premonitori nel deserto di neve. Ma che cosa annunciavano? Si potevano interpretare? Forse le bocche di quei crateri dicevano: «Anche se tutto ghiaccia, se si rapprendono le pietre e l’acqua, se l’aria gela e cade giù in fiocchi bianchi e si posa come un velo nuziale, come un sudario sulla terra, anche se il fiato gela sulle labbra e la speranza nel cuore, e nella morte il sangue nelle vene – sempre, nel centro della terra, vive il fuoco.» Forse parlavano così. Ma che cosa significava? Forse dicevano anche qualcos’altro. Al di fuori di quei cerchi neri tutto era bianco, soprattutto il lago – una distesa candida e scintillante come il pavimento di una sala da ballo, in attesa degli invitati. E, come nata da tutto quel bianco, con gli anelli scuri dei crateri e qualche colonna di lava che sorgeva spettrale qua e là, c’era in quella domenica nel distretto di montagna una solennità che stringeva il cuore. Una festosità grande e immacolata esalava nel quieto fumo domenicale dei casali bassi, rari e quasi sepolti sotto la neve. Un silenzio inesplicabile e promettente – l’Avvento. L’Avvento! Sì… Benedikt pronunciò con cautela quella parola grande, mite, così esotica e al tempo stesso familiare. Forse, per Benedikt, la più familiare di tutte. Certo, non sapeva di preciso che cosa significasse, ma c’era in ogni caso l’attesa, la speranza, la preparazione – questo lo capiva. Negli anni quella parola era arrivata a racchiudere tutta la sua vita. Perché cos’era la sua vita, la vita degli uomini sulla terra, se non un servizio imperfetto che tuttavia è sostenuto dall’attesa, dalla speranza, dalla preparazione?

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